di Federico Giusti (CUB Pisa)
Tra polizze assicurative, codici di comportamento e ricerca militare, il lavoro pubblico scivola dal conflitto alla disciplina.
In questi giorni stavamo pensando alla campagna orchestrata dai sindacati, alcuni perfino di base e abituati ad impartire lezioni di conflittualità, per assicurare i dipendenti pubblici da eventuali contenziosi per colpa e dolo.
Come nel caso della preparazione ai concorsi pubblici, si critica il modello concertativo per poi riprenderlo e farlo proprio, una polemica ideologica alla quale segue una prassi non conseguente con l’appiattimento sui sindacati dei servizi: l’adesione ad una sigla dipende dalla presenza e dalla accessibilità a dei servizi quali i CAF, i patronati, le polizze assicurative, corsi di preparazione ai concorsi, perfino convenzioni per risparmiare sulle assicurazioni auto e moto o tariffe agevolate per iscriversi in qualche palestra o per le vacanze. Siamo quindi davanti a iscrizioni sindacali alle sigle capaci di offrire maggiori servizi e alla occorrenza capaci di ottenere un trasferimento contando sui rapporti privilegiati con i datori di lavoro.
Fin qui nulla di nuovo se non il venir meno delle ragioni etiche, morali e materiali, di classe se vogliamo, che portavano un lavoratore, o lavoratrice, a iscriversi a un sindacato al quale riconosceva il merito della conflittualità condividendone le posizioni politiche e le pratiche quotidiane. Corre l’obbligo di questa premessa per analizzare quanto accade nel mondo del lavoro, un dipendente disabituato al pensiero critico e al conflitto reale, subirà a maggior ragione il fascino di un sindacato che sa vendere meglio la propria immagine. Allo stesso tempo si va ignorando il contesto in cui ci troviamo tra strette repressive, campagne di intimidazione e l’avvento dei codici etici e di comportamento costruiti nell’ottica di legare il lavoratore alla azienda, all’obbligo di riservatezza secondo un modello prettamente militare.
Codici etici e obbedienza
La cieca obbedienza si ottiene anche imponendo codici etici e norme comportamentali dettate in apparenza da ragioni diverse da quelle reali come la obbedienza al datore di lavoro, il rispetto della segretezza, la tutela della privacy…
I dipendenti pubblici e quindi anche quelli delle università sono tenuti al rispetto degli obblighi di riservatezza, al segreto d’ufficio e alla protezione dei dati personali, esistono norme di legge, codici di comportamento di comparto, codici di Ateneo.
E attenzione che il richiamo stringente alle norme di legge, i DPR, i regolamenti UE, il Codice civile e quello penale (ad esempio art 326 c.p. che punisce la violazione del segreto di ufficio giudicandolo un vero e proprio illecito penale). Addirittura, negli ultimi anni anche comportamenti tenuti fuori dall’orario e dall’ambiente di lavoro sono considerati lesivi della immagine o degli interessi del datore di lavoro, pubblico o privato che sia, la nostra vita è scandagliata ogni giorno e perfino l’uso dei social media potrebbe dare adito alla contestazione di addebito per avere leso la immagine e il buon nome dell’azienda o dell’Ente di appartenenza. E certi obblighi valgono perfino dopo essere andati in pensione se si riferiscono a fatti e circostanze di quando eravamo in servizio.
Ricerca militare e trasparenza
Facciamo alcuni esempi calzanti per capire quante insidie potrebbero esistere per il lavoratore che decidesse di rendere pubblici i rapporti tra il proprio ateneo e le imprese belliche all’interno di quello che viene definito il Piano Nazionale della Ricerca Militare con bandi pubblici presentati alla fine dell’anno e a cui partecipare per quello successivo
Citiamo testualmente:
La ricerca scientifica, unitamente all’innovazione tecnologica che ne deriva, è attività idonea a definire il livello del progresso sociale ed economico dell’intero sistema Paese, influenzando significativamente il benessere e la qualità della vita dell’intera collettività nazionale. Per questo motivo, il Ministero della Difesa e specificatamente il Segretariato Generale pone in essere ogni sforzo possibile per operare in sinergia con tutte le realtà (pubbliche e private) che, in Italia, nelle Alleanze di cui fa parte e nell’ambito degli accordi bi-laterali in essere, operano nel campo dell’innovazione tecnologica.
In tale quadro, l’azione del V Reparto del SGD/DNA ha come obiettivo l’incremento del patrimonio di conoscenze della Difesa nei settori dell’alta tecnologia, necessario ad assicurare la fattibilità dei futuri programmi di sviluppo di materiali d’armamento, sia in ambito nazionale che in chiave di cooperazione internazionale.
Nel campo della ricerca tecnologica riferita al settore degli armamenti il SGD/DNA svolge una funzione di valutazione e indirizzo, che consiste nel recepire e coordinare le idee e le proposte provenienti anche dalla società civile (università, centri di ricerca, industrie) e dall’interno della stessa Difesa, integrandole nel Piano Nazionale della Ricerca Militare (PNRM), che rappresenta – in questo specifico campo – il corrispondente del Piano Nazionale di Ricerca (PNR) gestito dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MIUR). Con il MIUR, peraltro, è stato avviato un rapporto strutturato per attivare una sinergia finalizzata anche a fornire opportunità di maggiore concretizzazione alla ricerca sostenuta dal dicastero[1].
Codici etici, riservatezza e coscienza
Con il ritorno del servizio di leva pur su base volontaria che in alcuni paesi sta facendo capolino (la leva è stata sospesa infatti e non abrogata) ci chiediamo se non sia necessario ripensare al concetto stesso di obiezione di coscienza e ai margini di applicazione estendendolo ad esempio alla Pubblica amministrazione per tutto ciò che abbia a che vedere con il complesso militare, le tecnologie duali e i progetti di ricerca a scopo militare[2]
In tale quadro, l’azione del V Reparto del SGD/DNA ha come obiettivo l’incremento del patrimonio di conoscenze della Difesa nei settori dell’alta tecnologia, necessario ad assicurare la fattibilità dei futuri programmi di sviluppo di materiali d’armamento, sia in ambito nazionale che in chiave di cooperazione internazionale.
Nel campo della ricerca tecnologica riferita al settore degli armamenti il SGD/DNA svolge una funzione di valutazione e indirizzo, che consiste nel recepire e coordinare le idee e le proposte provenienti anche dalla società civile (università, centri di ricerca, industrie) e dall’interno della stessa Difesa, integrandole nel Piano Nazionale della Ricerca Militare (PNRM), che rappresenta – in questo specifico campo – il corrispondente del Piano Nazionale di Ricerca (PNR) gestito dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MIUR). Con il MIUR, peraltro, è stato avviato un rapporto strutturato per attivare una sinergia finalizzata anche a fornire opportunità di maggiore concretizzazione alla ricerca sostenuta dal dicastero[1].
Codici etici, riservatezza e coscienza
Con il ritorno del servizio di leva pur su base volontaria che in alcuni paesi sta facendo capolino (la leva è stata sospesa infatti e non abrogata) ci chiediamo se non sia necessario ripensare al concetto stesso di obiezione di coscienza e ai margini di applicazione estendendolo ad esempio alla Pubblica amministrazione per tutto ciò che abbia a che vedere con il complesso militare, le tecnologie duali e i progetti di ricerca a scopo militare[2]
Note:
[1] https://www.difesa.it/sgd-dna/staff/dg/reparti/v/ricercainnovazione/29675.html
[2] https://presidenza.governo.it/usri/confessioni/norme/legge_230_1998.pdf
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