La destra invoca il pugno di ferro contro la Global Sumud Flotilla

Per la destra i membri della Global Sumud Flotilla dovrebbero finire sotto processo, pena l’ergastolo. Ma le imbarcazioni non violano alcuna norma, piuttosto sono stati oggetto di attacchi illegali e i loro governi hanno l’obbligo di proteggerli. Probabilmente finiranno illegittimamente nelle carceri israeliane, e rischiano la vita, esattamente per riaffermare le norme del diritto internazionale e i diritti umani.

Dai mari del sud del Mediterraneo, Maria Elena Delia, portavoce italiana della Global Sumud Flotilla, è sbarcata domenica scorsa direttamente nei palazzi della politica. Quelli che ha avuto con esponenti del governo e delle opposizioni sono stati definiti «incontri di ascolto»: Delia ha voluto toccare con mano direttamente, per poi riportare tutto alle barche in videoconferenza la situazione politica, anche per capire cosa la missione ha smosso nelle alte sfere dopo troppi mesi di immobilismo, soprattutto dalle parti della maggioranza.

E allora ha sentito al telefono il ministro degli esteri Antonio Tajani, il quale le ha ribadito che è tutto molto rischioso. Ma qui dalla Flotilla ci tengono a precisare che l’ipotesi di consegnare gli aiuti a Cipro era concreta ma è stata bruciata dall’uso strumentale che ne ha fatto il governo e soprattutto Giorgia Meloni da New York. L’altra precisazione è che questa strada, che il Vaticano ha cercato faticosamente di mettere in piedi, non è mai stata in contraddizione con la prosecuzione della navigazione. Anche perché l’obiettivo dichiarato dalla Flotilla, fin dalle scorse edizioni, è sempre stato quello di rompere l’assedio.

la destra, che dopo i giorni dell’appello di Mattarella è tornata ad usare toni più aggressivi e tutt’altro che dialoganti nei confronti della Flotilla. Certificano i giuristi di Asgi, Giuristi democratici e Comma 2, che il blocco navale israeliano è illegittimo, gli attacchi alla Global Sumud Flottilla sono illegali e la missione è perfettamente conforme al diritto internazionale.

Eppure il vicepresidente della camera dei deputati Fabio Rampelli arriva un ribaltamento della logica del diritto, in base al quale chi si trova a bordo delle imbarcazioni dovrebbe finire sotto processo, pena l’ergastolo: «Flottilla sta seriamente mettendo a rischio la sicurezza nazionale, ed è in palese violazione dell’articolo 244 del codice penale secondo cui chiunque compia arruolamenti o altri atti ostili senza l’approvazione del governo, esponendo lo stato a un rischio di guerra, è punito con la reclusione da sei a diciotto anni; se la guerra si verifica, la pena è l’ergastolo. Ci chiediamo per quale motivo nessun pubblico ministero stia aprendo un’indagine e formulando un’ipotesi di reato di fronte a un evidente notitia criminis».

Ieri le minacce sono arrivate all’inviata Rai a Gerusalemme Lucia Goracci, accusata dal capogruppo di Forza Italia al senato Maurizio Gasparri di aver negato i massacri del 7 ottobre. Alla giornalista è arrivata la solidarietà delle opposizioni, del Cdr del Tg3 e del sindacato. Dicono dall’Usigrai: «Attaccare una stimata professionista, accusandola, in sua assenza, e mostrando una foto senza citare né fonti, né contesto e senza possibilità di replica, non vuol dire solo negare il valore di una stimata professionista, alla quale va la nostra piena solidarietà, ma anche negare la funzione del servizio pubblico radiotelevisivo, trasformato per l’ennesima volta in un megafono della peggiore propaganda».

Ma considerare l’impresa della Global Sumud Flotilla come un atto disobbedienza civile. Ma è sbagliato. La disobbedienza civile è la violazione di norme giuridiche in nome di un principio superiore. Gandhi non rispettava la disciplina dell’Impero britannico sulla produzione del sale, Rosa Parks si sedeva nei posti dell’autobus riservati ai bianchi infrangendo le leggi segregazioniste dell’Alabama. Le donne e gli uomini a bordo non fanno niente di illegale: attraversano acque internazionali e sono dirette a un settore di mare illegalmente occupato da Israele (cfr. il parere della Corte internazionale di giustizia del 19 luglio 2024 e la risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 23 settembre 2024, che ordina a Israele di ritirarsi), su piccole imbarcazioni civili.

