Le macerie del futuro: come la guerra in Libano sta cancellando il diritto di un’intera generazione a costruire il proprio domani


di Samuele Lucia 


Trecentoquaranta scuole danneggiate o distrutte. Diciassette completamente rase al suolo. Almeno centomila bambini che rischiano di non sedersi dietro un banco all’inizio del prossimo anno scolastico. È da questi numeri, più che dal conteggio dei missili o delle vittime, che si può comprendere quale eredità stia lasciando la guerra in Libano.

La valutazione nazionale pubblicata il 2 luglio 2026 dal Ministero dell’Istruzione libanese, realizzata con il supporto tecnico dell’UNICEF, fotografa una crisi che va ben oltre la distruzione materiale. Le aree più colpite – Nabatiyeh, il Libano meridionale, la Bekaa, Baalbek-Hermel, Beirut e il Monte Libano – raccontano un Paese in cui il diritto all’istruzione è diventato una delle vittime meno visibili del conflitto.

“Almeno 100.000 bambini in Libano potrebbero ritrovarsi senza scuola all’inizio del prossimo anno scolastico, a meno che non vengano intraprese misure urgenti prima di settembre per riparare e ripristinare le scuole danneggiate dal recente conflitto.”

È solo l’inizio del rapporto, che si può trovare in versione integrale sul sito online dell’UNICEF.

Le operazioni militari dell’IDF nel Libano meridionale non hanno devastato soltanto abitazioni e infrastrutture. Hanno anche colpito violentemente il sistema scolastico del Paese. Gli attacchi hanno lasciato centinaia di edifici danneggiati o distrutti compromettendo il diritto all’istruzione di migliaia di bambini.

Secondo la valutazione del Ministero dell’Istruzione libanese, realizzata con il supporto tecnico dell’UNICEF, il danno non si misura soltanto nel numero delle scuole colpite, ma nelle conseguenze che questa distruzione produrrà per anni sulla formazione, sulla coesione sociale e sulle prospettive di un’intera generazione. In un Paese già provato da una forte crisi economica e stato di guerra permanente, la perdita della scuola non rappresenta soltanto un’emergenza educativa: è un’ulteriore frattura nel tessuto civile del Libano.

Ricordiamoci, una scuola in Libano non è soltanto un edificio. È uno dei pochi luoghi in questo periodo storico in cui bambini di comunità religiose sociali diverse condividono lo stesso spazio, imparano le stesse regole e costruiscono una minima idea di cittadinanza comune in un Paese segnato da profondissime divisioni confessionali. È un presidio civile prima ancora che educativa. Quando una scuola viene danneggiata, distrutta o trasformata in un rifugio per sfollati, non si interrompe semplicemente un anno scolastico: si spezza una rete di relazioni, protezione e continuità. Per molti bambini rappresenta l’unico spazio relativamente stabile in una situazione di crisi continua tra violenze e sfollamenti.

A dirla tutta, non sarebbe nemmeno la prima volta che il sistema scolastico libanese viene travolto. Durante il conflitto del 2006 tra Israele e Hezbollah, migliaia di famiglie furono costrette ad abbandonare le proprie abitazioni e numerosi edifici scolastici sospesero le attività o vennero destinati all’accoglienza degli sfollati. La ripresa fu lenta, ma possibile anche grazie al sostegno della comunità internazionale. Ma, oggi la storia si ripete e il Libano dopo quasi vent’anni dall’accaduto del 2006, si trova di fronte allo stesso scenario, se non in una situazione più grave.

Il rapporto Shattered Childhoods dell’UNICEF descrive un quadro che va ben oltre la perdita di mesi di lezione. Bambini e adolescenti affrontano traumi psicologici, aumento del rischio di abbandono scolastico, peggioramento della povertà educativa e maggiore esposizione al lavoro minorile, allo sfruttamento e ai matrimoni precoci. Anche il diritto umanitario attribuisce la scuola a una protezione particolare di beni civili. Le Convenzioni di Ginevra e i loro Protocolli aggiuntivi vietano gli attacchi contro obiettivi civili e impongono alle parti in conflitto il rispetto dei principi di distinzione, proporzionalità e precauzione. Parallelamente, la Safe Schools Declaration, sottoscritta da oltre cento Stati, richiama governi e forze armate a salvaguardare il diritto all’istruzione anche durante i conflitti armati. La realtà libanese dimostra tuttavia quanto sia profonda la distanza tra questi principi e ciò che accade sul terreno, dove la continuità educativa è diventata una delle prime vittime della guerra.

Israele in Libano non ha colpito solamente obiettivi militari. Colpiscono le infrastrutture che permettono in una società di continuare a vivere: ospedali, reti elettriche, sistemi idrici, università e scuole. La ricostruzione, di conseguenza, non riguarda soltanto i materiali. Riguarda il capitale umano.

Perciò, ci dobbiamo chiedere, è anche essa una forma di repressione, privare un minore del diritto all’istruzione? Sì, anche se è una forma repressiva più silenziosa, che agisce talvolta, sotterrando le opportunità. Limita la libertà ancora prima che possa essere esercitata, colpisce il futuro invece del presente.

Le conseguenze? Si misureranno nella perdita di capitale umano che il Libano rischia di subire nei prossimi anni. Ogni studente che abbandona il proprio percorso rappresenta un medico, un insegnante, un ingegnere, un ricercatore o un imprenditore in meno per un Paese che già oggi affronta una massiccia emigrazione di giovani qualificati.  Quando il conflitto finirà ricostruire le scuole sarà indispensabile. Ma non basterà ricostruire i muri. Bisognerà restituire a un’intera generazione la convinzione che il futuro non sia soltanto una tregua tra una guerra e l’altra.

Perché una società non sopravvive soltanto quando si smette di combattere. Sopravvive quando torna ad educare i propri figli.


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