I tre giovani arrestati a Torino tornano liberi: crolla l’allarme costruito, mentre lo Stato rilancia la caccia al dissenso
La montagna repressiva partorisce topolini giudiziari. Dopo giorni di titoli urlati, accuse iperboliche e una campagna politica-mediatica costruita sul mito dell’“emergenza Torino”, arrivano le prime decisioni dei giudici. E raccontano una storia molto diversa da quella agitata dal governo.
Due dei tre manifestanti piemontesi arrestati nel tardo pomeriggio di sabato 31 gennaio, durante la manifestazione nazionale per Askatasuna a Torino, sono stati scarcerati con obbligo di firma. Hanno 31 e 35 anni e sono accusati di resistenza. Il terzo arrestato, un ragazzo di 22 anni di origini toscane, fermato in differita domenica 1 febbraio e ripreso in alcuni video nei pressi dell’aggressione a un agente del Reparto Mobile di Padova, esce anche lui dal carcere e va ai domiciliari. Parliamo dello stesso agente incontrato in ospedale da Giorgia Meloni, trasformato per giorni in simbolo nazionale e poi dimesso con 20 giorni di prognosi.
Non è un dettaglio. È la dimostrazione plastica dello scarto tra la narrazione repressiva e la tenuta giuridica delle accuse. Se davvero fossimo stati di fronte a un quadro di terrorismo, eversione, devastazione organizzata, le misure cautelari sarebbero state ben altre. Invece, mentre i tribunali ridimensionano, la politica rilancia. Perché l’obiettivo non è la giustizia, ma l’intimidazione.
Il conto repressivo resta infatti pesante: 24 denunce a piede libero per resistenza, violenza a pubblico ufficiale, travisamento, inosservanza dei provvedimenti dell’autorità. E soprattutto una nuova inchiesta della Procura, al momento contro ignoti, con l’ipotesi di devastazione: il reato jolly che da anni viene usato per alzare artificialmente il livello dello scontro e giustificare misure eccezionali.
Ma non finisce qui. Proprio oggi, mercoledì 4 febbraio, in Procura a Torino partono gli interrogatori precautelari per una ventina di giovani e giovanissimi – diversi minorenni – appartenenti ai Collettivi Studenteschi. Sono indagati per le manifestazioni in solidarietà con la Palestina, contro la guerra e contro il governo, svoltesi tra settembre e novembre. La Procura ha già chiesto un’altra ondata di misure cautelari e restrittive. La repressione si allarga, colpisce i più giovani, sperimenta nuovi confini.
E come se non bastasse, il 13 aprile si aprirà in Corte d’appello a Torino il secondo grado del processo che vede un folto gruppo di compagne e compagni antagonisti torinesi, in particolare ancora una volta legati ad Askatasuna, accusati di associazione per delinquere. Un’accusa pesantissima, già smontata in primo grado, dove tutti gli imputati erano stati assolti. Ma riproposta, perché l’obiettivo non è vincere i processi: è tenere sotto pressione un intero pezzo di città, logorarlo, isolarlo, criminalizzarlo.
Il quadro è chiaro. Quando la repressione non regge nelle aule di giustizia, si sposta fuori: nelle misure preventive, nelle indagini a strascico, nei fogli di via, nei Daspo urbani, negli interrogatori ai minorenni, nella costruzione permanente di un clima di paura. Torino è diventata un laboratorio. Non di sicurezza, ma di governo autoritario del conflitto sociale.
E allora va detto senza ambiguità: le scarcerazioni non sono una concessione, sono una smentita. Smentiscono la propaganda, smentiscono l’allarme costruito ad arte, smentiscono l’idea che il dissenso sia un crimine. Proprio per questo il potere reagisce rilanciando, allargando il bersaglio, colpendo ancora. Perché non ha paura di chi ha torto, ma di chi continua a scendere in piazza nonostante tutto.
L’intervista di Radio Onda d’Urto all’avvocato Gianluca Vitale, legale torinese dei manifestanti. Ascolta o scarica
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