Dalle manifestazioni per la Palestina al No G7: in Svizzera si moltiplicano accerchiamenti, identificazioni di massa e limitazioni del diritto di protesta. La notte di Ginevra appare sempre meno come un eccesso isolato e sempre più come il sintomo di una deriva preoccupante.
La polemica suscitata dall’accerchiamento di centinaia di persone al termine della manifestazione No G7 di Ginevra sta finalmente rompendo il muro di silenzio che aveva accompagnato le prime ore successive ai fatti. Le testimonianze raccolte dai media svizzeri, le prese di posizione di giuristi, parlamentari e organizzazioni per i diritti umani stanno portando alla luce una domanda che va ben oltre la singola manifestazione: ciò che è accaduto a Ginevra è stato davvero un episodio eccezionale oppure rappresenta l’ennesimo tassello di una tendenza repressiva ormai consolidata?
Per chi segue da vicino le mobilitazioni sociali e le manifestazioni di solidarietà con la Palestina in Svizzera, la risposta appare piuttosto evidente.
Negli ultimi mesi almeno tre episodi hanno sollevato pesanti interrogativi sul comportamento delle forze dell’ordine: uno a Losanna, uno a Ginevra e uno a Berna. Tre vicende differenti ma accomunate da un elemento fondamentale: l’utilizzo di strumenti di controllo e contenimento che Amnesty International ha definito sproporzionati, punitivi o incompatibili con il pieno esercizio del diritto di manifestazione.
A Berna, durante una manifestazione per Gaza dell’ottobre scorso, centinaia di persone furono circondate e trattenute per ore dalla polizia in quello che molti osservatori hanno definito una vera e propria “gabbia”. Amnesty International ha criticato apertamente l’operato delle autorità, denunciando l’uso eccessivo della forza e le limitazioni imposte ai manifestanti.
A Ginevra, sempre nel contesto delle mobilitazioni per la Palestina, Amnesty aveva già denunciato pratiche giudicate illegali e punitive da parte della polizia cantonale. Anche a Losanna non sono mancate contestazioni riguardo alla gestione dell’ordine pubblico e all’uso della forza nei confronti dei manifestanti.
Eppure, nonostante le denunce, le critiche pubbliche e le richieste di chiarimento, a distanza di mesi si sa ancora molto poco sugli esiti delle inchieste e delle procedure avviate.
Proprio per questo motivo molti osservatori si aspettavano che, in occasione del vertice del G7 di Évian e delle mobilitazioni di Ginevra, le autorità scegliessero una linea più prudente.
È accaduto l’esatto contrario. Già nelle ore precedenti all’inizio delle manifestazioni il clima appariva surreale. Il centro di Ginevra era stato trasformato in una zona militarizzata. Le vetrine erano state protette da pannelli di legno. Decine di squadre antisommossa provenienti da diversi cantoni erano state mobilitate. Agenti armati di manganelli, scudi, lanciatori di proiettili di gomma e lacrimogeni presidiavano gli spazi pubblici.
Un episodio avvenuto il venerdì precedente alla manifestazione principale offre un’immagine particolarmente significativa di questa atmosfera.
Una Critical Mass a tema No G7, annunciata pubblicamente e destinata a riunire poche decine di ciclisti, si è trovata di fronte uno schieramento di forze dell’ordine degno di un’emergenza nazionale. La piazza di partenza è stata progressivamente chiusa. Ogni accesso controllato. Le persone che cercavano di entrare o uscire venivano identificate e perquisite. Persino alcuni giornalisti sono stati sottoposti ai controlli.
In cielo sorvolava un elicottero. Agenti erano posizionati sui tetti degli edifici. Sul terreno operavano poliziotti provenienti da diversi cantoni. Per meno di cento ciclisti.
La sproporzione dei mezzi impiegati appariva talmente evidente da trasformarsi essa stessa in un messaggio politico. Non si trattava di gestire una situazione di pericolo reale, ma di costruire un clima intimidatorio. Un dispositivo che sembrava pensato più per scoraggiare la partecipazione che per garantire la sicurezza.
La logica che emerge da questi episodi sembra essere quella della prevenzione assoluta. Non si interviene più per reprimere comportamenti specifici ma si costruiscono dispositivi destinati a controllare preventivamente intere categorie di persone considerate potenzialmente problematiche.
È una logica che riappare con forza anche nella notte della “gabbia” di Ginevra.
Secondo diverse testimonianze, nel corso della notte sarebbero arrivati rinforzi provenienti proprio da Berna, gli stessi reparti che avevano gestito l’accerchiamento dei manifestanti nell’ottobre precedente. Le procedure di identificazione e schedatura si sarebbero accelerate soltanto nelle ore successive, quando ormai stava diventando evidente l’imbarazzo politico generato dalla detenzione di centinaia di persone.
L’impressione di molti è che la priorità non fosse tanto quella di individuare eventuali responsabili di reati quanto quella di svuotare rapidamente l’area prima che la luce del giorno rendesse ancora più visibile l’intera operazione.
I risultati, del resto, sembrano confermare questa impressione. Dopo ore di detenzione collettiva, identificazioni, fotografie e controlli, il bilancio giudiziario appare estremamente limitato rispetto alle dimensioni del dispositivo impiegato.
Resta invece l’immagine di quasi trecento persone trattenute per tutta la notte senza distinzione tra manifestanti, giornalisti, organizzatori, residenti del quartiere, dipendenti del bar del parco e semplici passanti.
