Le altre Sollicciano: il carcere italiano fuori dalla Costituzione


Dal sequestro del penitenziario fiorentino alle celle invase da muffa, senza acqua e con sovraffollamento oltre il 200%. L’Italia scopre che Sollicciano non è un’eccezione ma il simbolo del fallimento di un intero sistema penitenziario.

Il sequestro di sette sezioni del carcere di Sollicciano, confermato anche dal Tribunale del Riesame dopo il ricorso del Ministero della Giustizia e del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, non è soltanto una clamorosa vicenda giudiziaria. È la certificazione che una parte del sistema penitenziario italiano è ormai fuori dalla legalità costituzionale.

Infiltrazioni d’acqua, muffe, cimici, zecche, casi di scabbia, vetri rotti, animali infestanti, impianti elettrici pericolosi. Un degrado tale da indurre la magistratura a utilizzare le norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro per intervenire, non esistendo strumenti giuridici altrettanto incisivi per tutelare direttamente le condizioni di vita delle persone detenute.

Ma la vera domanda è un’altra: quante Sollicciano esistono in Italia?

La risposta è semplice e drammatica: troppe.

Perché il carcere fiorentino è soltanto la punta dell’iceberg di un sistema penitenziario al collasso, un universo fatto di sovraffollamento, abbandono strutturale e sistematica violazione dei diritti fondamentali.

I numeri sono impressionanti.

A Lucca, il carcere più sovraffollato d’Italia, ci sono 95 detenuti per una capienza effettiva di appena 37 posti disponibili. Il tasso di affollamento ha raggiunto il 256,8%.

Seguono Foggia con il 225%, Grosseto con il 213%, Lodi con il 212%, Milano San Vittore e Brescia Canton Mombello con il 210%, Udine con il 210% e Latina con il 204%.

Sono dati che in qualsiasi altro contesto farebbero gridare allo scandalo umanitario. E invece nelle carceri italiane vengono considerati quasi normali.

A San Vittore, a Milano, le associazioni hanno documentato muri scrostati, infiltrazioni, finestre rotte, celle minuscole e prive di arredi, infermerie in condizioni igieniche pessime. Nel reparto femminile mancano perfino i bidet.

A Regina Coeli, nel cuore di Roma, in gran parte delle celle manca l’acqua calda e molti detenuti non dispongono nemmeno di beni essenziali come coperte, posate o un tavolino per mangiare. A Frosinone l’acqua corrente viene erogata a singhiozzo. A Bologna i pavimenti sono scrostati, le docce invase dalla muffa e il reparto infermeria versa in condizioni di profondo degrado. Ad Augusta manca spesso la corrente elettrica e il riscaldamento non funziona. A Rebibbia, si trovano docce con cavi elettrici scoperti, muffa ovunque e un’emergenza psichiatrica che travolge detenuti e personale penitenziario.

Nel carcere di Mammagialla, a Viterbo, esistono perfino cubicoli per l’ora d’aria talmente piccoli e degradati da non essere utilizzati da nessuno.

È un elenco che potrebbe continuare per pagine. Le altre Sollicciano sono ovunque.

E l’estate, con temperature sempre più torride a causa della crisi climatica, rende tutto ancora più insopportabile. Celle trasformate in forni, mancanza d’acqua, assenza di spazi adeguati e strutture fatiscenti diventano una seconda pena, non prevista da alcuna sentenza.

Da anni il Consiglio d’Europa e la Corte europea dei diritti dell’uomo richiamano l’Italia per le condizioni detentive e per la scarsa attenzione alla salute, soprattutto quella mentale, delle persone recluse.

Da anni associazioni, garanti e magistrati denunciano la situazione. Da anni si parla di emergenza.

Eppure i governi che si sono succeduti hanno risposto sempre allo stesso modo: promettendo nuove carceri, nuovi padiglioni, moduli prefabbricati e più posti detentivi.

Mai una vera politica di decarcerizzazione. Mai un investimento serio nelle misure alternative. Mai un piano per riportare il sistema penitenziario dentro i confini della Costituzione.

Il 22 settembre la Corte costituzionale si pronuncerà sul caso di un detenuto di Sollicciano costretto a vivere in condizioni degradanti. Una decisione che potrebbe aprire la strada al cosiddetto “numero chiuso” nelle carceri, imponendo allo Stato di non superare la capienza effettiva degli istituti.

Sarebbe una svolta storica. Perché la verità è che il problema non è Sollicciano.

Il problema è un modello penitenziario costruito sul sovraffollamento e sulla segregazione, che continua a considerare il carcere come una discarica sociale in cui rinchiudere povertà, marginalità, disagio psichico e dipendenze.

Per questo assume un valore particolare l’iniziativa promossa dall’Alleanza per l’articolo 27. Il 14 luglio oltre 330 persone tra rappresentanti delle istituzioni, università, cultura e società civile entreranno contemporaneamente in 34 istituti penitenziari di 29 città italiane.

L’obiettivo è semplice: rompere il muro dell’indifferenza.

Perché, come ricordava Piero Calamandrei, «per comprendere davvero il funzionamento della giustizia è necessario vedere il carcere».

E oggi vedere il carcere significa vedere una delle più grandi rimozioni della democrazia italiana. L’Articolo 27 della Costituzione italiana stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Ma quando migliaia di persone sono costrette a vivere tra muffa, scarafaggi, caldo insopportabile, mancanza d’acqua e sovraffollamento estremo, non siamo più di fronte a un’emergenza amministrativa. Siamo di fronte a una violazione sistematica della Costituzione.

E forse il vero scandalo non è che esista Sollicciano. Il vero scandalo è aver scoperto, ancora una volta, che l’Italia è piena di altre Sollicciano.


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