Le braccia del potere. Perché la polizia non è neutrale


di Renato Turturro


Una riflessione sul ruolo delle forze di polizia nello Stato contemporaneo: dal monopolio della forza ai decreti sicurezza, fino alla diffusione della cultura del controllo in ogni ambito della società.

La polizia non nasce per scoprire la verità, nasce per conservare gli interessi della classe dominante. Dobbiamo partire da questo (pre)giudizio di classe, se vogliamo problematizzare realmente sul tema del monopolio della forza delegato a questi corpi armati. È necessario provare a trovare l’ oggettività delle cose senza rinunciare a prendere atto che le narrazioni, i metodi di ricostruzione dei fatti, le leggi non sono elementi di neutralità, ma sono parte della struttura di una certa idea concreta di società. Le polizie sono necessarie al funzionamento di questa struttura e organizzazione sociale. Dovremmo domandarci sempre: a chi giova? 

I corpi di polizia sono presenti nella società fin dall’ antichità, in forma privata e in forma pubblica. Hanno il potere di indagare, perseguire e agire d’iniziativa, annotare, informare l’ autorità giudiziaria, notificare notizie di reato, scegliere chi e su cosa indagare, procedere con fermi, arresti, sequestri, perquisizioni che seppur da convalidare possono essere formalizzati a posteriori. Per qualsiasi tema sociale la polizia e le polizie possono intervenire e vengono coinvolte. La polizia determina di fatto l’ andamento dei fatti, riporta dal suo punto di vista e la magistratura arriva in seguito a convalidare, processare, valutare e stabilire.

Non è la polizia che ha bisogno della magistratura, ma è l’ esatto opposto. La riforma dei corpi di polizia ha evitato una tipologia di morte, ma a conti fatti nel corso degli anni ne sta producendo altre. L’ illusione del concetto di processo requisitorio sta saltando. I decreti sicurezza, gli scudi penali, gli ampi poteri rispetto all’ uso degli strumenti “preventivi” lo dimostrano. L’ onere della prova è a carico di chi subisce la violenza di Stato personificata nella divisa. Il campo di azione della polizia è un territorio della società incontrollato da parte di osservatori terzi, in questo spazio non esistono garanzie sostanziali.

Dovremmo provare a trovare lo slancio per cercare dei nostri metodi di controindagine e contronarrazione, non soltanto seguire di riflesso e di reazione ciò che viene stabilito nelle procure e nelle aule di tribunale, delegando totalmente le nostre vite. Arrivati a quel punto abbiamo già perso. L’ universalità del diritto è un’ illusione se non vengono appianate prima le differenze economiche e sociali.

Lo stanno dimostrando tutti i casi di abusi da parte delle polizie, lo dimostra la compiacenza di parte del mondo della sanità, della scuola, dei servizi sociali, l’ azione di complicità di semplici cittadini che collaborano inconsapevolmente a uccidere una persona in richiesta di aiuto. È in corso una diffusione dei metodi polizieschi in ogni ambito della vita.

Anche i corpi militari stanno avendo funzioni di polizia, sia internamente agli Stati che nelle questioni estere. Lo dimostra la presenza di polizie private anche in luoghi pubblici, lo dimostrano le squadre di picchiatori assoldati di fronte ai picchetti operai, lo dimostrano gli arresti di leader politici non desiderati in paesi terzi.

Dobbiamo distruggere le lenti che ci fanno vedere il mondo con gli occhi di chi detiene il potere, perché le polizie sono le loro braccia tentacolari. Bisogna avere il coraggio di mettere in discussione i concetti di sicurezza e giustizia. Dobbiamo chiederci: chi e dove sono i nostri?

I passaggi sono complessi e la fase storica è sfavorevole, ma bisogna compiere dei salti trasformativi necessari. Per farlo bisogna recuperare la diffidenza. È un fatto di sopravvivenza, è un fatto di appartenenza.


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