La Libia arresta Almasri, il torturatore di migranti “protetto” dal governo italiano

La Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva la ratifica e l’esecuzione del trattato sulla deportazione delle persone detenute tra l’Italia e la Libia, dove la Procura libica ha ordinato la detenzione di Osama Al-Masri, il torturatore libico, e il suo rinvio a giudizio con l’accusa di tortura di detenuti e della morte di uno di loro sotto tortura. Si tratta dello stesso Almasri su cui pendono accuse analoghe della CPI; fermato a gennaio in Italia, era stato liberato e caricato in tutta fretta da Governo e Servizi italiani su un aereo di Stato e riportato, sano e salvo, in Libia.

L’ordine di carcerazione preventiva dell’ex dirigente della polizia giudiziaria a Tripoli – di fatto, uno dei ras dei lager per migranti – segue gli interrogatori e la raccolta di elementi su violazioni dei diritti dei migranti nella principale struttura di riforma e riabilitazione della capitale. ‘Felice per l’arresto, ma per Italia è una figuraccia’, commenta Angela Bitonti, legale di una donna ivoriana, da anni residente in Italia e vittima delle torture di Almasri, che annuncia oggi la volontà di chiedere un risarcimento al Governo italiano, mentre +Europa vuole le dimissioni di Nordio.

Su Radio Onda d’Urto Alice, Baobab di Roma, realtà impegnata da 10 anni al fianco dei migranti arrivati in Italia dopo essere transitati, in gran parte, proprio dai lager libici di Almasri e degli altri gerarchi, foraggiati dall’Unione Europea. Ascolta o scarica

Caso Almasri: torture, segreti e bugie

di Andrea Fabozzi*

C’è un fatto che nessuna delle numerose spiegazioni di Meloni, sempre diverse, può rovesciare. Un giorno all’improvviso e per caso la polizia italiana si è trovata un noto criminale torturatore, ricercato dalla Corte penale internazionale, tra le mani.

Il governo ha deciso di rilasciarlo, sottrarlo ai giudici e riaccompagnarlo in patria con onori e scuse. Accolto con i fuochi d’artificio, rientrato in servizio – il servizio di un aguzzino – il generale Almasri dieci mesi dopo è caduto in disgrazia ed è stato ieri arrestato. In Libia.

A prima vista, dunque, persino il non stato libico, dominato da una guerra per bande che si arricchiscono con il traffico dei migranti, può insegnare qualcosa sugli elementari principi del diritto all’Italia governata dalla destra. Perché ha arrestato sulla base di accuse tutte ampiamente note e abbondantemente provate – certamente conosciute dal governo italiano perché contenute nelle carte trasmesse dalla Corte penale internazionale – la stessa persona che l’Italia ha preferito liberale. Il che non vuol dire che adesso Almasri sarà certamente consegnato alla Corte internazionale perché lo processi. Al contrario la Libia come l’Italia ha interesse che non testimoni sugli accordi che lo hanno fin qui protetto.

C’è un’unica congiura del silenzio che unisce le due sponde del Mediterraneo sulle ignobili intese in base alle quali l’Italia da otto anni paga e rifornisce di mezzi le milizie libiche che gestiscono i flussi delle partenze per mare attraverso la valvola degli arresti illegali, delle sevizie e degli omicidi dei migranti. È lo stesso silenzio con il quale il governo ha avvolto il rinnovo tacito per altri tre anni del Memorandum che sta alla base di questo patto criminale. Un silenzio che l’opposizione non è riuscita a rompere, anche a causa del fatto che sono stati due governi di centrosinistra (Gentiloni e Conte II) a sottoscrive quegli accordi prima della destra.

In questo stesso silenzio ha cercato rifugio per tutta la giornata di ieri il governo italiano, malgrado l’incontestabile figuraccia alla notizia che Almasri era stato arrestato dagli altri. A dispetto dell’inarrivabile Tajani («non me ne occupo»), qualcosa alla fine palazzo Chigi ha dovuto dire, ricorrendo al frusto escamotage delle «fonti» anonime con cui si continua a gettare il sasso nascondendo la mano. Comprensibile: questo sasso è almeno il terzo ed è ancora diverso dagli altri che il governo ha già provato a lanciare per difendersi dalla vergogna.

La prima versione di Nordio, la cui permanenza al ministero è uno scandalo nello scandalo, era stata che Almasri era stato scarcerato per ragioni tecniche: l’ora tarda della richiesta, una data sbagliata, l’impossibilità di tradurre dall’inglese. La seconda versione direttamente di Meloni era stata una rivendicazione: ebbene sì, lo abbiamo scarcerato e rimandato in Libia per ragioni di «sicurezza nazionale». La terza, improvvisata anonimamente ieri, è ancora diversa: dovendo scegliere tra la Corte penale internazionale e la richiesta di estradizione della giustizia libica, a Roma si erano fidati più dei libici. «Lo sapevamo che tanto lo arrestavano loro», dicono adesso le furbissime «fonti». Anche preveggenti, perché nel frattempo sono passati dieci mesi durante i quali

Almasri non solo è rimasto libero ma ha continuato a esercitare il suo potere e a partecipare a scontri armati contro le truppe del «primo ministro» sostenuto da Roma, fino a che non è finito militarmente in disgrazia. Ma non solo: con quest’ultima capriola il governo italiano – che nel frattempo ha ottenuto l’immunità per i ministri responsabili con un voto politico di maggioranza – dimentica che dieci mesi fa definì questa richiesta libica che adesso valorizza una mossa strumentale. E che dal volo di stato con il quale è tornato in patria, Almasri è sceso per andare incontro non alla polizia ma a una festa di paese.

Certo, tutto questo potrebbe ricordarlo ogni giorno al governo l’informazione di questo paese, ma al momento è troppo impegnata a criticare l’estremismo dell’opposizione. Magari, anche in questo caso, se ne occuperanno i libici.

* da il manifesto

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