La propaganda di guerra sfila per le strade di Monza con il patrocinio del Comune


Dopo le iniziative nelle scuole e gli eventi con l’Esercito, il 28 giugno la città ospita il raduno provinciale dei Bersaglieri. I Genitori e insegnanti contro la guerra e la militarizzazione denunciano la normalizzazione della cultura militare e la crescente militarizzazione dello spazio pubblico.

Ancora una volta Monza diventa il palcoscenico della propaganda militare. Domenica 28 giugno si terrà il Raduno Provinciale dei Bersaglieri, organizzato in occasione del centenario della fondazione della sezione locale e patrocinato dal Comune di Monza.

Il programma, pubblicato sul sito istituzionale dell’amministrazione comunale, prevede un «ammassamento» presso la Villa Reale, l’alzabandiera, la sfilata con le fanfare fino a piazza Trento e Trieste, la deposizione di una corona al monumento ai caduti, le allocuzioni ufficiali e il concerto delle fanfare.

Una manifestazione che, nelle intenzioni degli organizzatori, dovrebbe celebrare la storia e le tradizioni del corpo dei Bersaglieri, ma che per i Genitori e insegnanti contro la guerra e la militarizzazione – Monza e Brianza” rappresenta invece l’ennesimo tassello di un più ampio processo di normalizzazione della cultura militare.

In un duro comunicato, gli attivisti denunciano come l’iniziativa si inserisca «in piena sintonia con la linea governativa ed europea di rimilitarizzazione, investimenti nella macchina industriale per una riconversione bellica, esperimenti di reintroduzione della leva obbligatoria e criminalizzazione del dissenso interno».

Secondo il collettivo, il patrocinio concesso dal Comune non rappresenta un episodio isolato. Negli ultimi mesi, Monza è stata al centro di diverse polemiche per la promozione di iniziative che hanno visto protagoniste le forze armate, comprese attività nelle scuole e manifestazioni pubbliche considerate dagli oppositori veri e propri strumenti di reclutamento culturale e propaganda.

«La situazione sarebbe comica se non fosse tragica», scrivono gli estensori del comunicato. «Questo tipo di iniziative hanno il solo scopo di sdoganare la presenza dei militari in contesti civili e patrocinati, rafforzando le organizzazioni militari stesse».

Il punto politico sollevato è tutt’altro che secondario. In tutta Europa si assiste a un crescente investimento simbolico e materiale nella dimensione militare: aumento delle spese per la difesa, programmi di riarmo, presenza delle forze armate nelle scuole, festival, fiere, eventi sportivi e manifestazioni pubbliche. La guerra, da evento eccezionale, viene progressivamente presentata come un orizzonte permanente, e l’esercito come un attore ordinario della vita civile.

È in questo quadro che gli attivisti contestano la scelta del Comune di Monza. Non si tratta, sostengono, di una semplice celebrazione storica o folkloristica, ma di una precisa operazione culturale e politica.

Il comunicato è particolarmente netto anche sul piano della memoria storica. «L’iniziativa non può vantare nemmeno alcun valore storico e culturale, dato che l’unica cosa da ricordare di bersaglieri, alpini e ogni altro corpo militare sono le stragi di innocenti nelle varie campagne militari ingegnate dal generale di turno».

Una presa di posizione radicale che rifiuta la retorica patriottica e l’idealizzazione delle istituzioni militari, ricordando come la storia italiana sia segnata anche dalle guerre coloniali, dalle campagne di aggressione e dalle violenze perpetrate in nome della patria e della civilizzazione.

Da qui la denuncia finale: «Come genitori e insegnanti contro la guerra siamo stufi di vedere questa continua pubblicità di massacratori e cultura militare. Non crediamo nella propaganda di guerra e continueremo ad opporci con ogni mezzo».

Parole che riportano al centro una questione sempre più attuale: quale idea di società si sta costruendo quando le città, le scuole e gli spazi pubblici diventano luoghi di promozione dell’immaginario militare?

Per i promotori della protesta la risposta è chiara: la progressiva militarizzazione del discorso pubblico non è un fenomeno neutrale. È il segno di una trasformazione culturale profonda, nella quale la guerra viene normalizzata e le istituzioni civili finiscono per diventare cassa di risonanza della propaganda delle armi.

In una fase storica segnata da conflitti, riarmo e crescente autoritarismo, la contestazione del raduno dei Bersaglieri a Monza assume così un significato che va ben oltre i confini della città lombarda: è una critica alla trasformazione dello spazio pubblico in vetrina della cultura militare e un rifiuto dell’idea che l’educazione alla pace possa convivere con la celebrazione permanente degli eserciti.


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