A Torino un convegno con Roberto Vannacci è stato riconosciuto dalla Questura come aggiornamento professionale per i poliziotti. Il questore è annunciato per i saluti. Il SILP CGIL chiede la revoca: «Mancano neutralità e natura tecnico-scientifica». Non è una semplice polemica sindacale, ma una questione che riguarda l’imparzialità costituzionale della Polizia di Stato.
Non è un comizio di Futuro Nazionale e neppure una delle tante presentazioni alle quali Roberto Vannacci viene invitato per esporre la propria visione del mondo. Il 18 settembre, all’NH Torino Centro, si terrà un seminario intitolato “Insicurezza urbana: il ruolo delle istituzioni e degli imprenditori”, organizzato dalla FSP Polizia di Stato insieme a FMPI. Tra i relatori ci sarà Roberto Vannacci, indicato nella locandina non come generale o esperto di qualche materia tecnica, ma nella sua attuale qualità di europarlamentare. Accanto a lui Pietro Senaldi, condirettore di Libero, il criminologo Emilio Chiodo, l’imprenditore Francesco Toselli e dirigenti nazionali e locali della FSP. Ad aprire i lavori, secondo il programma diffuso dagli organizzatori, saranno i saluti del questore di Torino Massimo Gambino.
Fin qui si potrebbe parlare di una discutibile iniziativa promossa da un sindacato di polizia. Ma c’è qualcosa che cambia completamente la natura della vicenda: la Questura di Torino ha riconosciuto quell’appuntamento come attività di aggiornamento professionale per il personale della Polizia di Stato.
Non è una supposizione. È scritto nella comunicazione dell’Ufficio Personale – Aggiornamento e Addestramento Professionale della Questura, datata 7 settembre e inviata ai dirigenti di una lunghissima serie di articolazioni: Ufficio Immigrazione, Gabinetto, Divisione Polizia Anticrimine, Squadra Mobile, Digos, Polizia amministrativa e sociale, Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico, commissariati, Polizia stradale, Polizia ferroviaria, Polizia di frontiera, Polizia scientifica e altri uffici. Il documento informa che la partecipazione può essere autorizzata secondo le norme sull’aggiornamento professionale e che la giornata effettivamente frequentata concorre al computo delle sei giornate annuali disponibili per la formazione.
È questo che rende il caso politicamente enorme.
Perché non stiamo discutendo del diritto di un poliziotto, fuori dal servizio, di ascoltare Vannacci. Quel diritto non è in discussione. Stiamo parlando di un’amministrazione dello Stato che attribuisce valore professionale alla partecipazione dei propri dipendenti a un’iniziativa nella quale uno dei protagonisti è il leader di un partito politico.
La differenza è sostanziale.
E il SILP CGIL Piemonte l’ha colta immediatamente. Il sindacato guidato regionalmente da Nicola Rossiello ha chiesto formalmente al questore la revoca del provvedimento, sostenendo che la presenza di Vannacci faccia venir meno uno dei requisiti essenziali previsti per questo genere di attività: la natura tecnico-scientifica e la «stretta neutralità dell’iniziativa rispetto a qualsiasi connotazione politica».
Non è una contestazione ideologica. È una contestazione istituzionale.
Il SILP richiama l’articolo 98 della Costituzione, il Codice di comportamento dei dipendenti pubblici, quello specifico del personale della Polizia di Stato e le direttive del Dipartimento della Pubblica Sicurezza. In particolare, sottolinea il principio secondo cui chi appartiene alle forze di polizia è al servizio esclusivo della Nazione e deve rispettare obblighi di imparzialità, mentre le attività riconosciute come autoformazione devono conservare carattere strettamente tecnico-professionale.
La domanda, allora, diventa inevitabile: che cosa c’è di tecnico-professionale nella relazione sulla “insicurezza urbana” di Roberto Vannacci?
