Il Prefetto Franco Gabrielli ex capo della Polizia e il procuratore generale di Genova Enrico Zucca smontano la propaganda sicuritaria e avvertono: lo Stato vuole punire chi manifesta
C’è un fatto che dovrebbe far saltare sulla sedia chiunque abbia a cuore la democrazia, e non riguarda i titoli isterici di questi giorni né l’ennesimo pacchetto sicurezza annunciato dal governo. Riguarda una cosa molto più grave: la distanza ormai abissale tra la propaganda dell’esecutivo e ciò che dicono, con parole nette e competenti, due figure che di ordine pubblico e di Stato hanno visto tutto: Franco Gabrielli, ex capo della polizia, e Enrico Zucca, pubblico ministero del processo sulle torture alla Diaz e oggi procuratore generale a Genova.
Le loro interviste – Gabrielli a Repubblica, Zucca a il manifesto – sono due pezzi di realtà che entrano come una lama nel teatrino di questi giorni. E lo smontano pezzo per pezzo.
Gabrielli parte da un punto che nessuno può contestare senza disonestà: la solidarietà verso gli operatori aggrediti e la condanna netta di quei comportamenti è “un prerequisito”, “la soglia minima di serietà”. Bene. Ma è subito dopo che l’ex capo della polizia mette il dito nella ferita vera. “Questo è il momento di difendere chi indossa una divisa – dice – ma non solo dai violenti”. E alla domanda “da chi?”, risponde con una definizione che dovrebbe diventare un titolo permanente: “dagli incantatori di serpenti”.
Chi sono? Gabrielli non ci gira intorno: “Tutti quelli che usano gli operatori di polizia come una bandiera propagandistica, promettendo scorciatoie e soluzioni miracolose che, alla prova dei fatti, non proteggono proprio nessuno. A cominciare da chi indossa una divisa”.
Tradotto: il governo sta usando la polizia come un oggetto da campagna elettorale, la sta mettendo in prima linea non per tutelarla ma per sfruttarla, e sta costruendo un clima che renderà più probabile il conflitto e più fragile la fiducia tra cittadini e istituzioni. E lo fa con una propaganda securitaria “a finanza zero”, cioè fatta di parole, reati, pene e repressione: fumo negli occhi per non affrontare i nodi sociali reali.
Non è solo un giudizio politico. È un avvertimento operativo: “Non servirà. Difficilmente produrrà effetti significativi nella gestione dell’ordine pubblico. In compenso rischierà di radicalizzare ulteriormente lo scontro, irrigidire i rapporti già tesi nelle piazze, comprimere in modo significativo altri spazi di libertà”.
Il punto centrale, in Gabrielli, è una domanda che nessun ministro ha il coraggio di porsi: quale ordine pubblico merita un Paese democratico? E la risposta è devastante per l’impianto del governo: una democrazia può difendersi senza snaturarsi, senza stati di eccezione permanenti, senza allargare il perimetro degli “immuni”. Perché quando lo fai, tradisci la fiducia del Paese. E senza fiducia, la sicurezza diventa solo controllo.
Zucca, intervistato da Rita Rapisardi, spinge ancora più in profondità. E lo fa con l’autorevolezza di chi ha visto cosa succede quando l’ordine pubblico viene gestito in postura militare: Genova 2001, la Diaz, Bolzaneto. Il suo avvertimento è limpido: l’ottica repressiva di una polizia schierata contro un nemico indistinto rischia di trasformare gli agenti nel bersaglio di ogni insoddisfazione, identificandoli con l’oggetto della protesta. Mentre la funzione della polizia dovrebbe essere la tutela del diritto di manifestare, diritto minato anche dall’azione dei violenti.
Zucca dice una frase che andrebbe incisa sulle pareti del Viminale: poliziotti guardiani di libertà, non guerrieri. Perché la degenerazione del G8 ha prodotto un trauma e un effetto deterrente sul diritto di protesta, non sulle frange violente. Quelle, infatti, “ora puntualmente ritroviamo”.
È un punto cruciale, che demolisce l’ossessione repressiva. Nuovi reati e aumenti di pena iperbolici sono risposte che placano ansie e allarme sociale, ma non producono alcun effetto pratico. La realtà – dice Zucca – è che lo Stato non sa governare questi fenomeni sul piano politico e allora si rifugia nel parossismo penale. L’overcharging, la scelta di contestare reati sproporzionati, è l’altra faccia dell’impotenza.
Zucca porta anche un confronto che il governo evita come la peste: Francia e Inghilterra hanno conosciuto rivolte estese, molto più ampie di qualunque scontro torinese. Eppure, per i reati commessi nelle piazze europee, le condanne medie non superano i due anni. In Italia, invece, si riesuma e si agita con facilità il reato di devastazione e saccheggio, con pene minime di 13 anni e massime di 20. Un mostro giuridico che non ha nulla a che vedere con la proporzionalità e molto con la vendetta politica.
