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La guerra alla solidarietà continua: un decreto legge sulla pelle delle vittime

Il governo Meloni a Cutro nasconde la catena di comando e oscura fatti e responsabilità dietro un decreto legge incostituzionale

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Le risposte date con decreto legge alla strage di Cutro, che anche la Stampa ha definito come una strage di Stato, sono ipocrite e controproducenti. E intanto gli sbarchi “autonomi” proseguono numerosi, malgrado l’allontanamento delle ONG colpite anche con fermi amministrativi, come nel caso della Geo Barents di MSF. Si vorrebbero perseguire gli scafisti in tutto il globo ma si scambiano con i trafficanti e non si rinuncia agli accordi con governi che non riescono o non vogliono contrastarli davvero. Certo, la estensione della giurisdizione italiana alle acque internazionali, concepita come arma vincente contro gli scafisti, peraltro già prevista da una consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione, non potrà non riguardare anche altri reati commessi al di fuori delle acque territoriali, come naufragio colposo ed omissione di soccorso, da chiunque siano commessi.

Il ministro delle infrastrutture Salvini, che sulle bare raccolte nella palestra di Cutro incassa il ripristino dei suoi decreti sicurezza che penalizzavano i soccorsi ed i richiedenti asilo, con la restrizione della protezione speciale, e le restrizioni procedurali introdotte per chi chiede asilo, rilancia il suo lugubre slogan elettorale, “meno partenze meno vittime”, come nel 2019. Ma nasconde il costo enorme pagato dalle migliaia di persone che dal 2019 vengono bloccate in mare e riportate in Libia, molte delle quali perdono la vita nei campi lager in Libia o nei paesi di transito. Il richiamo al 2019, all’anno del Papetee e della richiesta dei pieni poteri, all’anno del caso Open Arms per cui è ancora sotto processo a Palermo, costituisce la peggiore offesa alle bare raccolte nella palestra di Cutro. Perché inserisce un argomento di propaganda elettorale personale in una vicenda nella quale il ministro delle infrastrutture, dunque vertice politico del Corpo delle Capitanerie di Porto e della Guardia costiera, non ha ritenuto opportuno difendere uomini e donne alle sue dirette dipendenze.

Le previsioni del bollettino Meteomar, indicate come valide fino alle 6 di domenica 26 febbraio, con tendenza per le 12 ore successive, per il mar Ionio settentrionale indicavano mare forza 7 a Sud Est, “visibilità buona, localmente discreta”, ma anche mare “molto mosso in aumento” con una “tendenza Sud Est” ancora a forza 7. Una situazione che costringeva le motovedette della Guardia di finanza a rientrare in porto, ma nella quale i mezzi della Guardia costiera hanno svolto decine di soccorsi, operando soprattutto con le motovedette /ogni tempo”, inaffondabili ed incapovolgibili ,classe 300, per non parlare dei rimorchiatori di alto mare, come Asso 28, che a sua volta ha operato decine di soccorsi a nord delle coste libiche, che in quelle stesse ore si trovava di fronte al porto di Crotone. In questa situazione la catena di comando del ministero dell’interno (NCC) doveva cedere il coordinamento delle operazioni alla Centrale di coordinamento della Guardia costiera (IMRRC), cosa che NON è successa.

Ma la Meloni ripete ancora oggi che il caicco era in una normale navigazione di avvicinamento alle coste di Cutro e che sarebbero stati gli scafisti a ritardare l’arrivo sulla costa per sfuggire alle forze dell’ordine. Una ricostruzione smentita dai fatti già accertati direttamente anche dalla popolazione di Cutro e dai pescatori che per primi hanno avvertito i carabinieri del barcone che si era frantumato sulla secca distante 100 metri ( e non 40) dalla spiaggia. Il codice penale non può diventare uno strumento per la gestione delle politiche migratorie. Sembra addirittura che sia in “valutazione” una norma del decreto che abrogherebbe l’art.12 comma 2 del Testo Unico sull’immigrazione n. 286 del 1998, che oggi prevede la non punibilità degli interventi di soccorso e di assistenza umanitaria prestate in Italia nei confronti di stranieri irregolari in condizioni di bisogno. Con un colpo di mano in un decreto d’urgenza si vuole abrogare quella norma che ha permesso alla giurisprudenza di archiviare le notizie di reato formate dalle autorità di polizia a fronte di interventi meramente solidaristici.