Non è un criminologo, un magistrato, un docente di diritto, un sociologo della devianza, un funzionario specializzato nella gestione dell’ordine pubblico o un esperto di politiche urbane. È il dirigente di una formazione politica e un europarlamentare che ha costruito una parte rilevante della propria identità pubblica proprio sui temi dell’immigrazione, della sicurezza, dell’identità nazionale e della contrapposizione alle politiche antidiscriminatorie.
Questo naturalmente non gli impedisce di partecipare a qualsiasi dibattito pubblico. Ma dovrebbe impedire che la sua partecipazione venga trasformata dall’amministrazione di pubblica sicurezza in formazione professionale dei poliziotti.
Ed è significativo anche il titolo scelto: non “sicurezza urbana”, ma “Insicurezza urbana”. Prima ancora che inizi il dibattito, il frame è già costruito. La città viene rappresentata a partire dalla minaccia, dal pericolo, dall’insicurezza. E a discuterne vengono chiamati un leader politico della destra radicale, il condirettore di Libero, un imprenditore e dirigenti sindacali di polizia. Non risulta invece dalla locandina la presenza di studiosi chiamati a problematizzare la categoria stessa di insicurezza, di rappresentanti del mondo sociale, di associazioni che lavorano con migranti, senza dimora e marginalità urbana, né di soggetti portatori di una lettura alternativa delle politiche di sicurezza.
La composizione della tavola rotonda non prova di per sé alcuna violazione. Ma rende ancora più difficile comprendere come l’iniziativa possa essere presentata come uno spazio neutrale di aggiornamento tecnico.
È qui che la vicenda torinese supera Vannacci.
Da anni assistiamo a un processo di progressivo avvicinamento tra una determinata cultura politica e pezzi dell’universo delle forze dell’ordine. La retorica del poliziotto continuamente “con le mani legate”, la richiesta di nuove immunità, la guerra ai codici identificativi, l’espansione dei reati di resistenza e delle aggravanti, le campagne contro migranti, occupazioni e movimenti sociali, fino allo “scudo penale”, hanno costruito un terreno culturale nel quale la destra si presenta come rappresentante politica naturale degli apparati coercitivi.
Non è necessario immaginare complotti o organizzazioni occulte. Il processo è molto più visibile: avviene attraverso convergenze politiche, sindacali e culturali alla luce del sole.
E Torino ne offre adesso un’immagine quasi didascalica.
Un dirigente politico partecipa a un’iniziativa promossa da un sindacato di polizia. La Questura la riconosce come aggiornamento professionale. Il questore è annunciato nei saluti istituzionali. Agli operatori viene consentito di utilizzare una delle giornate destinate alla formazione per parteciparvi.
È precisamente questo passaggio dall’affinità culturale alla legittimazione istituzionale che dovrebbe preoccupare.
Perché la legge 121 del 1981 non ha semplicemente smilitarizzato formalmente la Polizia di Stato. Quella riforma rappresentava, almeno nelle intenzioni, il tentativo di collocare definitivamente la polizia dentro l’ordinamento democratico e costituzionale, separandola da una concezione militare e politicamente orientata dell’ordine pubblico. La sindacalizzazione della Polizia di Stato faceva parte di quella trasformazione.
Quarantacinque anni dopo, il problema che emerge a Torino riguarda esattamente quel confine: una forza di polizia appartiene alla Repubblica oppure può diventare progressivamente permeabile alle culture politiche di una parte?
Il merito del SILP CGIL è di aver posto il problema dall’interno della stessa Polizia di Stato. E questo rende impossibile liquidare la contestazione come l’ennesimo attacco “antipolizia”.
Rossiello non chiede di vietare il convegno. Chiede qualcosa di molto più preciso: che la Questura non lo riconosca come aggiornamento professionale.
È una distinzione fondamentale. Vannacci deve poter parlare. FSP deve poter organizzare il proprio convegno. I poliziotti devono poter partecipare come cittadini, se lo desiderano. Ma l’amministrazione pubblica non è tenuta a certificare come formazione professionale un’iniziativa politicamente connotata.
