Un salto di qualità nella guerra ai diritti: interdizione delle acque fino a sei mesi, confisca delle navi, protezione umanitaria smontata e ricongiungimenti demoliti. Salerni: “Si certifica il potere discrezionale del governo”
Alla fine la stretta è arrivata. Con il via libera del Consiglio dei ministri al disegno di legge sull’immigrazione, il governo Meloni mette nero su bianco il proprio progetto: trasformare l’Italia in un laboratorio di repressione migratoria e, insieme, un avamposto del nuovo corso europeo. Il ddl si intitola con la consueta ipocrisia istituzionale «disposizioni in materia di immigrazione e protezione internazionale» e viene presentato come necessario all’attuazione del Patto Ue su migrazione e asilo, che entrerà in vigore dal prossimo 12 giugno. Ma dietro la lingua neutra della burocrazia si nasconde un dispositivo politico chiarissimo: restringere l’accesso all’asilo, rendere più facili espulsioni e trattenimenti, colpire le ong in mare e chiudere i varchi legali dell’integrazione.
Matteo Piantedosi lo rivendica senza giri di parole: «Abbiamo previsto misure per rafforzare le espulsioni e garantire maggiore incisività nella gestione dei flussi migratori. C’è la possibilità di vietare l’ingresso nelle nostre acque territoriali per motivi di sicurezza nazionale. I confini dell’Italia sono i confini dell’Europa. Difenderli è un dovere». È la formula perfetta del nuovo sovranismo europeista: l’Italia si fa scudo e Bruxelles fornisce la copertura giuridica, mentre i diritti fondamentali diventano intralci da aggirare.
Il testo è collegato alla manovra finanziaria, è diviso in due capi e conta 17 articoli. Una parte contiene norme già viste, travasate dal Pacchetto sicurezza dopo il confronto con il Quirinale. Un’altra parte introduce dispositivi nuovi, più aggressivi, e segna un salto di qualità persino rispetto ai decreti Salvini. E non è un’esagerazione polemica: lo dice chi ha difeso in tribunale le ong e ha conosciuto, atto per atto, come si costruisce la criminalizzazione del soccorso in mare.
Il cuore del ddl: l’interdizione navale, cioè il blocco navale “legale”
Il cardine politico del provvedimento è l’articolo 2. È qui che torna, finalmente in forma normativa, quello che Meloni ha evocato per anni come slogan: il blocco navale. Solo che nel testo non si usa la parola “blocco”, si usa una formula da manuale di tecnocrazia autoritaria: «interdizione temporanea» dell’attraversamento delle acque territoriali.
La misura può essere disposta dal Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno, nei casi di «minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale». Può durare fino a 30 giorni e può essere prorogata fino a un massimo di sei mesi. Le condizioni che la giustificano sono quattro: rischio concreto di terrorismo, pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie, eventi internazionali che richiedano misure di sicurezza.
Chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale capisce cosa significa: categorie vaghe, estendibili, elastiche. Un governo può decidere quando è “eccezionale” la pressione migratoria e quando c’è un rischio “concreto” di terrorismo. E quando un potere politico decide da solo cos’è l’eccezione, l’eccezione diventa la regola.
Il bersaglio reale dell’interdizione non sono i barconi. Non potrebbe esserlo: un barcone non “attraversa” consapevolmente un limite, non riceve comunicazioni, non ha un comandante che possa essere multato o un armatore a cui confiscare l’imbarcazione. Il bersaglio reale sono le navi delle ong, cioè quelle che salvano persone in mare e poi chiedono un porto sicuro. È un blocco navale indiscriminato mascherato da misura di sicurezza.
Il ddl stabilisce inoltre che i migranti a bordo delle imbarcazioni sottoposte a interdizione potranno essere condotti in Paesi terzi con cui l’Italia abbia stipulato accordi o intese per assistenza, accoglienza o trattenimento, anche ai fini del rimpatrio. È la consacrazione legislativa del sistema Albania, con la possibilità concreta di estenderlo domani a Tunisia o altri Stati disposti a fare da discarica umana dell’Europa.
