di Vincenzo Scalia
Da Bologna a Torino, i lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo mostrano una deriva sempre più preoccupante: poteri crescenti per le forze di polizia, nessuna responsabilità e un progressivo arretramento delle garanzie costituzionali.
Negli ordinamenti degli Stati che si dicono di diritto, tra cui, fino a prova contraria, rientra anche l’Italia, esistono due presupposti su cui si fonda l’operato delle forze di polizia. Il primo riguarda la cornice legislativa, quindi il contesto più ampio. La polizia è l’apparato preposto a fare rispettare la legge, quindi l’ordinamento costituzionale, alla quale essa stessa è assoggettata. Le libertà civili e politiche, declinate in una cornice costituzionale, costituiscono un argine essenziale al potere delle forze dell’ordine. Senza di queste, avremmo lo sviluppo di un potere arbitrario e discrezionale, caratterizzato dalla commissione di abusi su larga scale.
Su un piano più ristretto, ovvero relativamente al modus operandi pratico dei poliziotti, le pratiche votate al mantenimento dell’ordine pubblico sono, oppure dovrebbero essere, soggette alle regole di ingaggio, ovvero a protocolli che incanalano le forme in cui i poliziotti si rapportano con il pubblico secondo modalità che concilino la prevenzione del disordine con il rispetto delle prerogative individuali e collettive. Si tratta ovviamente di un modello ideale, dal momento che la realtà è mediata dai conflitti politici e dalle differenze sociali. Tuttavia, l’attivismo e la mobilitazione diffuse, costituiscono dei validi contrappesi, capaci di arginare ogni deriva autoritaria.
Nel nostro paese, a partire dall’insediamento del governo Meloni, si sta assistendo a costanti derive che vanno in senso opposto a questi due presupposti. La pratica sempre più diffusa del lancio dei lacrimogeni ad altezza d’uomo ne costituisce un esempio calzante, ancorché allarmante. Lo scorso 2 ottobre 2025, nel corso di una manifestazione per la Palestina, a Bologna, Lince, una ragazza di 33 anni, è stata vittima di un lacrimogeno sparato ad altezza della faccia, che le ha fatto perdere un occhio. Sempre nella città felsinea, a febbraio, nel corso di un presidio dei residenti del Pilastro per opporsi alla cementificazione di uno spazio verde, le forze di polizia hanno sparato ad altezza d’uomo, come documentato da alcuni video registrati sia da alcuni manifestanti che da legali presenti sul posto. E’ stato solo il caso a scongiurare sviluppi tragici.
A Torino, lo scorso 24 maggio, nel corso degli scontri tra i tifosi delle due squadre, Marco Basoccu, di 24 anni, è stato colpito da un lacrimogeno, come recentemente accertato. In questo caso, a corollario della gravità della faccenda, sussiste il tentativo di manipolare le prove, negando le responsabilità degli agenti di polizia e attribuendo la responsabilità del grave episodio a tifosi della sponda opposta. Il Ministro degli Interni, intervistato in merito, ha candidamente ammesso che non esistono protocolli, regole di ingaggio, programmi di formazione, che disciplinino l’utilizzo dei gas lacrimogeni da parte delle forze di polizia.
La dichiarazione del ministro, appare preoccupante sotto vari aspetti. Il primo riguarda la forma in cui l’ammissione è stata estrinsecata. Non si è trattato del riconoscimento, o della scoperta, di una carenza relativa alle forze di polizia a cui ci si propone di ovviare. Soprattutto in considerazione di morti assurde come quelle di Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini o Stefano Cucchi. Che non morirono per i lacrimogeni, bensì per i pestaggi delle forze dell’ordine. Che avvennero, come si accertò nel corso dei processi, anche queste in seguito alla mancanza di regole di ingaggio e di protocolli di formazione. Il ministro non ha rilasciato alcuna dichiarazione che esprime la sua preoccupazione per la sopravvivenza di questo spazio di discrezionalità. Al contrario, ha lasciato intendere che la situazione rimarrà immutata.
Il secondo aspetto che ci preoccupa, è proprio la mancanza di volontà politica di ridurre la discrezionalità delle forze dell’ordine, che ispira fin dall’inizio la politica dell’esecutivo in carica in materia di ordine pubblico. Nel corso dei vari ddl sicurezza varati da questo governo, la tendenza ad aumentare le prerogative delle forze di polizia è emersa in tutta la sua gravità. Dalla possibilità di utilizzare le armi di proprietà fuori servizio fino allo scudo penale, ovvero la protezione per gli esponenti delle forze dell’ordine che commettono abusi, incluso quello di sparare i lacrimogeni ad altezza d’uomo, nell’esercizio delle loro funzioni.
Il rifiuto di stabilire protocolli e introdurre regole d’ingaggio, si relaziona perciò alla scelta di aumentare i poteri repressivi delle forze di polizia a discapito della tutela delle libertà fondamentali. Si potrebbe affermare, senza tema di smentite, che si tratta di un modo per aggirare il reato di tortura, introdotto nell’ordinamento penale nel 2017, e che ha suscitato più di un malessere tra i tutori dell’ordine.
Il terzo aspetto che preoccupa riguarda il modello di potere che questo governo coltiva e mette in pratica. Siamo di fronte a una gestione neo-napoleonica delle piazze, che si concreta nella militarizzazione del territorio, nel rifiuto di rapportarsi coi poteri locali, nella scelta di abbandonare ogni possibilità di mediazione, nella demonizzazione del dissenso. Il governo attuale chiede un potere assoluto, arbitrario, che deve dispiegarsi su tutto il corpo sociale a discapito delle istanze di alterità che lo attraversano. In funzione di un modello di collettività monolitico, permeato dal quadrinomio Dio, patria, famiglia, lavoro (precario). Con Futuro Nazionale alle porte, le cose rischiano di peggiorare. Opponiamoci. In nome della Costituzione.
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