L’arbitrio prefettizio in mare e in città

C’è un elemento di fondo che tiene saldamente insieme lo sgombero del Leoncavallo a Milano e il fermo della nave Mediterranea a Trapani, e che è destinato ad estendersi a tutti gli sgomberi e i fermi amministrativi a venire

di Marco Bascetta da il manifesto

C’è un elemento di fondo che tiene saldamente insieme lo sgombero del Leoncavallo a Milano e il fermo della nave Mediterranea a Trapani, e che è destinato ad estendersi a tutti gli sgomberi e i fermi amministrativi a venire.

Potremmo definirlo una concezione prefettizia della società. Di che cosa si tratta? In linea generale consiste nella risoluzione di contenziosi o situazioni «irregolari» con un atto di perentoria autorità, accompagnato, all’occorrenza, da una azione di forza. In questi casi il potere statale nella sua forma più astratta e priva di contenuto, come pura e semplice rivendicazione di comando, si esercita, senza entrare nel merito, contro realtà concrete e portatrici di specifici contenuti: per esempio il salvataggio di naufraghi in mare o la creazione di forme di aggregazione e attività collettive nelle aree degradate o marginali delle metropoli.

Queste iniziative occupano lo spazio abbandonato dal disinteresse o dall’omissione volontaria dello stato, nonché lasciato in sospeso da un valore di mercato contingentemente svantaggioso per la proprietà. E lo fanno, naturalmente, con mezzi, forme e motivazioni del tutto diverse e antitetiche a quelle proprie del potere statale. Ovverosia attraverso una mobilitazione dal basso che non rispetta l’ordine gerarchico dei poteri, respinge l’arbitrarietà delle regole e sviluppa forme di autogestione.

Diciamo concezione prefettizia e non statalista in senso più ampio, poiché questa pratica si limita allo spazio di arbitrio che la legge e le sue interpretazioni più reazionarie riservano agli organismi esecutivi che agiscono in rappresentanza dello stato. Uno spazio dove anche l’interlocuzione e il confronto con altre sedi istituzionali competenti vengono regolarmente elusi e l’argomentazione razionale del proprio agire ritenuta del tutto superflua. Non vi è posto qui nemmeno per l’ideologia.

Se un’autorità esecutiva impone a una nave, che ha raccolto naufraghi già stremati, di attraccare in un porto che dista centinaia di miglia da quello più vicino non può darsi alcuna ragione argomentabile alla luce del sole. La motivazione è infatti solo quella, infame e illegittima, di ostacolare, ritardare e logorare le navi e gli equipaggi impegnati nel salvataggio dei naufraghi nel Mediterraneo. L’unica via praticabile è un puro e semplice esercizio di autorità che non ha bisogno di giustificarsi.

Analogamente lo spazio di arbitrio prefettizio, (che ispira le decisioni di un ministro degli interni che da quel mondo proviene), permette di infischiarsene del fatto che altre istituzioni (per esempio il comune di Milano nel caso del Leoncavallo) abbiano intavolato trattative per risolvere contenziosi in modo da salvaguardare le esigenze delle parti in causa e il valore delle esperienze politiche e culturali cresciute nel corso degli anni. Nessun confronto e nessuna interlocuzione sono però previsti nella logica prefettizia. La spiegazione è semplice: ristabilire il principio di autorità viene prima e a prescindere da qualunque necessità concreta della società e da ogni equa valutazione dei fatti.

Ma ancor più del rispetto della gerarchia conta la riaffermazione ad ogni costo dell’astratto principio di proprietà. Diciamo principio astratto poiché esonerato di fatto da quella responsabilità sociale che la Costituzione pretenderebbe comunque dalla proprietà privata, per non parlare di quella pubblica gestita con i medesimi criteri privatistici. È un fatto che in molti casi agli sgomberi di edifici occupati non abbia fatto seguito alcun riutilizzo, restauro o riqualificazione dei medesimi, ma solo una riappropriazione formale in eterna attesa di condizioni più favorevoli a operazioni di natura speculativa o clientelare.

Quanto alla proprietà pubblica, poi, i tagli dei finanziamenti, le contese tra forze politiche e relative cordate, rinviano sine die e talvolta per sempre la restituzione di edifici e istituzioni culturali, alla fruizione pubblica della cittadinanza. Le città italiane sono piene di spettrali edifici che la «legalità» protegge da ogni riutilizzo, sia pure temporaneo, a favore dei cittadini. Le occupazioni sono state la concreta negazione di questa logica proprietaria che si afferma semplicemente sottraendo e «privando», recintando il nulla, e che la crociata governativa promette ora di ristabilire senza mediazioni e senza compromessi. La reazione a questa impresa repressiva che toglie senza nulla offrire però non ha tardato. Intanto con la manifestazione nazionale del prossimo 6 settembre a Milano. E poi con il generale riattivarsi di un movimento contro la gentrificazione e la riduzione delle città a macchine per il profitto.

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