Per le navi che violeranno l’interdizione è prevista una sanzione amministrativa da 10mila a 50mila euro, con responsabilità solidale estesa a utilizzatore, armatore e proprietario. E in caso di reiterazione si arriva alla confisca. Non è un dettaglio: è il punto politico. È la minaccia finale. È il “game over” per chi salva vite.
Le ong lo dicono chiaramente. Emergency parla di un ulteriore restringimento. Sea-Watch Italy definisce la norma «rivoltante», perché tratta come pericolo per lo Stato chi fugge da miseria e persecuzioni e perché respinge le persone verso Paesi che le perseguitano. E annuncia che continuerà a salvare. È facile prevedere che da qui nasceranno contenziosi giudiziari, ricorsi, sospensive. Ma è altrettanto facile prevedere che il governo ci conti: ogni scontro in tribunale è carburante per la propaganda, ogni giudice diventa “nemico del popolo”, ogni ong diventa “favoreggiatrice”. È un meccanismo collaudato.
Salerni: “Si certifica il potere discrezionale del governo”
L’avvocato Arturo Salerni, che ha difeso diverse ong e ha partecipato come legale di parte civile a processi cruciali contro le autorità italiane — dal «naufragio dei bambini» al caso Salvini-Open Arms — lo spiega con nettezza in un’intervista a il manifesto: con questo ddl non si torna ai decreti Salvini, si va oltre.
Salerni sottolinea che con i decreti Salvini, almeno fino all’intervento del Tar nel caso Open Arms, si poteva interdire una singola nave se il suo passaggio veniva ritenuto non inoffensivo. Qui invece si introduce la possibilità di un blocco navale indistinto, potenzialmente generale, per finalità vaghe come pressione migratoria eccezionale, pericolo di terrorismo, emergenze sanitarie, eventi internazionali. E questo, dice Salerni, «offre un immenso spazio di discrezionalità al governo». È un salto di qualità: si certifica, per legge, che il potere esecutivo può sospendere l’accesso alle acque territoriali in base a categorie politiche, non giuridiche.
Quando gli si obietta che il ddl parla di interdizione “eccezionale e temporanea”, Salerni è ancora più netto: non è una garanzia, perché la norma non esclude la reiterazione, non impedisce che le quattro cause vengano richiamate una dopo l’altra, rendendo di fatto permanente ciò che viene venduto come provvisorio. E avverte che proprio nelle situazioni in cui ci sarebbe maggiore bisogno di protezione internazionale — massacri, pulizie etniche, collassi di Stati nel Nord Africa — la norma consentirebbe di chiudere i confini per mesi, usando l’aumento degli arrivi come prova dell’“eccezionalità”.
Sul nodo decisivo, quello della compatibilità con il diritto d’asilo, Salerni afferma che il contrasto è evidente. La norma, a suo avviso, si pone contro l’articolo 10 della Costituzione, contro i trattati europei che richiamano la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e contro la Convenzione di Ginevra. E soprattutto si profila una violazione del divieto di respingimento. Il governo può anche provare a spostare il problema fuori dalla vista, portando i migranti in un Paese terzo, ma non può cancellare il fatto politico e giuridico: si sta negando un diritto fondamentale.
E Salerni è esplicito: lo stesso vale per le deportazioni verso i “Paesi terzi sicuri” previste dalle nuove norme europee. Il punto non cambia: è una negazione del diritto d’asilo, mascherata da gestione dei flussi.
Cpr: una “disciplina” che restringe diritti e rende opaca la detenzione
Per la prima volta, anche su spinta della Corte costituzionale (sentenza 96 del 2025), il ddl introduce una disciplina dei modi della detenzione nei Cpr. Sulla carta, il testo afferma che «sono assicurati i diritti fondamentali e la dignità della persona connaturati alla privazione della libertà personale». Sarebbe il minimo sindacale, se fosse vero. Ma la sostanza va in un’altra direzione: la norma irrigidisce la corrispondenza telefonica e limita l’uso dei cellulari, mentre restringe anche l’accesso alle strutture, prevedendo che possano entrare membri del governo e del parlamento e i loro collaboratori stabili.
