La fabbrica del falso: quando l’Occidente vuole zittire chi denuncia il genocidio

Il caso Francesca Albanese smaschera il meccanismo: governi che costruiscono scandali, media che rilanciano senza verificare, e la parola “antisemitismo” usata come manganello politico contro le voci indipendenti.

C’è un momento, nella storia di ogni sistema di potere, in cui la censura non può più presentarsi come censura. Deve travestirsi. Deve diventare “sicurezza”, “ordine”, “lotta all’odio”. Deve fingere di difendere la democrazia mentre la svuota. E oggi, nel pieno del genocidio in corso in Palestina, quel momento è arrivato. Il caso costruito contro Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi occupati, è una dimostrazione plastica di come funziona questa macchina: non si confuta la realtà, si distrugge chi la racconta.

L’episodio è ormai chiaro. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha annunciato davanti all’Assemblea Nazionale l’intenzione di chiedere alle Nazioni Unite la rimozione di Albanese dal suo incarico. La motivazione sarebbe “gravissima”: in un intervento a Doha, durante un forum di Al Jazeera il 7 febbraio, la relatrice avrebbe definito Israele “nemico comune dell’umanità”. Un’accusa incastonata in un frame preciso: antisemitismo, secondo la definizione IHRA. Il solito dispositivo, quello che serve a trasformare una denuncia politica in un crimine morale.

Solo che quella frase non esiste.

Albanese non ha mai pronunciato quelle parole. Non in pubblico, non in privato, non in un post. Niente. La relatrice ha risposto immediatamente su X chiarendo che il riferimento era “al sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina”, e non a Israele. E ha pubblicato il video integrale dell’intervento, dove si sente perfettamente cosa ha detto: «Mai prima la comunità globale si era accorta delle sfide che tutti noi affrontiamo. Noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune».

Un passaggio politico limpido: non un attacco etnico, non un’asserzione contro un popolo, ma una critica al sistema globale di potere che produce guerra, colonizzazione, impunità. Eppure, il meccanismo mediatico si è mosso in pochi minuti come un riflesso condizionato: il virgolettato inventato è diventato “notizia”, lo scandalo è stato confezionato, la gogna è partita. Senza verifiche, senza fonti, senza l’elementare prudenza che dovrebbe distinguere il giornalismo dalla propaganda.

Questo è il punto. Non siamo di fronte a un errore isolato. Siamo di fronte a una filiera.

Il ministro francese ha pronunciato un’accusa falsa in un contesto istituzionale solenne, davanti al parlamento. La maggior parte dei media l’ha ripresa come se fosse un dato. Opinionisti e giornalisti hanno alimentato l’indignazione, a caccia di visibilità, like, posizionamento. E a ruota si è mosso l’esercito digitale dei troll, quel sottobosco organizzato che negli ultimi mesi ha trasformato l’insulto e la diffamazione in un’industria politica. Poi, quando la prova video ha smentito tutto, non è successo nulla. Nessuna retromarcia proporzionata. Nessuna correzione in prima pagina. Nessuna assunzione di responsabilità. Il circo ha continuato, perché non stava cercando la verità. Stava cercando una testa.

È qui che crolla definitivamente la favola del “quarto potere”. Se il giornalismo avesse davvero come missione l’accertamento dei fatti, una vicenda del genere si sarebbe rovesciata in poche ore: “Ministro francese diffonde citazione falsa, attacco politico contro relatrice ONU”. Sarebbe stato lo scandalo vero. Invece no. La notizia, per i media allineati, non è che un ministro ha mentito (o parlato senza sapere), ma che Albanese esiste. Che parla. Che denuncia. Che non si piega.

Perché Francesca Albanese è diventata un bersaglio? Perché è una delle poche figure istituzionali internazionali che ha chiamato le cose col loro nome: genocidio, pulizia etnica, apartheid, occupazione coloniale. E soprattutto perché lo ha fatto con rigore, con documenti, con diritto internazionale alla mano. Non è un’attivista qualunque: è una relatrice ONU. Un ruolo che, in teoria, dovrebbe essere protetto e valorizzato. In pratica, oggi, è sotto assedio.

E non è un caso isolato. È una strategia occidentale.

Da mesi governi e apparati politici europei e statunitensi lavorano per spostare l’attenzione: non dal genocidio, ma da chi lo denuncia. Non dalle bombe, ma dalle parole. Non dalle fosse comuni, ma dai tweet. È una guerra contro la testimonianza. Una guerra contro la legittimità della critica. Una guerra contro la possibilità stessa di dire: Israele sta commettendo crimini di massa, e l’Occidente li sta coprendo, finanziando, armando, giustificando.

La parola “antisemitismo”, in questo schema, viene usata come un’arma. Non per difendere le comunità ebraiche dall’odio reale — che esiste e va combattuto — ma per proteggere uno Stato dalle conseguenze politiche e morali delle proprie azioni. È un rovesciamento mostruoso: si svuota un concetto fondamentale e lo si trasforma in un manganello retorico. Così chi denuncia un genocidio diventa “estremista”, chi chiede sanzioni diventa “odiatore”, chi invoca il diritto internazionale diventa “pericoloso”.

E i media, invece di spezzare questo meccanismo, lo alimentano. Non perché non possano fare diversamente, ma perché in gran parte hanno scelto di essere parte dell’architettura del potere. Il giornalismo che ripete un virgolettato inventato da un ministro senza controllare non sta “informando”: sta partecipando a un’operazione politica. Sta diventando un organo di trasmissione. Sta rinunciando alla sua funzione.

La questione, a questo punto, è semplice e brutale: in Europa, oggi, la libertà di parola è tollerata solo finché non mette in discussione i crimini dell’alleato. Finché non rompe la narrazione. Finché non chiama genocidio ciò che genocidio è. Quando lo fa, scatta la punizione: delegittimazione, diffamazione, isolamento, richiesta di dimissioni, criminalizzazione.

Per questo il caso Albanese è un segnale enorme. Perché mostra che i governi occidentali non stanno solo fallendo nel fermare il genocidio: stanno lavorando per impedire che venga nominato. E stanno usando l’informazione come campo di battaglia, sapendo che controllare il racconto significa controllare la realtà politica.

Resta una domanda inevitabile, soprattutto in Italia: se Francesca Albanese è cittadina italiana, se un ministro francese ha diffuso pubblicamente una citazione falsa per chiederne la rimozione dall’ONU, dov’è la risposta istituzionale? Dov’è la protesta ufficiale? Dov’è la richiesta di scuse? Dov’è la difesa di una figura ONU attaccata con un falso?

Il silenzio è la seconda metà della macchina. La diffamazione fa rumore, la complicità tace.

E intanto, a Gaza, i morti continuano. Ogni giorno. Ogni ora. È per questo che la fabbrica del falso lavora senza sosta: perché la verità, oggi, è insopportabile per chi ha scelto di stare dalla parte dell’impunità. E perché una voce autorevole che la pronuncia — davanti al mondo, con il timbro delle Nazioni Unite — è un pericolo più grande di qualsiasi slogan.

Non per la sicurezza. Per il potere.

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