La paura non è la piazza: è lo Stato

Due terzi degli italiani temono di perdere la libertà di manifestare. Il dato arriva prima dell’approvazione del nuovo decreto sicurezza: segno che la repressione è già percepita come sistema.

Due terzi degli italiani temono di perdere la libertà di manifestare”. Non è uno slogan, non è un’impressione raccolta in piazza, non è una denuncia di parte: è un dato. E come spesso accade, un dato netto riesce a dire più di cento editoriali. La fotografia arriva dalla XXVIII edizione del rapporto Gli italiani e lo Stato, realizzato dal LaPolis – Laboratorio di studi politici e sociali dell’Università di Urbino Carlo Bo in collaborazione con Demos&Pi e Avviso Pubblico, e pubblicato da La Repubblica. Il sondaggio, condotto da Demetra tra il 2 e il 6 dicembre 2025, è persino precedente all’ultima stretta repressiva varata dal governo negli ultimi giorni. Questo dettaglio conta: significa che la paura non nasce dall’onda lunga di qualche episodio recente, ma è già sedimentata, strutturale, radicata.

Il sociologo Ilvo Diamanti, sintetizzando il rapporto, lo dice senza mezzi termini: “i due terzi degli italiani intervistati si sentono preoccupati per quanto riguarda la libertà di manifestare e di protestare”. In altre parole: il diritto di piazza – uno dei diritti fondamentali in una democrazia – non è più percepito come un terreno stabile. È diventato un diritto condizionato, fragile, revocabile. E quando una società arriva a questo punto, non è un segnale secondario: è un campanello d’allarme politico.

La cosa più interessante del rapporto è che questa inquietudine non è confinata a una parte. È vero che la preoccupazione è massima tra chi si colloca a sinistra e centrosinistra, dove supera il 70% e in alcuni casi arriva oltre l’80%. Ma il dato non sparisce affatto tra gli elettori moderati: resta oltre la metà tra chi si colloca al centro. E non si dissolve nemmeno tra chi vota destra o centrodestra, dove comunque si attesta attorno al 50%. Poi risale ancora, in modo significativo, tra chi non si riconosce in nessuno degli schieramenti politici e si dichiara “fuori” dal perimetro tradizionale: un’area in crescita, spesso disillusa, spesso ostile ai partiti, ma non per questo disinteressata ai diritti.

La conclusione è chiara: l’Italia è attraversata da una sensazione di “incertezza trasversale” quando si parla di libertà fondamentali. Non è solo paura del crimine. È paura della compressione democratica. È la percezione, diffusa, che qualcosa si stia spostando, che i confini della legittimità si stiano restringendo, che lo spazio di agibilità politica non sia più garantito come prima. E questo, in una democrazia, è un segnale pesantissimo.

Questo clima non nasce nel vuoto. Si inserisce in un tempo politico in cui la parola “sicurezza” è stata trasformata in una narrazione tossica, un contenitore elastico capace di giustificare qualunque stretta: più polizia, più poteri, più reati, più pene, più controlli, più sorveglianza. Ma soprattutto, negli ultimi anni, la “sicurezza” ha smesso di indicare la tutela della vita quotidiana ed è diventata un modo per parlare d’altro: del conflitto sociale, della protesta, della marginalità, delle piazze. Non è la sicurezza dei cittadini: è la sicurezza del governo.

In questo quadro, arrivano le nuove misure decise dall’esecutivo: 62 articoli complessivi tra decreto legge e disegno di legge, ancora una volta presentati come intervento sulla cosiddetta sicurezza. Ma la sostanza è un’altra. Quelle norme – come mostrano le analisi già circolate in questi giorni – intervengono soprattutto sui modi per colpire le manifestazioni, irrigidire la gestione dell’ordine pubblico, aumentare la discrezionalità, moltiplicare le sanzioni, trasformare la partecipazione politica in un rischio. È una stretta che arriva dopo mesi di preparazione, con una chiara accelerazione impressa in seguito alle proteste e agli scontri di Torino, e alle mobilitazioni contro Milano-Cortina.

E qui emerge un nodo politico decisivo: la retorica del governo sulle piazze non è semplicemente “dura”, è apertamente sprezzante. Giorgia Meloni è arrivata a dire che “chi manifesta contro le Olimpiadi è nemico dell’Italia”. Una frase che dovrebbe scandalizzare in qualsiasi Paese democratico, perché trasforma il dissenso in tradimento. E Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, ha chiesto alle opposizioni di collaborare con l’esecutivo “per difendere lo Stato da chi vuole solo il caos”, invitandole a sostenere le nuove norme repressive. È un capovolgimento completo: la protesta non è più un diritto, è un attacco allo Stato; chi dissente non è più un cittadino, è un sabotatore; chi critica non è più un’opposizione, è un complice del disordine.

