di Marco Sommariva*
Fra innalzare muri e metter la testa sotto la sabbia non c’è molta differenza, lo scopo è sempre quello d’impedire agli occhi di vedere
Nei giorni scorsi, Mauro Magatti ha scritto su Avvenire che questo Occidente non è il suo Occidente, che non “lo è quando si presenta con il volto della distruzione, quando intere città, a Gaza come in Libano, vengono ridotte in macerie, quando la vita civile viene spezzata sotto il peso di una violenza che sembra non conoscere più limiti né misura”, che non è il suo Occidente “quello che, in nome della sicurezza preventiva, attacca altri Paesi fuori da ogni idea di legalità, ignorando o aggirando le istituzioni nate proprio per evitare il ritorno della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti”. Ricorda che, dopo le tragedie del Novecento, “avevamo promesso che la forza sarebbe stata subordinata al diritto, che nessuna ragione di potenza avrebbe potuto giustificare la violazione sistematica delle regole comuni” ma che, oggi, questa promessa è stata “platealmente tradita, in una deriva che ci trascina indietro nel tempo”. Magatti spiega che prende le distanze da quell’Occidente “che usa parole violente e sprezzanti, che disumanizzano gli avversari definiti come «animali» e «pazzi bastardi». Che dichiara di voler radere al suolo un’intera civiltà. Perché il linguaggio non è mai irrilevante: prepara l’azione, la giustifica, la rende accettabile” perché, “quando la parola si corrompe facendosi strumento di odio e di esclusione, la politica perde la sua capacità di mediazione e si riduce a pura contrapposizione”.
Detto che condivido tutto il virgolettato riportato sopra, aggiungerei che la politica tirata in causa da Magatti è parente stretta di quella cui fa cenno la Dott.ssa Ilaria Bifarini intervistata Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona, una politica “declassata a gestione amministrativa di decisioni prese altrove, nei consigli di amministrazione delle grandi banche d’affari o nelle istituzioni tecnocratiche di Bruxelles e Francoforte”. La Bifarini, economista laureata alla Bocconi di Milano, si definisce “bocconiana redenta” per aver compiuto un faticoso percorso di emancipazione dai dogmi del neoliberismo che le sono stati impartiti durante gli anni della formazione accademica: “L’Università Bocconi non rappresenta solo un istituto di istruzione superiore d’eccellenza, ma è in Italia la culla del pensiero unico economico, quel modello di matrice statunitense che pone il mercato al di sopra di ogni altra istituzione. […] Essere redenta per me significa aver compreso che l’economia non è una scienza esatta o neutra, ma è indissolubilmente legata alla morale e alla politica. Il dogma del mercato autoregolantesi si è rivelato una costruzione teorica funzionale alla concentrazione della ricchezza in poche mani, spesso a scapito dei diritti sociali e della dignità umana. La mia è dunque una dichiarazione di indipendenza intellettuale. Significa aver scelto di non analizzare più le dinamiche politiche e sociali solo attraverso grafici o vincoli di bilancio, ma di restituire la priorità all’essere umano rispetto al capitale, riportando l’economia alla sua funzione originaria di strumento per il benessere della collettività”.
È interessante anche il passaggio dell’intervista in cui la Dottoressa spiega che l’economia è nata come Economia Politica, “una branca della filosofia morale finalizzata alla gestione della polis e al perseguimento del bene comune” e che grandi pensatori come Aristotele non avrebbero mai immaginato un’economia separata dall’etica mentre, nel corso del Novecento, abbiamo assistito a una mutazione genetica con l’economia trasformata in una scienza esatta, “una sorta di fisica sociale dominata da grafici, algoritmi e parametri astratti come il PIL, lo spread o il rapporto deficit/PIL”. Una trasformazione non casuale secondo la Bifarini, anzi, strumentale: “[…] trattare l’economia come una scienza esatta serve a sottrarre le decisioni fondamentali al dibattito democratico. Se una scelta economica è presentata come un calcolo tecnico inevitabile, la politica perde la sua funzione di indirizzo e diventa un semplice ufficio esecutivo di ordini presi in sedi sovranazionali non elettive. In Occidente, la politica è stata declassata a gestione amministrativa di decisioni prese altrove, nei consigli di amministrazione delle grandi banche d’affari o nelle istituzioni tecnocratiche di Bruxelles e Francoforte. La mia posizione è netta: dobbiamo tornare a un’economia che sia al servizio della società, riconoscendo che i numeri devono adattarsi alle esigenze dei popoli, e non viceversa”.
