La destra ha due facce: applaude le rivolte lontane, reprime il dissenso in Italia

Diritti umani a corrente alternata: repressione per chi protesta in Italia, solidarietà di facciata per chi la subìsce altrove. La destra che applaude le rivolte in Iran è la stessa che criminalizza il dissenso, colpisce i movimenti e copre la violenza poliziesca nel nostro paese

Dopo anni passati a invocare e approvare decreti sicurezza, a chiedere più carcere per chi protesta, a garantire impunità alle forze dell’ordine responsabili di violenze, a descrivere il dissenso come una patologia da reprimere e non come un diritto da tutelare, la destra italiana si scopre improvvisamente solidale con giovani, donne e attivisti. Una conversione tanto improvvisa quanto falsa. Perché, come sempre, non riguarda chi lotta qui.

All’improvviso la repressione torna a chiamarsi repressione. I morti vengono contati, le torture denunciate, i corpi mostrati senza ambiguità. Le parole “rivolta”, “resistenza”, “coraggio” tornano accettabili. Nessuna criminalizzazione preventiva, nessun sospetto sui manifestanti, nessuna indulgenza verso il potere che reprime. Peccato che tutto questo valga solo quando le rivolte arrivano da lontano, possibilmente da un regime nemico o comunque funzionale alla propaganda occidentale.

Perché in Italia, nello stesso tempo, quella stessa area politica applaude quando una ragazza perde un occhio per un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo. Giustifica le torture, le cariche, minimizza gli abusi, assolve sistematicamente la violenza poliziesca. Costruisce leggi che restringono gli spazi di agibilità politica, che trasformano la protesta in reato, che colpiscono chi blocca una strada, sciopera, occupa, disobbedisce. Qui il dissenso non è eroico: è criminale.

La metamorfosi mediatica è altrettanto rivelatrice. Gli stessi giornali e talk show che oggi mostrano empatia per chi fugge dalla repressione e dalle condizioni materiali devastanti sono quelli che per anni hanno parlato di “migranti economici”, di “invasione”, di porti da chiudere e di persone da respingere. Oggi scoprono la compassione, ieri invocavano i respingimenti. Anche in questo caso, la solidarietà funziona solo a distanza.

Ancora più grave è la rimozione selettiva. La destra che oggi inneggia alla rivolta in Iran non ha mai mostrato alcun interesse per le centinaia di condanne a morte, per i prigionieri politici, per la repressione sistematica che dura da decenni. E non ha esitato, qui da noi, a buttare fango su Maysoon Majidi, attivista curdo-iraniana fuggita dopo le rivolte del 2022, arrestata in Italia con l’accusa infamante di essere una scafista. Quando la repressione subìta bussa alle nostre frontiere, non merita solidarietà: merita sospetto e punizione.

Questa improvvisa passione per i diritti, inoltre, si ferma sempre dove iniziano gli interessi politici e ideologici della destra. È la stessa area che giustifica il genocidio in Palestina, che legittima bombardamenti, assedi, punizioni collettive e massacri di civili in nome della “sicurezza”, che criminalizza chi denuncia i crimini israeliani e reprime la solidarietà con il popolo palestinese. È la stessa destra che guarda con indulgenza – quando non con aperta ammirazione – alle violenze poliziesche e agli omicidi razzisti negli Stati Uniti, quando la repressione viene rivendicata come strumento di ordine e disciplina sociale.

Chi oggi piange lacrime di coccodrillo per le rivolte in Iran è lo stesso che domani voterà l’ennesima legge per colpire manifestanti, migranti, attivisti, donne. Non c’è contraddizione: c’è una scelta di campo. La repressione non è un’anomalia per la destra, è una pratica politica. Viene condannata solo quando non è sotto controllo, quando non serve agli interessi geopolitici o non può essere piegata al governo dell’ordine sociale. Per questo viene agitata come scandalo contro i nemici esterni e applicata senza esitazioni contro il conflitto interno.

Smontare questa ipocrisia non è un esercizio retorico, ma una necessità politica. Perché ogni decreto sicurezza, ogni manganellata coperta, ogni processo contro chi lotta qui rende vuote e false le lacrime versate altrove. La solidarietà non si proclama a distanza: si pratica combattendo, qui e ora, la repressione di casa nostra.

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