di Collettivo Rotte Balcaniche
Cinque attivisti del Collettivo Rotte Balcaniche sono stati arrestati dopo un saluto ai migranti rinchiusi nel centro di Pastrogor e poi assolti dall’accusa di “hooliganism”. Il racconto di due giorni di detenzione, abusi e intimidazioni contro chi rompe l’isolamento imposto dal regime europeo delle frontiere.
Cinque membri del Collettivo Rotte Balcaniche sono stati detenuti per due notti e portati a processo in direttissima dopo un saluto di solidarietà all’esterno del centro di detenzione di Pastrogor. Nel frattempo, la polizia ha distrutto la nostra auto e ne ha rubato le targhe.
Nella serata di sabato 29 agosto, abbiamo portato ancora una volta la nostra solidarietà alle persone recluse a Pastrogor. Lo abbiamo fatto il giorno dopo che dodici persone avevano provato l’evasione, un tentativo brutalmente represso dalla polizia. Sapevamo che erano state recluse in un più duro regime di isolamento al piano terra. Abbiamo salutato i detenuti con uno striscione con scritto أنتُم لَستُم وحدَكُم (“Non siete soli” in arabo), “Libertà per tuttx” e “Smash the EU Pact”, gridando “Freedom, Hurrya, Azadi”. Alcuni dei reclusi hanno risposto sventolando in silenzio dei drappi bianchi dalle finestre sbarrate, mentre altri urlavano “We want freedom”.
In meno di cinque minuti, circa quindici agenti di polizia sono arrivati e ci hanno circondato. Sono corsi verso di noi mostrando i manganelli e ci hanno portato all’interno del centro, dove ci hanno sottoposte a una perquisizione aggressiva e ci hanno confiscato alcuni effetti personali. Ci hanno poi trasportato alla stazione di polizia di Svilengrad, dove siamo state messe in detenzione.
Dopo aver trascorso una notte in una cella sporca e priva di aria — senza mai avere la possibilità di chiamare il nostro avvocato, senza ricevere alcuna informazione legale e senza traduzioni dei documenti che ci chiedevano di firmare — la polizia ci ha detto che saremmo state portate in un “cocktail bar”. Invece, siamo state costrette a marciare incatenate per le strade di Svilengrad fino al tribunale, per un’udienza di cui non sapevamo nulla. Lì, circa una dozzina di agenti di polizia ci stava aspettando per testimoniare contro di noi davanti alla giudice. Nonostante le pressioni per farci accettare un avvocato d’ufficio, siamo riuscite a far rinviare l’udienza in assenza del nostro legale di fiducia. Tuttavia, la giudice stessa ci ha impedito ancora una volta di contattarlo.
La sera di domenica 31 agosto, quando avremmo dovuto essere rilasciati allo scadere delle 24 ore, la procura ha convalidato la custodia cautelare per 72 ore. Urlando, diversi agenti di polizia ci hanno trasferito in un’altra prigione, sottoponendoci a perquisizioni corporali e separandoci in celle diverse, ancora una volta senza alcun tipo di informazione legale e senza possibilità di comunicare con l’esterno. I materassi infestati dalle cimici dei letti, il cibo immangiabile, le celle piccole e sovraffollate, il divieto di uscire all’aria aperta, ma soprattutto il potere incontrollato e assoluto della polizia, ci hanno fatto provare, fortunatamente solo per poche ore, l’orrore insito in ogni galera.
Il giorno seguente, grazie al lavoro delle nostre compagne da casa, abbiamo ricevuto la visita del nostro avvocato di fiducia. Nel pomeriggio siamo state nuovamente trasportate in tribunale ammanettate, dove le testimonianze degli agenti sono crollate nelle loro stesse contraddizioni e siamo state pienamente assolte dall’accusa di “hooliganism”.
Nel frattempo, le nostre compagne avevano trovato la nostra auto con il parabrezza e il lunotto posteriore sfasciati, le gomme tagliate con un coltello e le targhe rubate. Le uniche persone a conoscenza della posizione dell’auto erano gli agenti di Svilengrad, gli stessi a cui siamo dovute andare per sporgere denuncia. Dopotutto, non è la prima volta che la polizia distrugge le auto dei solidali. Al momento la nostra auto è ancora trattenuta dalle autorità senza le sue targhe e non sappiamo quando potremo riaverla.
Inoltre, negli ultimi giorni, nel tentativo di rafforzare ulteriormente il monopolio dello Stato sulla vita dei reclusi, le guardie del centro ci stanno impedendo di farci visitare le persone durante gli orari previsti dal regolamento. Il numero di telefono attraverso il quale i detenuti possono contattarci è stato improvvisamente bloccato. Da dopo la fuga, ai prigionieri di Pastrogor è negata l’ora d’aria e l’elettricità è stata parzialmente staccata per diversi giorni.
Quello a cui noi, come solidali, siamo state sottoposte non è nemmeno paragonabile alle sofferenze e alla tenace lotta quotidiana delle persone in movimento e di tutti coloro che sono imprigionati dal regime dei confini e delle prigioni.
Non dimenticheremo mai la solidarietà che le persone recluse ci hanno dimostrato in questi giorni, nonostante la repressione che vivono quotidianamente e senza la protezione di un passaporto europeo. Ci hanno mostrato ancora una volta che la lotta si può fare solo insieme. Riconoscere il ruolo che il nostro privilegio ha giocato in questa vicenda non deve essere un esercizio passivo, ma deve spingere i nostri sforzi verso la demolizione del sistema di segregazione stabilito dal diritto europeo.
Questa repressione dimostra quanto un semplice gesto di solidarietà possa essere minaccioso per lo Stato quando rompe l’isolamento tra il dentro e il fuori, e quanto possa essere potente una lotta quando viene portata avanti insieme: anche il più brutale dispositivo di potere, come il nuovo Patto Europeo, può — e sarà — messo in discussione.
Non faremo un passo indietro e non smetteremo di lottare contro i confini, le carceri e il complesso militare-industriale. Non lasceremo che la nostra solidarietà venga indebolita. Persone dentro e fuori le mura delle carceri, che continuate a sfidare ogni giorno questo regime di confini e prigioni: non siete sole.
Libertà per tuttx. Abbattiamo l’UE, il suo Patto e tutti i suoi confini.
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