Le imbarcazioni non violano alcuna norma, piuttosto sono stati oggetto di attacchi illegali e i loro governi hanno l’obbligo di proteggerli. Probabilmente finiranno illegittimamente nelle carceri israeliane, e rischiano la vita, esattamente per riaffermare le norme del diritto internazionale e i diritti umani.

Il paradosso è che questa azione del tutto legale venga considerata come qualcosa di molesto o di provocatorio. Il presidente Mattarella, probabilmente con ottime intenzioni, ha invitato la Flotilla a consegnare il materiale ad agenzie terze. Implicitamente considerando inevitabili, se non legittimando, i probabili crimini di pirateria che saranno commessi da Israele. Qualche dubbio in più è lecito sulle intenzioni del governo. Per non dire della paranoia politica della presidente del Consiglio, che arriva a presentare l’azione internazionale della Flotilla come diretta contro di lei, accusando persone che rischiano la vita «per dignità, non per odio».

L’obbedienza civile della Flotilla è insomma una forma straordinaria di lotta per il diritto. Di fronte all’inerzia degli Stati e alla paralisi delle organizzazioni internazionali, esprime la speranza che il diritto torni a svolgere una funzione a Gaza, che si applichi la Convenzione sul genocidio, che si dia seguito alle sentenze della Corte internazionale di giustizia e ai mandati di arresto della Corte penale internazionale. Contro lo Stato fuorilegge che dalla sua fondazione viola sistematicamente il diritto internazionale, il diritto internazionale umanitario e i diritti umani, e contro la complicità dei governi che lo sostengono.

Tutto questo sullo sfondo di un ritorno in grande stile della guerra. Dopo il fallimento del progetto Usa di imporre un ordine unilaterale e imperiale è in corso la “guerra mondiale a pezzi”, e molti commentatori irresponsabili discettano sulla possibilità che questi pezzi si saldino, incluso il ricorso alle armi nucleari. Anche l’Ue, ex “potenza civile” si riarma, mentre i profitti dell’industria bellica e della connessa speculazione finanziaria schizzano verso l’alto.

Certo il diritto internazionale ha incontrato una serie desolante di fallimenti ed è stato utilizzato per legittimare operazioni imperiali e progetti egemonici. Ma oggi sembra di essere di fronte a un punto di non ritorno, non solo nei comportamenti ma anche nelle ideologie di legittimazione. Il “mai più” pronunciato dopo la seconda guerra mondiale, la Shoà e gli altri genocidi, è sempre più flebile. La guerra torna a essere concepita come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, per non dire dell’offesa alla dignità degli altri popoli.

Al di là delle sconcertanti oscillazioni, la politica estera di Donald Trump sembra ispirata da un chiaro principio: l’affermazione degli interessi americani attraverso la forza bruta, militare ed economica. Israele è la punta di diamante di questa visione. I palestinesi la prima vittima sacrificale.

La Flotilla è un fortissimo segno di speranza, insieme con la straordinaria mobilitazione che la sostiene e con l’orientamento della grande maggioranza dei popoli, rappresentato iconicamente dall’aula vuota dell’Assemblea generale dell’Onu durante il delirante discorso di Netanyahu. Ci dice che il diritto si deve, e si può rispettare, che non è necessario che prevalga sempre la legge del più forte. E che questo vale per loro e per noi, per i poveri e per i ricchi, per gli oppressi e per i potenti. Fra l’altro, che è possibile salvare il meglio della civiltà europea.

Lo scandalo della Flotilla ha in fondo la stessa radice di quello per l’accusa di genocidio a Israele e l’incriminazione dei suoi leader: lo scandalo della legge uguale per tutti.

(fonte: Giuliano Santoro e Luca Baccelli da il manifesto)