La legalità come arma: così si costruisce l’autoritarismo

In nome della legalità e della sicurezza si colpisce il dissenso, si spegne il conflitto sociale, si addestra all’obbedienza

Non c’è nulla di neutro, né di tecnico, né di inevitabile in ciò che sta accadendo. C’è una scelta politica precisa: trasformare il dissenso in un problema di ordine pubblico e l’ordine pubblico in un campo di battaglia contro chi protesta. Il decreto sicurezza approvato a giugno ha aperto la strada, introducendo un vero e proprio diritto penale del dissenso che colpisce anche le forme più elementari e pacifiche della protesta. I nuovi decreti presentati dal governo non fanno che rafforzare quell’impianto, renderlo più capillare, più rapido, più punitivo. È una stretta repressiva che non corregge: accumula.

Il blocco stradale e ferroviario con il proprio corpo — la pratica storica della disobbedienza civile — è diventato reato. Non perché sia violento, ma perché è visibile. Perché interrompe la normalità. Perché costringe il potere a fare i conti con un conflitto. Ed è esattamente questo che l’autoritarismo non tollera: il conflitto sociale.

È così che lo si spegne: non con i carri armati, ma con la “legalità”. Non con la censura esplicita, ma con l’amministrazione della paura. Avvisi di indagine, imputazioni tardive, procedimenti che arrivano mesi dopo le piazze. Il tempo diventa esso stesso una pena. Il processo una minaccia. Il messaggio è chiaro: protestare oggi significa pagare domani. E magari pagare a lungo.

Il risultato è un raffreddamento generale dello spazio pubblico, una dissuasione preventiva che colpisce soprattutto i giovani, i precari, chi non ha avvocati, risorse, protezioni. Non è sicurezza. È disciplinamento. È la costruzione di una società obbediente, silenziosa, governata e amministrata attraverso la paura. Una società in cui il dissenso non viene formalmente vietato, ma represso in nome della legge. La legalità, per l’appunto.

In questo contesto, la percezione di una catena compatta — polizia, procura, giudice — non è un’invenzione polemica. È l’effetto reale di un sistema che ha interiorizzato la repressione come funzione ordinaria. La distinzione dei ruoli resta scritta nei manuali, ma nella pratica il meccanismo scorre senza attriti, come se la tutela dei diritti fosse un fastidio procedurale da aggirare. La repressione funziona per normalità.

E intorno a tutto questo prosperano i cultori della legalità. Quelli che invocano il rispetto e l’applicazione delle leggi come fossero dogmi, che scambiano l’obbedienza per virtù, che ripetono “se non hai nulla da nascondere” mentre lo Stato allarga a dismisura il proprio potere punitivo. È una legalità svuotata di giustizia, usata come clava contro chi disturba, contro chi rompe il consenso, contro chi prende posizione.

Difendere il diritto di bloccare una strada con il proprio corpo non significa difendere il caos. Significa difendere l’idea che la democrazia viva di attriti, non di scorrimento fluido. Che il conflitto sociale sia un bene costituzionale, non un intralcio alla circolazione. Che quando lo Stato smette di tollerare il dissenso non sta difendendo l’ordine: sta imponendo obbedienza, agendo da Stato di polizia.

E l’obbedienza, nella storia, non è mai stata una garanzia di sicurezza. È sempre stata l’anticamera dell’autoritarismo. Il primo sintomo di un diritto che arretra

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