Come le politiche sicuritarie producono paura e consenso autoritario
Negli ultimi vent’anni la politica italiana ha costruito una delle narrazioni più potenti della storia repubblicana: quella dell’“emergenza sicurezza”. Una narrazione che non si limita a descrivere la realtà ma contribuisce attivamente a produrla. Non è soltanto una rappresentazione distorta della criminalità: è un dispositivo politico capace di generare consenso, ridefinire le priorità dello Stato e alimentare un vero e proprio movimento reazionario di massa.
Il paradosso è che questa costruzione ideologica si sviluppa mentre i dati ufficiali raccontano una storia completamente diversa.
Secondo la serie storica dei reati denunciati dalle forze di polizia all’autorità giudiziaria, in Italia la criminalità registra un calo di lungo periodo. Nel 2009 i reati denunciati erano 2.629.831. Nel 2023 scendono a circa 2,34 milioni: una diminuzione complessiva nell’ordine dell’11 per cento. Se si considera l’ultimo decennio il trend appare ancora più evidente: tra il 2015 e il 2025 i reati diminuiscono di circa il 13 per cento.
Ancora più significativo è l’andamento dei reati più gravi. Nell’ultimo anno disponibile si registrano: omicidi volontari in calo del 14,88%, violenze sessuali in diminuzione del 4,45%, rapine in calo del 3,92% e furti del 6,11%. Il quadro complessivo restituisce l’immagine di un paese che, dal punto di vista statistico, non è attraversato da alcuna esplosione criminale.
Eppure la politica continua a parlare di emergenza sicurezza. I titoli dei giornali, le dichiarazioni dei governi e le campagne elettorali insistono su un racconto opposto: quello di una società minacciata, attraversata da un pericolo crescente, nella quale lo Stato dovrebbe rafforzare continuamente i propri strumenti repressivi. Questa dissonanza non è un errore. È una scelta politica.
Se davvero il calo dei reati guidasse il dibattito pubblico, ci si aspetterebbe una riduzione parallela dell’apparato repressivo. Accade invece il contrario.
Considerando l’intero sistema delle forze dell’ordine — Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia penitenziaria e polizie locali — l’Italia si colloca tra i paesi europei con la maggiore presenza di personale di sicurezza in rapporto alla popolazione. Le stime indicano circa 387.000 operatori su una popolazione di 60 milioni di abitanti, pari a circa 645 addetti ogni 100.000 abitanti: un valore superiore a Francia, Spagna, Regno Unito e Germania. Mentre i reati diminuiscono, la macchina della repressione continua a espandersi.
Negli ultimi anni questo rafforzamento non è stato soltanto quantitativo ma anche normativo. Dal decreto sicurezza a firma Minniti/Orlando nel 2017 fino agli interventi più recenti, i comuni hanno ottenuto la possibilità di destinare risorse anche a straordinari e assunzioni nella polizia locale in deroga ai limiti ordinari di spesa. A ciò si aggiungono nuovi concorsi già programmati per migliaia di agenti nei prossimi anni. La sicurezza non appare quindi come una risposta emergenziale a un picco di criminalità. È piuttosto un investimento politico strutturale nell’espansione dell’apparato repressivo.
Per comprendere questa trasformazione bisogna collocarla dentro un cambiamento più ampio del ruolo del diritto penale nelle società contemporanee. Negli ultimi decenni il sistema penale ha smesso progressivamente di essere uno strumento residuale — l’extrema ratio — per diventare una tecnica ordinaria di governo dei conflitti sociali.
Come ha mostrato Loïc Wacquant, la crisi dello Stato sociale nelle democrazie occidentali è stata accompagnata dalla crescita di uno “Stato penale” incaricato di gestire le conseguenze sociali delle politiche neoliberali. Quando il welfare si ritrae e le disuguaglianze si ampliano, il controllo sociale tende a spostarsi verso strumenti repressivi: polizia, carcere e legislazione penale diventano dispositivi di regolazione della marginalità.
David Garland ha definito questo processo “cultura del controllo”: una trasformazione profonda delle politiche penali in cui la sicurezza diventa una categoria politica centrale e la paura del crimine viene mobilitata come risorsa elettorale permanente.
In Italia questo paradigma assume una forma ancora più evidente. Gli studi di Salvatore Palidda mostrano come il discorso pubblico sulla sicurezza produca una vera e propria distrazione di massa: l’attenzione politica e mediatica viene concentrata su minacce minori o amplificate mediaticamente, mentre le principali insicurezze che colpiscono la popolazione restano largamente ignorate.
Le statistiche sulla mortalità lo dimostrano con chiarezza. Le principali cause di morte nelle società contemporanee non sono i reati comuni ma le malattie legate all’inquinamento, gli incidenti sul lavoro, le contaminazioni ambientali e le condizioni sociali di vita e di lavoro.
Eppure queste insicurezze strutturali rimangono ai margini del dibattito pubblico, mentre l’attenzione viene sistematicamente spostata su fenomeni molto più limitati ma politicamente più utili alla costruzione della paura.
