di Vincenzo Scalia
Da Vannacci e Cruciani all’apologia della giustizia fai-da-te, cresce una cultura politica che sdogana l’uso della forza e alimenta la paura, mentre il potere continua a indicare migranti e movimenti sociali come i veri nemici.
Da oltre un trentennio, in Italia, si è diffuso il panico morale sicuritario, che ha finito per ricoprire un ruolo centrale nel dibattito politico, come mostrano i ripetuti decreti sicurezza. La necessità di implementare misure repressive, si nutre della convinzione che alcuni gruppi sociali, in particolare i migranti, e, recentemente, i giovani, si distinguano per condotte anti-sociali, violente. Si parla di coltelli, di baby gang, di minacce all’incolumità personale.
Su un altro fronte, quello del dissenso politico, si registra una strategia repressiva articolata su tre livelli: il primo è quello dei decreti sicurezza che restringono gli spazi di libertà. Il secondo riguarda la militarizzazione del territorio e la repressione cruenta, come il caso dei lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. L’ultimo livello è quello simbolico: le richieste di ergastolo per gli imputati del processo relativo ai fatti della Cascina Spiotta di 51 anni fa (!), la pervicacia con cui si cerca di estradare reduci dei fatti degli anni settanta (vedi il caso Bertulazzi), rivestono una valenza che va al di là del penale. Si tenta di condannare alla damnatio memoriae i protagonisti di quella stagione, demonizzando ogni forma di dissenso che provenga da sinistra. Allo stesso tempo, si punta a lanciare un messaggio intimidatorio verso chi spinge per una radicalizzazione delle lotte. Il male, il pericolo, il fanatismo, la violenza, secondo questa impostazione, stanno a sinistra.
La realtà mostra un altro tipo di situazione, radicalmente opposta alle rappresentazioni dominanti. La violenza, chi la cerca, la può trovare tra gli opinion makers e i deputati europei, nonché tra gli elettori di Futuro Nazionale. Il 28 giugno, a Vicenza, nel corso di un’iniziativa organizzata dall’ex-generale per ricordare le vittime di criminalità, si è assistito a una manifestazione di degrado morale e civile che rischia di ripercuotersi sul quadro politico. Vannacci, insieme al giornalista de La Zanzara Giuseppe Cruciani, hanno sfoggiato, tra il visibilio del pubblico, una maglietta in cui dichiarano di essere Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour che, cinque anni fa, nel corso di una rapina, sparò ai rapinatori, uccidendone due e ferendone uno. Al momento, al secondo grado di giudizio, il gioielliere è stato condannato a 14 anni e 9 mesi per omicidio volontario plurimo.
Non siamo tra quelli che inneggiano al carcere, ma questa solidarietà ci sconcerta, per vari motivi. Innanzitutto, perché, a sdoganare gli omicidi, si finisce per legittimare la violenza, e ad innescare un circolo vizioso, dove armarsi è ciò che conta. Con buona pace della fiducia e del rispetto che sono alla base della convivenza civile. In secondo luogo, perché fa leva su di un’idea di giustizia classista e razzista. Se sei italiano, bianco, proprietario, hai tutto il diritto di uccidere. Come è successo a Voghera, a Viareggio, a Lonate Pozzolo.
La proprietà diventa il regolatore dei rapporti sociali, in nome della quale tutto è lecito. Un’impostazione che tradisce il principio di uguaglianza di fronte alla legge, per cui Alfredo Cospito, i militanti di Askatasuna e del Leoncavallo, i dimostranti propal, sono violenti tout court, e nei loro confronti vanno applicate misure repressive della massima severità. Viceversa, agli italiani, proprietari, è consentito di tutto. È grave che un’impostazione del genere trovi legittimazione anche tra figure del mondo dell’informazione, che, in nome di un presunto libertarismo, da anni, stanno legittimando le manifestazioni più becere. Trascurando il fatto che la Costituzione, lo Stato di diritto, contano molto di più dell’esigenza di fare audience.
La strana coppia Cruciani-Vannacci, suscita un’ulteriore riflessione, che ci riporta agli anni Settanta. Il processo 7 aprile, che prosciugò il bacino del dissenso e mise un’ipoteca sulla radicalità della politica che dura ancora oggi, si basava su elementi indiziari, tratti dalla lettura di volantini, riviste e documenti politici dell’area dell’Autonomia Operaia. Dalla quale, attraverso interpretazioni forzate (linguaggio e contenuti erano evidentemente diversi), si puntò a dimostrare l’organicità tra autonomi e brigatisti, producendo una delle mostruosità giudiziarie e giustizialiste più gravi della storia repubblicana. Quando il teorema Calogero si sgonfiò, per non chiedere scusa, ci si appellò al concorso morale e ai cattivi maestri. Persino una sincera democratica come Tina Anselmi, ex-staffetta partigiana, dichiarò, in un’intervista televisiva rilasciata a Piero Chiambretti nel 1994, che Toni Negri aveva comunque la responsabilità morale per avere condotto una generazione al terrorismo (sic!). Se ne deduceva che meritava la condanna a 16 per concorso morale, ad una rapina avvenuta lontano da casa sua.
Il 7 aprile non è mai stato chiarito. Nessuno si è mai scusato. Anzi, le letture complottiste dominanti, continuano a tenere in vita la lettura dietrologica. Nonché quella dei cattivi maestri. Ci sembra che invece, i cattivi maestri, in questi anni, siano stati a destra. La Lega che tirava molotov nei campi rom e spruzzava il DDT sulle sex workers, ne è un esempio calzante. Cruciani e Vannacci, sulla stessa scia, sono molto più che cattivi maestri. Ma si preferisce contare la loro audience, i loro potenziali suffragi elettorali, piuttosto che agire per arginarli.
È inutile scovare a tutti i costi le baby gang e il dissenso politico, criminalizzare fasce intere della popolazione, se la violenza la troviamo proprio nei settori più integrati della società. E, soprattutto, in un preciso settore dello spettro politico, ovvero, la destra. Fermiamoli, finché siamo in tempo.
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