Di fronte a questo, le opposizioni replicano: “Il governo ha fallito sulla sicurezza, non accettiamo lezioni”, promettendo battaglia sul nuovo decreto. Ma il punto vero non è la schermaglia parlamentare. Il punto è che questo pacchetto – come i precedenti – non nasce per risolvere i problemi. Nasce per gestire il conflitto. Nasce per costruire un campo in cui contestare diventa più costoso, più rischioso, più isolante.

Il rapporto di Urbino e Demos&Pi, da questo punto di vista, funziona come uno specchio. Ci dice che la società lo percepisce. Che la compressione del diritto di manifestare non è più una denuncia “militante”, ma una sensazione condivisa da una parte ampia del Paese. E non è irrilevante che questo sentimento sia particolarmente forte tra chi partecipa alle mobilitazioni pubbliche, in particolare in contesti come le iniziative a sostegno della Palestina, dove – secondo il rapporto – la preoccupazione per la democrazia e per la libertà di contestazione arriva all’80%. È un dato politico: significa che chi pratica la piazza avverte chiaramente l’inasprimento, lo sperimenta, lo riconosce.

Dentro questa dinamica c’è anche un altro elemento, più profondo e meno visibile, che Ilvo Diamanti mette a fuoco: la percezione di insicurezza e inquietudine è alimentata dal mutamento radicale della comunicazione. Il digitale globalizza e immediatizza tutto, trascina eventi lontani dentro le nostre vite, amplifica la paura, moltiplica l’ansia. Antony Giddens lo spiegava già anni fa: ciò che accade in un luogo qualunque del mondo, in un istante, produce effetti ovunque. E oggi questo meccanismo è ancora più violento. La cronaca si fa in tempo reale, le immagini diventano emozioni, le emozioni diventano consenso. In questo clima, la politica securitaria prospera, perché sa usare la paura come materia prima. Sa trasformare l’incertezza in domanda di ordine. Sa vendere repressione come protezione.

Ma c’è un passaggio che non va sottovalutato: il fatto che questa paura non sia solo paura “della criminalità”. È paura di perdere libertà. È paura di vedere restringersi un diritto acquisito. Ed è qui che la narrazione governativa diventa ancora più pericolosa, perché non si limita a rispondere a un sentimento: lo orienta. Lo usa. Lo incanala. Lo trasforma in legittimazione della stretta.

Negli ultimi trent’anni, la parola “sicurezza” è diventata una delle grandi chiavi di governo della società italiana. Negli anni Novanta il centrosinistra ha costruito un paradigma: governare la sicurezza percepita, anche sapendo che non coincide con quella reale. Con il protagonismo dei sindaci, con le politiche urbane, con la gestione del “decoro” e del controllo dello spazio pubblico. Nei Duemila il centrodestra ha radicalizzato quel paradigma: Bossi-Fini, pacchetti sicurezza, militarizzazione del tema immigrazione, repressione delle marginalità. Nel 2017 i decreti Minniti hanno rappresentato una tappa decisiva. Poi Salvini ha portato l’attacco soprattutto sui migranti. Oggi Piantedosi – in continuità con quella stagione – porta la stretta a un livello ulteriore, perché non colpisce solo chi è fuori dal perimetro della cittadinanza piena: colpisce sempre più direttamente chi è dentro, chi protesta, chi sciopera, chi occupa, chi dissente.

Il risultato è quello che il sondaggio fotografa: un Paese che si sente più fragile, non più protetto. Un Paese che avverte che la libertà di manifestare non è più una certezza. E quando due terzi degli italiani dicono questo, significa che non siamo di fronte a una “patologia” minoritaria. Siamo di fronte a un fenomeno politico generale. Una percezione diffusa che il diritto stia cambiando natura: da garanzia a concessione.

Il paradosso, allora, è evidente. Il governo dice di voler garantire sicurezza. Ma la sicurezza di cui parla non è quella che rende la vita migliore. È quella che rende la vita più controllata. È una sicurezza che restringe, che sorveglia, che punisce, che dissuade. Una sicurezza che, invece di ridurre l’ansia sociale, la alimenta e la usa. Perché la paura è utile. La paura giustifica. La paura consente.

Ecco perché quel dato del rapporto non è un semplice numero. È un indicatore democratico. Due terzi degli italiani temono di perdere la libertà di manifestare. In una democrazia matura sarebbe un’emergenza politica. In Italia rischia di diventare l’ennesimo “fatto” da commentare e archiviare. Ma non lo è. Perché quando la libertà di protesta viene percepita come fragile, il problema non è la piazza. Il problema è lo Stato.

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