Questo meccanismo produce una vera e propria selezione politica degli illegalismi. Gli illegalismi delle classi dominanti — evasione fiscale, sfruttamento del lavoro, economie sommerse, disastri ambientali — vengono spesso tollerati o ignorati. Gli illegalismi dei gruppi marginali — piccoli furti, irregolarità amministrative, migrazioni — vengono invece criminalizzati e perseguiti con grande visibilità. La sicurezza diventa così uno strumento di regolazione sociale.
Parallelamente lo spazio urbano viene trasformato in spazio di controllo. Daspo urbani, zone rosse e misure amministrative di allontanamento producono una ridefinizione selettiva dell’accesso alla città. Intere aree urbane possono essere sottratte alla fruizione di determinate categorie di persone attraverso provvedimenti amministrativi che spesso prescindono da una condanna penale.
Il diritto amministrativo diventa così uno strumento di selezione sociale dello spazio pubblico. In questo quadro assume un ruolo centrale una parola apparentemente innocua: decoro. Come mostrano le ricerche sulle politiche urbane degli ultimi decenni, il degrado non è una realtà oggettiva ma una categoria politica. Serve a trasformare la presenza dei poveri nello spazio pubblico in un problema di ordine urbano. Il problema non è più la povertà ma la sua visibilità. La città non deve più essere giusta: deve essere ordinata. Così la lotta alla povertà viene sostituita dalla lotta al degrado. Il conflitto sociale viene trasformato in una questione di ordine pubblico.
Questo slittamento semantico prepara il terreno alle politiche normative che negli ultimi anni hanno rafforzato il paradigma sicuritario. La sequenza dei decreti approvati nel corso dell’ultima legislatura — dal “decreto Rave” al “decreto Cutro”, dal “decreto Caivano” fino al nuovo decreto sicurezza — non rappresenta una serie di interventi isolati. Si tratta dei tasselli di un unico processo di trasformazione dello Stato, in cui la sicurezza diventa il principale dispositivo di governo del conflitto sociale.
Le misure introdotte lo dimostrano chiaramente: ampliamento dei poteri di polizia nelle manifestazioni, fermo identificativo preventivo, zone rosse urbane, sanzioni sempre più pesanti per gli organizzatori di proteste e strumenti amministrativi destinati a scoraggiare la partecipazione politica. Non si tratta più soltanto di punire comportamenti illegali. Si costruiscono dispositivi destinati a prevenire e scoraggiare il dissenso.
Questa trasformazione non nasce oggi. Il paradigma sicuritario che domina la politica italiana è il risultato di una continuità istituzionale che attraversa governi di diverso colore. Dalla stagione delle politiche sull’ordine pubblico inaugurata dal ministro Minniti nel 2017, passando per i decreti sicurezza di Salvini durante il primo governo Conte, fino ai provvedimenti dell’attuale esecutivo guidato da Meloni e alle iniziative dei ministri Nordio e Piantedosi, si dispiega una traiettoria coerente: l’espansione progressiva degli strumenti repressivi e la trasformazione del conflitto sociale in questione di ordine pubblico.
In questo senso i decreti sicurezza non rappresentano una rottura ma piuttosto un salto di scala dentro una dinamica già avviata da anni. Il risultato è un progressivo slittamento dell’equilibrio costituzionale verso una concezione dell’ordine pubblico sempre più centrata sull’autorità dell’esecutivo e sul rafforzamento del potere di polizia.
Perché una società che risponde alle proprie contraddizioni trasformandole in reati non è una società più sicura. È una società che ha scelto di governare le proprie disuguaglianze attraverso la repressione invece che attraverso la politica.
Quando la politica smette di affrontare le cause sociali dell’insicurezza — precarietà, impoverimento, disuguaglianze — e si limita a moltiplicare polizia, divieti e pene, ciò che costruisce non è sicurezza ma paura organizzata. La fabbrica dell’insicurezza funziona esattamente così: produce paura per giustificare più controllo, più polizia, più repressione. La fabbrica dell’insicurezza non serve a proteggere la società. Serve a disciplinarla.
Fonti e riferimenti
- Salvatore Palidda, Polizie, sicurezza e insicurezze, Meltemi, 2021.
- Loïc Wacquant, Punire i poveri. Il nuovo governo dell’insicurezza sociale, DeriveApprodi, 2006.
- David Garland, La cultura del controllo. Crimine e ordine sociale nel mondo contemporaneo, Il Saggiatore, 2004.
- Luigi Ferrajoli, Il populismo penale nell’età dei populismi politici, in vari saggi su diritto penale minimo e Stato di diritto.
- Carmen Pisanello, In nome del decoro. Dispositivi estetici e politiche sicuritarie, Ombre Corte, 2017.
- Wolf Bukowski, La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro, Alegre, 2019.
- Ministero dell’Interno – Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Dati sui delitti denunciati dalle forze di polizia all’autorità giudiziaria (serie storiche 2009-2025).
- Eurostat, Police officers per 100,000 inhabitants in EU countries.
- ISTAT, Statistiche sui reati denunciati e indicatori di sicurezza.
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