E poi c’è il nodo più tossico: lo “scudo penale” e l’impunità. Zucca smonta la favola del “chilling effect” delle indagini sui poliziotti: la statistica mostra l’opposto. Non uno zelo inquisitorio, ma una riluttanza a perseguire gli abusi. La realtà è che l’impunità è già un dato strutturale, non una paura da curare. E ogni ulteriore protezione speciale non farà che peggiorare le cose.
Qui, Gabrielli e Zucca si incontrano perfettamente: lo Stato che alza il livello dello scontro, che militarizza le piazze e moltiplica i reati, non sta difendendo l’ordine democratico. Sta alimentando le condizioni per renderlo più fragile. E soprattutto sta offrendo ai violenti il terreno simbolico ideale: quello di uno Stato che mostra il suo volto autoritario.
Ma se queste due voci smontano la propaganda, la risposta del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è un salto di qualità che dovrebbe far scattare un allarme generale. Perché Piantedosi non si limita a condannare le violenze: mette nel mirino la partecipazione stessa alla manifestazione.
“Va valutato il sostegno alla manifestazione da parte di coloro che ora rimarcano la distanza dai fatti avvenuti. Chi sfila accanto a questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità”, ha detto. E poi: “No a silenzi e no alle ambiguità”. Un tempo si sarebbe detto senza esitazione: accusa di fiancheggiamento.
Piantedosi insiste: “Quanto avvenuto a Torino dimostra che siamo di fronte a episodi di violenza organizzata contro lo Stato… non modalità discutibili della libertà di manifestazione, bensì una vera e propria strategia di eversione dell’ordine democratico”.
Un dato del tutto trascurato dalla narrazione ufficiale – e invece di enorme significato politico – riguarda la gestione delle piazze da parte delle autorità di pubblica sicurezza negli ultimi anni. Chi oggi parla di ordine pubblico e invoca misure liberticide fu, nel 2021, la massima autorità di pubblica sicurezza di una grande città italiana nel giorno in cui la piazza non fu gestita, ma abbandonata alla violenza neofascista.
Il 9 ottobre 2021, durante una manifestazione No Green Pass a Roma, gruppi militanti di Forza Nuova e altre formazioni di estrema destra deviarono il corteo per **arrivare indisturbati in Corso Italia e assaltare la sede nazionale della CGIL. L’attacco provocò feriti e danni ingenti ed è stato giuridicamente qualificato come assalto fascista a un luogo simbolo del mondo del lavoro e dei diritti civili.
Chi era il Prefetto di Roma in quel momento? L’attuale ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. La stessa persona che oggi in Parlamento parla di “terrorismo di piazza”, di “strategie eversive”, e chiede mano libera alla polizia contro chi manifesta. Allora, come Prefetto, non impedì quel corteo deviato né l’assalto alla CGIL. Oggi, come ministro, chiede poteri sempre più ampi alle forze dell’ordine e una nuova ondata di repressione preventiva, mentre recrimina su chi “sfila accanto ai violenti”.
Quel contrasto non è marginale: mostra uno stesso stile di gestione del conflitto che non riguarda la la tutela democratica e i diritti, ma l’uso politico dell’ordine pubblico. Non è né un’azione “di emergenza” né un “incidente di percorso”: è la concretezza di un modo di affrontare le piazze che da anni è al centro della critica dei giuristi, delle esperienze europee e ora anche – con grande chiarezza – delle voci interne alle forze dell’ordine come Franco Gabrielli e delle alte cariche della magistratura come Enrico Zucca.
Ecco il punto politico. Non è più solo repressione degli scontri. È la criminalizzazione del corteo. Non è più ordine pubblico. È l’idea che manifestare sia un indizio di colpevolezza. È la costruzione deliberata del nemico interno, e la pretesa di isolare chi protesta anche quando non condivide le forme più dure dello scontro.
È un salto di qualità autoritario. Ed è esattamente ciò contro cui Gabrielli e Zucca mettono in guardia, ciascuno dal proprio versante: la propaganda securitaria non protegge la polizia, la espone; l’eccezione permanente non difende la democrazia, la svuota; l’ossessione per i reati e le pene non governa il conflitto, lo radicalizza.
Torino non è stato un “incidente”. È stato un test. E Piantedosi lo sta dicendo con chiarezza: vuole colpire chi scende in piazza. Non gli interessa l’ordine pubblico: gli interessa l’ordine politico. Vuole trasformare la manifestazione in colpa, la solidarietà in sospetto, la partecipazione in complicità. È questa la sua idea di democrazia: una democrazia in cui il dissenso deve chiedere permesso, e se non lo fa viene schedato, manganellato, denunciato, processato.
Ma una società che accetta questa logica non diventa più “sicura”: diventa solo più obbediente. E quando lo Stato pretende obbedienza al posto dei diritti, non sta difendendo la democrazia: la sta demolendo.
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