La remigrazione è fascismo

Il trumpismo in salsa italiana avanza: non sottovalutarlo, organizzarsi per fermarlo

La proposta di legge “Remigrazione e Riconquista: Disposizioni in materia di governo dei flussi migratori, istituzione del programma nazionale di Remigrazione e di un fondo per la Natalità italiana” ha raggiunto le 50.000 firme necessarie per l’approdo in Parlamento. Un fatto politico di enorme gravità. Non un folklore marginale, non l’ennesima provocazione social dell’ultradestra, ma un passaggio formale, concreto, inquietante: il fascismo trumpiano prova a diventare norma giuridica anche in Italia.

È bene dirlo senza giri di parole: la remigrazione è un progetto di deportazione su base etnica e culturale. Non riguarda solo chi è privo di documenti, ma anche persone regolarmente presenti, colpevoli di non essere ritenute “assimilate”. È una pulizia etnica mascherata da politica pubblica. È razzismo di Stato. È incostituzionale. Ed è già abbastanza forte da bussare alle porte delle istituzioni.

Fuori dal Parlamento – per ora – il Comitato RER – Remigrazione e Riconquista, che raccoglie CasaPound, Veneto Fronte Skinheads, Rete dei Patrioti con ex militanti di Forza Nuova, non è riuscito a tenere la conferenza stampa alla Camera sul progetto di deportazione di massa. Bene. Ma sarebbe un errore fatale leggere questa giornata come una vittoria definitiva. Quella scena – le porte chiuse di Montecitorio – è solo una tregua tattica, non l’arresto dell’offensiva.

Perché quelle frange non sono isolate. Sono corteggiate, normalizzate, contese. Dall’ex generale Roberto Vannacci, ma anche dalla Lega, che non a caso ha appena legittimato pubblicamente il razzista e suprematista britannico Tommy Robinson, ricevuto da Matteo Salvini. Fratelli d’Italia finge distanza istituzionale da quando governa, ma le sue fondamenta ideologiche restano compatibili con questo impianto. La giornata “da leoni” degli skinheads ha reso visibili anche le fratture interne alla maggioranza: tra chi vuole apparire presentabile e chi spinge per lo scontro frontale. Ma la direzione di marcia è comune.

Il copione è ormai collaudato in tutta Europa. I gruppi apertamente neofascisti agitano il tema con flash mob, striscioni, piazze, firme, mentre i partiti sovranisti e nazionalpopulisti – spesso nient’altro che estremisti che ce l’hanno fatta – raccolgono e istituzionalizzano. È successo in Austria, con il Movimento Identitario a fare da avanguardia e l’FPÖ da sponda politica. È successo in Germania, dove il legame tra neonazismo e AfD sulla remigrazione ha prodotto gigantesche manifestazioni antirazziste. Succede nel Nord Europa, con i Democratici Svedesi, in Danimarca con il Partito del Popolo Danese, in Olanda con Geert Wilders, in Belgio con il Vlaams Belang, in Spagna con Vox, in Portogallo con Chega.

In Francia la dirigenza del Rassemblement National prende le distanze a parole, ma le connessioni identitarie prosperano soprattutto nei settori giovanili. Non a caso: è proprio in Francia che negli anni Novanta si è strutturata l’ossessione paranoica della “Grande Sostituzione”, matrice ideologica comune di questi progetti. L’Europa viene immaginata come corpo etnico da “ripulire”, la cultura come sostituto della razza, e oggi – senza più vergogna – la razza torna a dire il suo nome.

A livello globale il modello è uno solo: Donald Trump. Il suo progetto di deportazioni di massa, di ritorno a un’America pre-diritti civili, di criminalizzazione strutturale dei migranti è la forma compiuta della remigrazione. Una pulizia etnica amministrata. È a questo che guardano. È questo che vogliono importare.

Centocinque anni fa, come ricordava Emilio Lussu, i primi deputati fascisti entravano armati in Parlamento e trascinavano fuori gli oppositori. Ieri quei portoni sono rimasti chiusi ai neofascisti. Bene. Ma la minaccia non resterà fuori a lungo. È già dentro: quando un ministro come Francesco Lollobrigida parla di “sostituzione etnica”, sta legittimando l’ossatura teorica della remigrazione. Quando una proposta che prevede l’espulsione di persone regolari diventa “discutibile”, la diga è già rotta.

La vicinanza politica e ideale di Giorgia Meloni a Trump è vicinanza a queste politiche. La sfilata fermata ieri a Montecitorio era, a tutti gli effetti, una sfilata trumpiana. Forse c’è imbarazzo per i personaggi più impresentabili, ma non c’è distanza reale sul terreno dell’odio antimigranti.

Il punto più pericoloso è questo: senza alcun filtro di costituzionalità, quella proposta di legge è ora su una piattaforma governativa. In poche ore ha già raccolto una massa di firme. Grazie alle sottoscrizioni digitali – tardive e mal progettate – una proposta razzista e incostituzionale può diventare oggetto di dibattito legittimo. E magari di consenso imprevisto.

Chi pensa che basti chiudere una porta si sbaglia. Serve aprire gli occhi. Serve organizzarsi, socialmente e politicamente. Serve contrastare questo vento, prima che diventi tempesta. Perché la remigrazione non è un’idea sbagliata da confutare: è fascismo, e il fascismo non si discute. Si ferma.

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