Questo dettaglio, apparentemente tecnico, è in realtà rivelatore: significa ridurre la possibilità di controllo indipendente, escludere di fatto figure esterne che spesso sono decisive per far emergere violazioni, abusi, condizioni sanitarie, casi psichiatrici. In altre parole: meno trasparenza, più opacità. I Cpr come zone dove si può rinchiudere e non far vedere.
Espulsioni più facili e “reati” usati come grimaldello
Il ddl amplia i casi in cui il giudice, con sentenza di condanna, può disporre l’espulsione dello straniero o l’allontanamento del cittadino Ue. Entrano fattispecie come resistenza o violenza a pubblico ufficiale, reati contro la famiglia e la partecipazione a rivolte nei Cpr. Inoltre, per gli stranieri detenuti, si restringono i tempi della decisione del magistrato di sorveglianza sulla loro espulsione.
È un’impostazione che usa il penale come grimaldello amministrativo: non si punisce solo un reato, si punisce una condizione. Si trasforma la marginalità in una corsia preferenziale verso l’espulsione. E dentro questa logica c’è un messaggio politico preciso: chi è migrante non è mai davvero un cittadino, è sempre un ospite revocabile.
Minori stranieri non accompagnati: un altro passo nel degrado
Una parte particolarmente grave riguarda i minori stranieri non accompagnati. Il ddl interviene sulla Legge Zampa del 2017 attribuendo al prefetto, previo parere del tribunale per i minorenni, alcune competenze e soprattutto abrogando il “prosieguo amministrativo”, cioè quel periodo in cui fino a 21 anni i minori potevano proseguire il percorso di accoglienza se necessario.
Il risultato è brutale e semplice: i ragazzi stranieri diventano adulti per decreto prima di poter diventare persone. Prima potevano restare in accoglienza fino a 21 anni se il tribunale lo riteneva utile a proteggerli e favorire il loro percorso. Ora la finestra si chiude. E lo fa in un Paese che ama riempirsi la bocca di “famiglia” e “valori”, ma solo quando si tratta di famiglie italiane.
Protezione complementare: quattro requisiti per tagliare decine di migliaia di persone
Un altro punto centrale è la stretta sulla protezione complementare. È quella forma di tutela che dura due anni e viene concessa per motivi umanitari a persone che, pur non ottenendo lo status di rifugiato, rischiano persecuzione o tortura nel Paese d’origine o subirebbero una violazione grave del diritto alla vita privata e familiare se espulse.
L’articolo 6 impone nuovi requisiti più rigidi: almeno cinque anni di soggiorno regolare, conoscenza certificata dell’italiano, disponibilità di un alloggio conforme ai requisiti igienico-sanitari e un reddito simile a quello richiesto per i ricongiungimenti familiari.
È una tagliola sociale travestita da criterio di merito. Perché chi è più vulnerabile, più precarizzato, più sfruttato, più povero, è proprio chi farà più fatica a rispettare questi requisiti. È un modo per dire: puoi restare solo se sei già integrato, ma per integrarti devi prima restare. È un circolo vizioso costruito apposta per espellere.
I numeri fanno capire la portata: nel 2024, su 90mila domande esaminate dalle commissioni territoriali, il 14,6% riguardava anche casi di protezione complementare. Decine di migliaia di persone, potenzialmente, colpite da una norma che non difende la legalità: difende l’esclusione.
Ricongiungimenti: la famiglia vale solo se sei italiano
Nel ddl c’è anche una stretta sui ricongiungimenti familiari. Requisiti più stringenti sul reddito e sull’alloggio. Esclusione dei figli maggiorenni e dei genitori, anche se a carico. È una misura che ha un valore simbolico feroce: per questo governo la famiglia è sacra, ma solo se è nazionale. Se sei straniero, la famiglia è un privilegio da negare.
