La sinistra sicuritaria

di Italo Di Sabato

Perché il paradigma della paura spinge la sinistra sul terreno della destra

La ciclica “emergenza sicurezza” aleggia di nuovo sul dibattito politico italiano. Non è una novità: in passato l’invocazione tattica dell’ordine pubblico ha spesso spianato la strada alla destra, contribuendo a spostare il baricentro dell’opinione pubblica verso soluzioni muscolari e risposte immediate, purché appariscenti. Oggi il copione si ripete. La destra agita con forza il passepartout della retorica sicuritaria, che le ha consentito di far passare il ddl 1660 – poi trasformato nel decreto chiamato, non a caso, “sicurezza”.

Dall’inizio legislatura Fratelli d’Italia e Lega competono a chi rilancia più forte: sfratti-lampo, caccia ai “maranza”, ritiri di cittadinanza, repressioni annunciate come spot elettorali. Il rischio, però, è che l’onda emergenzialista cominci a strisciare anche nel campo progressista, dove il riflesso dell’“ordine” come risposta immediata potrebbe tornare a manifestarsi.

Quando la sinistra rincorre la destra

Ciclicamente il dibattito sulla sicurezza torna a occupare la scena politica italiana, e quasi sempre lo fa nel modo sbagliato: come competizione simbolica tra partiti che cercano consenso facile più che soluzioni reali. È ciò che sta accadendo oggi nel Partito Democratico, dove riaffiora la tentazione di rincorrere la destra sul suo terreno, per non lasciarle l’esclusiva sul linguaggio dell’ordine pubblico.

Peccato che, mentre la discussione si riaccende, i dati dicano tutt’altro: la criminalità non aumenta, l’Italia resta tra i paesi più sicuri d’Europa. Eppure i numeri vengono manipolati, decontestualizzati, schiacciati dentro narrazioni emotive. La cronaca nera si trasforma in spettacolo continuo, e l’ultima variante è la “caccia ai ragazzini”, con episodi isolati elevati a emergenza nazionale.

Il vero nodo non è come garantire sicurezza, ma come sottrarre alla destra il monopolio simbolico sul tema. Così, mentre Meloni costruisce un immaginario epico fatto di minacce e soluzioni drastiche, nel Pd scatta il riflesso condizionato: mostrare rigore, durezza, severità. Una rincorsa destinata alla sconfitta, che evita la questione più centrale: la sicurezza dei diritti, sempre più fragile.

Negli ultimi decenni abbiamo assistito alla precarizzazione del lavoro, alla frammentazione sociale, a una competizione esasperata. Le esistenze si sono fatte liquide, esposte alle pressioni del mercato globale e alla retorica della performance. A questo si aggiungono multiculturalità crescente, stili di vita plurali, percorsi individuali frammentati. In questa cornice, l’altro viene percepito come minaccia, non come potenziale alleato. È qui che prolifera il sicuritarismo: nelle pieghe di una società individualizzata, impaurita, priva di reti di senso collettivo e di protezione sociale.

L’emergenza come linguaggio politico trasversale

Va detto che la deriva emergenzialista non riguarda solo la destra o il Partito Democratico. Intorno al tema della “sicurezza”, nel tentativo di rivitalizzare il Movimento 5 Stelle e affrontare la crisi di consensi, Giuseppe Conte ripesca il vecchio armamentario giustizialista, mai del tutto dismesso. Neppure Alleanza Verdi e Sinistra ne è del tutto immune. Il deputato napoletano Francesco Emilio Borrelli, esponente di Europa Verde, utilizza spesso i social per denunciare piccoli episodi di degrado urbano, trasformandoli in micro-allarmi continui. Una strategia comunicativa che finisce per alimentare la stessa narrativa binaria del “decoro contro il caos”.

Il meccanismo ricorda quello di Cicalone, che si muove nelle periferie romane e sulla metropolitana in una sorta di safari urbano alla ricerca di borseggiatori o “nemici del decoro”, talvolta affiancato da lottatori di palestra. Contenuti pensati per suscitare indignazione e percezione di assedio, più che per analizzare dinamiche sociali o proporre alternative.

Segno che la logica emergenzialista non è una posizione politica: è una grammatica emotiva, contagiosa e trasversale.

Quando la paura sostituisce la politica

In questo contesto, la sicurezza diventa un feticcio, una scorciatoia retorica che soppianta ogni discorso strutturale. I problemi concreti – precarietà, povertà, diritti deboli, mancanza di servizi – scompaiono, mentre domina la promessa di più polizia, più punizioni, più ordine.

Eppure una sinistra che voglia definirsi tale dovrebbe partire dal contrario: comprendere che la sicurezza non è un fatto individuale, né un’anomalia antropologica attribuita alle “classi pericolose”. È un prodotto delle trasformazioni economiche, delle disuguaglianze, della disgregazione sociale.

Ricominciare dalla sicurezza dei diritti

Per emanciparsi dalla subalternità culturale alla destra, il centrosinistra deve cambiare paradigma: parlare di sicurezza partendo dai diritti, non dalla punizione. Sicurezza significa poter lavorare senza ricatti, abitare senza precarietà perpetua, muoversi nello spazio pubblico senza discriminazioni. Significa servizi che funzionano, comunità che si reggono sulla cura, sulla solidarietà, protezioni reali contro le vulnerabilità economiche.

Ma soprattutto significa riconoscere ciò che il paradigma mainstream della “sicurezza” sistematicamente ignora. L’ossessione per il micro-crimine e per il decoro urbano rimuove le insicurezze più pervasive e strutturali: il supersfruttamento nei luoghi di lavoro, lo strozzinaggio degli affitti che divora i redditi, la catena ininterrotta di incidenti e morti sul lavoro, i crimini ecologici che avvelenano territori e comunità, l’aumento della mortalità legata a contaminazioni tossiche, fino alla normalizzazione delle collusioni fra mafie e élite economiche. Sono queste le vere minacce alla sicurezza collettiva, quelle che sfuggono allo sguardo mediatico perché non si risolvono con un arresto spettacolare o una nuova fattispecie di reato, ma con politiche di lungo periodo che intaccano privilegi e profitti.

Per questo una prospettiva realmente democratica e orientata ai diritti deve invertire radicalmente la distribuzione delle risorse pubbliche: meno investimenti nella dimensione punitiva e più nel terreno della prevenzione sociale e della regolazione economica. Significa rafforzare gli ispettorati del lavoro, le Asl, le agenzie ambientali; finanziare la sanità e i servizi sociali pubblici; sostenere la scuola come istituzione civile, non come luogo di propaganda sicuritaria o di esaltazione para-militare. La sicurezza non può essere insegnata da chi porta la logica dell’ordine gerarchico dentro le aule, come in una versione aggiornata e pubblicitaria del moralismo patriottico di De Amicis: deve essere costruita attraverso saperi critici, inclusione, partecipazione democratica.

In ultima analisi, la sicurezza democratica è incompatibile con un modello di capitalismo assolutizzato, che considera la vita umana e la vita del pianeta variabili subordinate alla crescita illimitata e al potere economico. Un modello che, a livello globale, trova espressioni politiche aggressive e apertamente ostili allo stato di diritto, come dimostra la retorica di leader che rivendicano lo sprezzo per ogni regola che limiti il dominio economico e sociale. Al suo opposto, una sinistra credibile dovrebbe sostenere che la sicurezza non nasce dalla paura, ma dalla giustizia; non dall’emergenza permanente, ma da una società in cui i diritti del vivente — umani e ambientali — siano il fondamento, non un ostacolo.

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