Questo l’incrocio di “catene di comando” che permette di individuare chi distingue tra un evento SAR e un evento di immigrazione irregolare. Se fare partire una operazione di ricerca e salvataggio, oppure proseguire il monitoraggio a distanza di un comune evento di immigrazione irregolare. Che comunque va monitorato, seppure a distanza, anche per salvaguardare comunque la vita umana, che ha la comunque prevalenza sulle esigenze di contrasto dell’immigrazione irregolare. Se si perdono i contatti, deve riprendere la ricerca, perché già la perdita di contatti può costituire un fattore di pericolo che va qualificato come distressSu questo si dovrà indagare. Con il nuovo decreto si voleva intervenire anche su questa materia, accentrando nuove competenze sul ministero della difesa, ma poi questa previsione è saltata e Crosetto è rimasto a bocca asciutta. Continuerà dunque ad operare il sistema già vigente. “Presso la direzione centrale dell’ immigrazione, al ministero dell’interno, è istituita una cabina di regia unica  Centro nazionale di coordinamento per l’immigrazione (National Coordination Center – NCC) – ove operano in stretta collaborazione oltre ai rappresentanti della polizia di stato anche gli operatori della Guardia di finanza, dei carabinieri, della capitaneria di porto, nonché della Marina militare, conformemente al quadro legislativo nazionale ed europeo”. Questa struttura di coordinamento a livello centrale è frutto di una decisione amministrativa di coordinamento tra enti ministeriali diversi, sia pure in attuazione di normative eurounitarie (EUROSUR), e sembra destinata a svolgere prevalenti funzioni di coordinamento delle attività di law enforcement / contrasto dell’immigrazione irregolare, ma non può evidentemente sottrarre competenze stabilite per legge, per Convenzioni internazionali e per Regolamenti europei vincolanti, ad altre autorità statali.

Per quanto riguarda le attività di ricerca e salvataggio in mare, sono le Convenzioni internazionali, il Regolamento europeo n.656 del 2014, ed il Piano Sar nazionale del 2020 che stabiliscono le competenze primarie di coordinamento assegnato alla Centrale operativa della Guardia costiera. Perchè quella notte le motovedette della Guardia costiera, che potevano operare in condizioni di mare agitato, che anche la Meloni dimostra di dimenticare, non sono uscite, come avvenuto invece in centinaia di altri casi ? Non sarà facile continuare ancora a lungo addossare responsabilità esclusivamente su Frontex, come avverte adesso anche la Commissione Europea. Si profila dunque l’ennesima crisi con l’Europa se nella ricostruzione dei fatti, quando arriverà, si continuasse a scaricare tutte le responsabilità su Frontex, che ne ha sicuramente e gravi, ma operava nell’ambito di una operazione coordinata dalle autorità italiane..

Un imbarazzato ministro degli esteri Tajani, che non sapeva più da che parte guardare, mentre i giornalisti incalzavano con le loro domande e la Meloni incespicava, dimostrando di non conoscere neppure tanto bene i dossier che stava trattando, sui quali aveva convocato il Consiglio dei ministri a Cutro, rilanciava la tesi dello scambio, meglio sarebbe dire ricatto, con i paesi di origine, per barattare maggiore collaborazione nei rimpatri e nelle attività di polizia per bloccare le partenze, con quote riservate, nei prossimi decreti sui flussi di ingresso per lavoro. Un meccanismo che, se non si va all’abrogazione della Bossi-Fini ed alla modifica sostanziale dei meccanismi di incontro tra offerta e domanda di manodopera straniera, non potrà funzionare. Come non ha funzionato da quando sono cessate le grandi sanatorie ed i deceti flussi annuali per i quali si estendeva la portata a tutti coloro che trovandosi in Italia, con requisiti di inserimento lavorativo e sociale, facevano richiesta di regolarizzazione. Al contrario si ritorna al decreto sicurezza Salvini n.113 del 2018 con le nuove norme sui centri di permanenza per i rimpatri (CPR). Si prevede un allungamento dei tempi di detenzione in attesa del rimpatrio (sembrerebbe da tre a sei mesi) e la realizzazione di nuovi centri (uno per ogni regione) insieme al potenziamento dei dieci già esistenti, misure che si sono dimostrate già fallimentari dai tempi di Minniti in poi, e che sono state respinte persino da regioni a guida leghista.

Dalla prima bozza del decreto approvato nella mattinata dal Consiglio dei ministri sembra che sia stata eliminata la convalida giurisdizionale nelle procedure di allontanamento forzato, in violazione di quanto affermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza n.105 del 2001. Sarebbe infatti questo il risultato del gioco di rinvii che il nuovo Decreto legge fa all’art.13 comma 5 ter del Testo Unico sull’immigrazione n.286 del 1998.

Con la sua passerella a Cutro, e con il nuovo Decreto legge ancora in bozza, il governo mostra la sua vera faccia. La faccia feroce di chi deve rendere conto al proprio elettorato dopo una campagna elettorale tutta impostata sulla guerra ai poveri e tra i poveri, e dunque con un piano organico di contrasto di qualunque iniziativa di solidarietà, fino al soccorso civile in mare, e di inclusione sociale a terra. Troveranno una risposta determinata e duratura nel tempo, nessuno dei cittadini solidali, che sono molto più numerosi di quanto dicano i dati elettorali, si tirerà indietro nello scontro con questo governo. Nessuna azione di protesta e di denuncia sarà lasciata intentata, nei tribunali, sui territori, a livello internazionale. E non saranno certo gli spot nei paesi di origine, annunciati dalla Meloni, a fermare partenze, che in realtà sono fughe per la vita.

da pressenza

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