È un punto politicamente decisivo perché riguarda l’integrazione reale. Non esiste integrazione senza stabilità, senza affetti, senza rete familiare. Colpire i ricongiungimenti significa produrre isolamento, precarietà, ricattabilità. Significa alimentare il lavoro nero e lo sfruttamento. E poi usare quello sfruttamento come prova del fallimento dell’integrazione. Un’altra macchina perfetta.
Il Capo II: la delega per applicare il Patto Ue e preparare le procedure accelerate
Due terzi del ddl riguardano l’attuazione del Patto Ue. È qui che si prepara l’uso massiccio delle procedure accelerate di frontiera, con modalità di privazione della libertà personale e assegnazione dei richiedenti a specifiche aree geografiche. E colpiscono passaggi che riguardano anche il trattenimento del minore straniero e del minore non accompagnato, previsto — come tutte le mostruosità giuridiche — per «circostanze eccezionali».
Ancora una volta: l’eccezione come norma, la detenzione come strumento ordinario, la frontiera come luogo dove i diritti smettono di valere.
Il contesto: l’Europa ha aperto la strada, Meloni ci corre sopra
Questo ddl non nasce nel vuoto. È figlio diretto del nuovo corso europeo. L’Unione, che per anni si è raccontata come spazio di garanzie, oggi è diventata la macchina normativa dell’esternalizzazione e dei respingimenti. Il Patto Ue, la lista dei Paesi sicuri, la categoria dei Paesi terzi sicuri, i centri fuori dall’Europa: è tutto un unico disegno.
E qui bisogna dirlo con chiarezza, senza ipocrisie e senza autoassoluzioni: questa deriva non è stata costruita solo dalle destre. È stata resa possibile da decenni di politiche sciagurate di austerity e riarmo, da una governance economica che ha prodotto impoverimento, fratture sociali, precarietà, rabbia. E quella rabbia è stata consegnata alle destre estreme come materiale politico grezzo, mentre le forze socialiste e socialdemocratiche hanno scelto, troppo spesso, la complicità.
In Europa la destra radicale avanza perché i governi “moderati” hanno reso normale la disuguaglianza. In Italia la destra estrema ha vinto anche perché il Pd, negli anni, ha accettato la grammatica dell’austerity, ha interiorizzato la retorica della sicurezza, ha spesso inseguito la destra sul terreno dei confini invece di sfidarla sul terreno dei diritti e della giustizia sociale. E quando hai passato anni a dire che il problema è “il migrante”, non ti puoi stupire se poi arriva chi lo dice più forte, più cattivo, più coerente.
Questa non è sicurezza, è un progetto di disumanità
Il ddl Meloni sull’immigrazione non è una legge “dura”. È una legge indecente. Non serve a governare, serve a colpire. Non serve a gestire, serve a intimidire. Non serve a proteggere, serve a escludere.
È un testo che prova a trasformare in procedura ciò che prima era abuso: chiudere le acque, respingere senza assumersene la responsabilità, deportare in Paesi terzi, criminalizzare chi salva, ridurre l’asilo a una concessione condizionata, tagliare la protezione umanitaria, spezzare le famiglie, spingere i ragazzi fuori dall’accoglienza, rendere opaca la detenzione nei Cpr.
È la fotografia di un’Italia che non ha più il coraggio di guardare in faccia la propria Costituzione. E di un’Europa che, dopo aver prodotto povertà e guerra sociale con l’austerity, ora prova a gestire le conseguenze con la violenza amministrativa.
Si chiama “difesa dei confini”. Ma è un’altra cosa. È la costruzione di un regime morale: chi nasce nel posto sbagliato non deve arrivare, non deve chiedere, non deve essere visto. Deve solo sparire.
E se oggi questa macchina viene costruita contro i migranti, non è perché i migranti siano il problema. È perché sono il bersaglio più facile. Il bersaglio su cui si può sperimentare tutto: l’arbitrio, la detenzione, l’eccezione permanente, la sospensione dei diritti, la propaganda.
Poi, come sempre, quella logica si allargherà. Perché quando un Paese impara a disumanizzare qualcuno, prima o poi impara a disumanizzare chiunque.
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