Antonella Bundu e altri attivisti colpiti con sanzioni fino a 20 mila euro per aver contestato il raduno della remigrazione. Mentre le piazze antifasciste vengono criminalizzate, il razzismo organizzato trova spazi, protezione istituzionale e legittimazione politica.
La notizia non è soltanto che Antonella Bundu è stata sanzionata dalla Questura di Prato per aver partecipato al presidio antifascista e antirazzista contro il raduno della cosiddetta “remigrazione” del 6 e 7 marzo scorso.
La notizia è che in Italia si può arrivare a rischiare una multa fino a 10 mila euro per contestare pubblicamente una proposta politica che punta alla deportazione di milioni di persone.
La notizia è che altri sindacalisti del SUDD Cobas sono stati colpiti da sanzioni che arrivano fino a 20 mila euro per avere partecipato alla stessa mobilitazione.
La notizia è che mentre vengono perseguiti coloro che si oppongono al razzismo e al neofascismo, chi organizza iniziative sulla remigrazione continua a trovare sale, spazi pubblici, copertura mediatica e interlocutori politici disposti a normalizzare l’inaccettabile.
Non siamo davanti a un episodio isolato. Siamo davanti a una tendenza sempre più evidente.
Da Firenze a Massa, da Pisa a Prato, passando per decine di altre città, le sanzioni amministrative stanno diventando uno strumento ordinario per colpire il dissenso. Il nuovo decreto sicurezza ha rafforzato ulteriormente un impianto normativo che trasforma il diritto di manifestare in un’attività sottoposta a rischio economico permanente. Non servono più necessariamente processi o condanne. Bastano verbali, multe, sanzioni amministrative e procedure che producono un effetto intimidatorio immediato.
L’obiettivo è evidente: rendere sempre più costoso protestare. Chi manifesta deve sapere che rischia conseguenze economiche pesanti. Chi organizza una mobilitazione deve sapere che potrebbe trovarsi di fronte a migliaia di euro di sanzioni. Chi partecipa a un presidio deve sapere che l’esercizio di un diritto costituzionale può trasformarsi in un problema personale.
È una forma di repressione più silenziosa di quella esercitata con i manganelli, ma non meno efficace.
Nel frattempo avviene qualcosa di ancora più grave. Mentre l’antifascismo viene trattato come un problema di ordine pubblico, la remigrazione viene progressivamente normalizzata nel dibattito pubblico. Un progetto che prevede l’espulsione di massa di milioni di persone sulla base della loro origine, della loro cultura o della loro presunta mancata assimilazione viene presentato come una legittima proposta politica. Gli organizzatori dei summit remigrazionisti vengono invitati nei talk show, pubblicati da grandi gruppi editoriali, ricevono sostegno da settori della destra politica e culturale.
Si produce così un rovesciamento inquietante. Chi denuncia il razzismo viene sanzionato. Chi diffonde il razzismo viene legittimato. Chi difende i diritti viene identificato come un problema. Chi propone deportazioni di massa viene trattato come un interlocutore. È esattamente in questo slittamento che si misura la gravità del momento che stiamo attraversando.
La questione non riguarda soltanto Antonella Bundu o i sindacalisti colpiti dalle sanzioni. Riguarda la qualità della democrazia. Riguarda il diritto di opporsi pubblicamente a idee e progetti che si pongono in aperto contrasto con i principi costituzionali di uguaglianza e dignità umana.
Non è un caso che l’attacco si concentri proprio contro chi costruisce solidarietà, mutualismo, antifascismo e antirazzismo. Le stesse reti che si mobilitano contro i CPR, contro le deportazioni, contro la guerra ai migranti e contro la criminalizzazione della povertà sono oggi tra i principali bersagli dell’apparato repressivo costruito negli ultimi anni.
Il messaggio è semplice: chi contesta deve essere scoraggiato.
Ma c’è un problema per chi pensa di poter governare attraverso la paura.
L’antifascismo non è un reato. La solidarietà non è un reato. Difendere la convivenza tra persone diverse non è un reato.
E soprattutto non può diventarlo perché una Questura decide di trasformare una manifestazione in un verbale.
La storia italiana insegna che ogni volta che il potere ha cercato di criminalizzare chi si opponeva al razzismo, all’autoritarismo e all’ingiustizia sociale, il risultato non è stato il silenzio. È stata una resistenza ancora più ampia.
Per questo le multe contro Antonella Bundu e contro gli altri attivisti non rappresentano soltanto un atto amministrativo.
Sono il sintomo di un clima politico nel quale si tenta di rendere normale l’intollerabile e di rendere colpevole chi continua ad opporvisi.
Ed è proprio per questo che vanno respinte e contrastate. Perché una democrazia che multa gli antifascisti mentre offre spazio ai teorici della remigrazione è una democrazia che sta smarrendo il confine tra chi difende i diritti e chi lavora per cancellarli.
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