Mentre la politica occidentale è impegnata a sostenere un modello ormai alla deriva, capace di legittimarsi solo attraverso la forza, a iniziare dalla violenza contro i migranti mettendo, così, in secondo piano la dignità umana rispetto alla tanto decantata “sicurezza” o al consenso politico, non s’accorge che il mondo sta cambiando e lo sta facendo da tempo. Scriveva l’economista e analista Loretta Napoleoni nel 2001: “Il nuovo ordine mondiale sarà governato da un asse invisibile che da Pechino si estenderà fino a Città del Capo. L’Europa e l’America saranno le prime a rimetterci. L’Africa e il mondo musulmano forniranno le risorse necessarie alla nuova leadership economica globale”. A venticinque anni di distanza, la Napoleoni conferma la propria previsione: “Anzi, la vedo prendere forma concreta. […] Assistiamo ad una vera e propria catastrofe, nel significato che questo termine aveva per gli antichi greci: colpo di scena finale della tragedia”.
È una politica, quella dell’Occidente, che finge di non accorgersi che il mondo com’era fino a cinque settimane fa non esiste più, che tra un anno lo scenario sarà notevolmente differente, che tra dieci anni la trasformazione sarà radicale, e che è costretta a far finta di niente perché, diversamente, dovrebbe prendere decisioni che non pare assolutamente in grado di deliberare al ritmo dei cambiamenti che gli stanno avvenendo attorno: “Per prima cosa, è cambiato il Medio Oriente. Un accordo fra Usa e Iran, anche se, per assurdo, fosse raggiunto […], non potrebbe scongiurare la crisi delle petromonarchie. La perdita in termini di immagine è enorme. Dubai, Abu Dhabi, la stessa Arabia Saudita, erano riusciti a emanciparsi dall’instabilità regionale e accreditarsi come mete turistiche, paradisi fiscali e hub dell’innovazione. I missili degli ayatollah li hanno riportati indietro di decenni. Decine delle infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo sono state, inoltre, gravemente danneggiate dagli attacchi missilistici di Teheran. A essere colpiti, in modo particolare, sono stati gli impianti di liquefazione del gas naturale, il cosiddetto Gnl: da Ras Laffan in Qatar a Habshan, Shah e Das Island negli Emirati. Secondo quanto dichiarato da Saad al-Qaabi, ministro per gli Affari energetici di Doha, già a metà marzo, i raid avevano messo fuori uso il 17 per cento della capacità produttiva, l’equivalente di 12,8 milioni di tonnellate l’anno di Gnl. E per ripristinarla ce ne vorranno dai tre ai cinque. L’offerta di gas naturale liquido, dunque, si ridurrà: un problema non da poco per l’Europa che lo importa soprattutto dalla regione. Il rivolgimento mediorientale, dunque, si estende al mondo” – parole della Napoleoni.
Anche la Bifarini vede l’Europa di fronte a problemi non da poco: “L’Unione Europea si trova oggi di fronte a un bivio esistenziale, ma la direzione intrapresa sembra portare verso un vicolo cieco. La gestione dei conflitti in Ucraina e nel Vicino Oriente ha messo a nudo la totale assenza di una visione geopolitica autonoma di Bruxelles. Invece di agire come un mediatore diplomatico o come un blocco continentale capace di tutelare i propri interessi strategici, l’Europa si è appiattita sulle direttive di Washington, accettando un ruolo di subalternità che sta pagando a carissimo prezzo”.
Intanto, il prossimo giugno entrerà in vigore il nuovo Patto su migrazione e asilo, che prevede una nuova visione della gestione dei flussi; il pericolo è che l’applicazione di questo “finisca per determinare una nuova bussola politica, ridisegnando l’equilibrio tra diritti fondamentali come quelli all’asilo e alla protezione umanitaria e il proclamato perseguimento di una cosiddetta «difesa» delle frontiere europee, coi primi indeboliti a vantaggio del secondo”.
La sensazione è che questa politica occidentale che perde la sua capacità di mediazione, che s’appiattisce sulle direttive di Washington accettando un ruolo di subalternità alla Casa Bianca, che diventa un semplice ufficio esecutivo di ordini presi in sedi sovranazionali non elettive, declassata a gestione amministrativa di decisioni prese nei consigli di amministrazione delle grandi banche d’affari, trovi una ragione d’esistere nell’innalzare mura a protezione delle proprie “fortezze”, senza rendersi conto che più barriere costruisce e meno riesce a vedere cosa accade al di là di queste.
Fra innalzare muri e metter la testa sotto la sabbia non c’è molta differenza – lo scopo è sempre quello d’impedire agli occhi di vedere – e allora mi viene in mente ciò che scrisse Anna Frank, sul suo diario, il 22 maggio del 1944: “[…] mentre la Germania si armava, loro [gli inglesi] dormivano, ma anche tutti gli altri paesi, quelli confinanti con la Germania, dormivano. La politica dello struzzo non porta risultati, se n’è accorta l’Inghilterra e se n’è accorto il mondo intero e tutti, nessuno escluso, compresa l’Inghilterra, devono pentirsene amaramente”.
*scrittore e collaboratore dell’Osservatorio Repressione sul sito www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni
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