Una misura che assomiglia più a una punizione collettiva che a un intervento mirato di polizia giudiziaria. La vicenda solleva inoltre un’altra questione particolarmente delicata. Per giustificare l’enorme mobilitazione di forze dispiegata a Ginevra, le autorità hanno fatto riferimento a informazioni preventive secondo cui sarebbero stati acquistati online quantitativi anomali di mascherine e perfino di bocce da pétanque.
Al di là dell’aspetto quasi grottesco della vicenda, emerge un interrogativo tutt’altro che secondario: quali strumenti di sorveglianza vengono oggi utilizzati per monitorare i comportamenti dei cittadini? Quali dati vengono raccolti? Con quali limiti e con quali garanzie?
Domande che richiamano direttamente il dibattito, sempre più acceso anche in Svizzera, sull’uso delle immagini, delle fotografie segnaletiche e delle tecnologie di sorveglianza da parte delle forze dell’ordine.
La questione, in fondo, riguarda il modello di democrazia che si sta costruendo nel cuore dell’Europa. La Svizzera continua a essere percepita come uno dei paesi simbolo della stabilità democratica, della neutralità e del rispetto delle libertà civili. Ma proprio per questo quanto accaduto a Ginevra dovrebbe preoccupare ben oltre i confini elvetici.
Perché quando la risposta alle manifestazioni diventa l’accerchiamento preventivo, la schedatura di massa e la trasformazione dei manifestanti in sospetti collettivi, non siamo più di fronte a semplici misure di ordine pubblico. Siamo di fronte a una concezione della sicurezza che considera il dissenso come un problema da contenere piuttosto che come un diritto da garantire.
A rendere ancora più simbolica questa vicenda c’è una coincidenza che difficilmente può passare inosservata. Proprio nei giorni in cui Ginevra veniva trasformata in una città blindata e centinaia di persone venivano accerchiate e trattenute per ore dalla polizia, è morto a 92 anni Jean Ziegler, forse il più importante critico della Svizzera contemporanea. Figura centrale della sinistra internazionale, Ziegler ha dedicato la propria vita a denunciare le disuguaglianze globali, il potere della finanza e il ruolo della Confederazione elvetica nei meccanismi dell’economia mondiale.

Per molte generazioni di militanti il suo nome resta legato soprattutto a un libro pubblicato negli anni Settanta, La Svizzera lava più bianco, un’opera che contribuì a incrinare l’immagine idilliaca di un paese presentato come modello di neutralità, prosperità e democrazia. Ziegler raccontò invece l’altro volto della Confederazione: quello delle banche, dei paradisi fiscali, dei capitali nascosti, dei rapporti tra ricchezza finanziaria e disuguaglianze globali. Una critica che gli valse accuse di essere un “traditore della patria”, ma che contribuì a formare intere generazioni di attivisti e studiosi.
Esiste un episodio che forse riassume meglio di ogni altro il senso del suo impegno. Nel 1964, durante una visita a Ginevra, Ziegler incontrò Ernesto Che Guevara. Colpito dall’esperienza della rivoluzione cubana, confessò al Che il desiderio di partire con lui per raggiungere Cuba e unirsi alla lotta rivoluzionaria. La risposta fu destinata a segnare tutta la sua vita. Guevara gli disse che non doveva andare a Cuba. Doveva restare in Svizzera. «Qui c’è il cervello del mostro», gli spiegò. «È qui che devi combattere».
Quel consiglio divenne una scelta di vita. Ziegler avrebbe raccontato più volte che da quel momento decise di combattere il capitalismo globale nel cuore stesso del suo sistema finanziario e politico.
Forse è anche per questo che quanto accaduto a Ginevra assume un significato che va oltre la gestione di una manifestazione. Perché la città che ospita le Nazioni Unite, il Consiglio per i diritti umani e alcune delle più importanti organizzazioni internazionali del mondo continua a mostrare una contraddizione che Ziegler aveva individuato decenni fa: dietro l’immagine rassicurante della neutralità e della democrazia consensuale esiste una struttura di potere che, quando viene contestata, reagisce con strumenti di controllo, sorveglianza e repressione tutt’altro che neutri.
La lunga notte della gabbia di Ginevra non dimostra che la Svizzera sia diventata improvvisamente autoritaria. Dimostra piuttosto che il lato oscuro descritto da Ziegler non è mai scomparso. E che forse, ancora oggi, il “cervello del mostro” continua a trovarsi esattamente dove il sociologo svizzero lo aveva individuato più di mezzo secolo fa.
Per questo la gabbia di Ginevra non può essere archiviata come un incidente. È l’ultimo episodio di una sequenza che va da Losanna a Berna, da Berna a Ginevra, passando per le mobilitazioni contro il genocidio in Palestina e arrivando fino alle proteste contro il G7. Una sequenza che racconta una progressiva normalizzazione di pratiche eccezionali: accerchiamenti, identificazioni preventive, schedature di massa, sorveglianza diffusa e restrizioni sempre più pesanti del diritto di manifestare.
Se c’è una lezione che arriva dalla Svizzera di questi mesi è che anche nelle democrazie considerate più stabili e garantiste il dissenso può diventare rapidamente un problema di sicurezza. E quando questo accade, la distanza tra tutela dell’ordine pubblico e repressione politica rischia di diventare sempre più sottile.
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