È questo il confine che la Questura di Torino sembra avere attraversato.
La questione diventa ancora più delicata se consideriamo il momento politico. Negli ultimi anni il governo ha costruito una parte importante della propria azione sulla moltiplicazione degli strumenti di polizia e di controllo: decreti sicurezza, nuovi reati, zone rosse, restrizioni alle proteste, protezioni rafforzate per gli operatori e una rappresentazione sempre più frequente del conflitto sociale come problema di ordine pubblico.
In questo quadro Vannacci non rappresenta un corpo estraneo. Rappresenta piuttosto la radicalizzazione di quella stessa cultura: una società letta attraverso identità, confini, disciplina, minacce interne ed esterne.
Per questo “la polizia vannacciana avanza” non significa sostenere che la Polizia di Stato sia diventata vannacciana. Significa indicare un processo politico: il tentativo di rendere sempre più normale la sovrapposizione tra l’universo delle forze dell’ordine e la cultura della destra radicale.
Ed è proprio la presa di posizione del SILP a dimostrare che dentro la polizia esiste un conflitto su quale debba essere il suo ruolo.
Da una parte c’è una concezione nella quale l’operatore di polizia viene progressivamente costruito come appartenente a un corpo separato dalla società, portatore di interessi propri e circondato da nemici: migranti, manifestanti, marginali, “professionisti del disordine”. Dall’altra sopravvive l’idea, molto più coerente con la riforma del 1981, di una polizia civile, sindacalizzata, sottoposta alla legge, politicamente imparziale e consapevole che il monopolio della forza comporta più responsabilità, non più immunità.
Il comunicato del SILP Piemonte, in questo senso, è importante anche oltre il caso specifico. Il sindacato non contesta le opinioni di Vannacci: contesta che l’amministrazione le faccia entrare, attraverso un riconoscimento formale, nello spazio della formazione professionale.
E pone implicitamente una domanda al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: questa è la formazione che il Viminale considera compatibile con l’imparzialità della Polizia di Stato?
La questione è arrivata anche in Parlamento. Nicola Fratoianni ha chiesto l’intervento di Piantedosi e l’annullamento del riconoscimento, mentre la senatrice Anna Rossomando ha annunciato un’interrogazione sul caso.
La risposta della Questura sarà quindi importante. Non soltanto per sapere se l’autorizzazione verrà revocata, ma per conoscere con quali criteri sia stata concessa in primo luogo.
Perché è questo il punto che non dovrebbe essere cancellato neppure da un eventuale passo indietro.
Qualcuno ha esaminato il programma. Qualcuno ha visto la locandina. Qualcuno ha visto il nome di Roberto Vannacci qualificato come europarlamentare. Qualcuno ha considerato un convegno sull’“insicurezza urbana” con un leader politico e il condirettore di Libero compatibile con i requisiti dell’aggiornamento professionale della Polizia di Stato. E il 7 settembre la Questura ha trasmesso formalmente l’iniziativa ai propri uffici. La circolare reca la formula “D’ordine del Questore”.
È questo che deve essere spiegato. La neutralità politica delle forze dell’ordine non è una formalità burocratica. È una garanzia per tutti, soprattutto per chi viene fermato, identificato, perquisito, denunciato o affrontato in piazza da quelle stesse forze dell’ordine. Chi possiede per conto dello Stato il potere di usare legittimamente la coercizione deve essere percepito come servitore della Repubblica, non come appartenente a un campo politico.
Per questo il caso di Torino non riguarda soltanto Vannacci. Riguarda il confine tra polizia e politica.
E quando quel confine comincia a diventare indistinto, non basta domandarsi che cosa Vannacci possa insegnare ai poliziotti. Bisogna chiedersi perché una Questura abbia ritenuto che potesse insegnarglielo come aggiornamento professionale.

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