La Corte di giustizia europea fa a pezzi il modello italiano di deportazione dei migranti. L’iter che prevede la detenzione dei richiedenti è stato bocciato dai tribunali di ogni livello
di Giansandro Merli da il manifesto
La sentenza letta ieri mattina alla dieci in punto dal presidente della Corte di giustizia Ue Koen Lenaerts è una sconfitta su tutta la linea per il governo Meloni. Stabilisce che l’esecutivo può definire per legge una lista di «paesi di origine sicuri», ma il giudice nazionale ha sempre il dovere di verificarne la compatibilità con le normative europee. Sia il magistrato che il richiedente asilo devono poter accedere alla fonti qualificate alla base della designazione di sicurezza. Infine, afferma che non può essere considerato come «paese di origine sicuro» quello Stato in cui ci sono gruppi di persone a rischio.
QUEST’ULTIMO PUNTO resta effettivo fino all’entrata in vigore del nuovo patto Ue su immigrazione asilo, che ammette simili eccezioni, ma segna inevitabilmente il futuro prossimo del progetto Albania. Perché tutti i paesi coinvolti nella prima fase del protocollo – in particolare Bangladesh ed Egitto, ma eventualmente anche Tunisia e gli altri in testa alla classifica degli sbarchi – non rispettano tale criterio.
Le condizioni di assenza «generale» e «costante» di persecuzioni, torture o altre forme di trattamenti inumani e degradanti richieste dalla Direttiva procedure devono essere rispettate, scrive la Corte, «con riferimento a tutta la popolazione del paese terzo interessato affinché possa essere designato paese di origine sicuro».
AGLI ESPERTI della materia sembrerà la logica conseguenza della decisione con cui il 4 ottobre 2024 gli stessi giudici di Lussemburgo avevano escluso la possibilità di eccezioni per porzioni di territorio. Ma nella nuova fase politico-istituzionale segnata dall’egemonia delle destre, più o meno estreme, è soprattutto una netta affermazione dell’indipendenza della Corte e della sua funzione di garanzia su quei diritti fondamentali che le Costituzioni nazionali e le Convenzioni europee hanno sottratto al potere esecutivo di turno.
Nell’udienza del 25 febbraio scorso dodici Stati membri e la stessa Commissione Ue, in un incredibile testacoda rispetto alla memoria depositata appena un mese prima, avevano provato ad affermare la tesi opposta. E infatti è su questo punto che si scatena la rabbia del governo italiano, il quale confidava in una sentenza più sfumata che lasciasse aperti almeno i margini per nuovi trasferimenti di richiedenti asilo oltre Adriatico e per puntare il dito contro quelle toghe che, da Catania a Roma, ieri hanno avuto ragione su tutta la loro interpretazione della normativa comunitaria.
«SORPRENDE la decisione della Corte di Giustizia Ue in merito ai paesi sicuri di provenienza dei migranti illegali. Ancora una volta la giurisdizione, questa volta europea, rivendica spazi che non le competono, a fronte di responsabilità che sono politiche», attacca la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «La sentenza della Corte europea è l’ennesimo schiaffo alla sovranità nazionale del nostro Paese», alza il tiro il vicepremier leghista Matteo Salvini.
Questa volta l’esecutivo italiano ha capito bene qual è la posta in gioco: ci sono dei limiti all’arbitrio, anche nel campo dei diritti dei cittadini stranieri. Le dichiarazioni preludono a un nuovo attacco alle norme sovraordinate o alle loro istituzioni di garanzia. La Corte Ue da un lato, la Corte europea dei diritti dell’uomo dall’altro. Contro quest’ultima la premier italiana aveva già avviato una raccolta firme tra i capi di governo pretendendo di fissare dei paletti alle sue decisioni, per adesso soltanto in materia di immigrazione.
L’ALTRO VICEPREMIER, il forzista Antonio Tajani, prova invece a minimizzare: «La decisione non mi convince, ma avrà effetti molto brevi perché presto con l’entrata in vigore delle nuove norme comunitarie sull’immigrazione cesserà di valere». In realtà, a parte il tema delle eccezioni per categorie di persone, il pronunciamento della Corte Ue sembra alludere anche ad alcuni limiti che dovrà avere il patto Ue sull’immigrazione. Nella sua proposta di lista comune di paesi di origine sicuri, per esempio, la Commissione guidata da Ursula von der Leyen ha omesso qualsiasi indicazione circa le fonti utilizzate. Elemento necessario ai fini della legittimità della designazione secondo i giudici di Lussemburgo.
In ogni caso, al momento, i centri di detenzione in Albania restano attivi solo in forma residuale, per i migranti “irregolari” deportati dall’Italia. I giudici di pace, magistrati non togati, sono gli unici che continuano a prorogare i trattenimenti senza curarsi dell’altro rinvio pregiudiziale alla Corte Ue, quello con cui a fine maggio la Cassazione ha chiesto se anche la seconda fase del protocollo violi le norme europee
PER TRASFERIRE a Shengjin e Gjader nuovi richiedenti asilo, secondo il piano iniziale del governo italiano riservato a chi non era mai entrato nel territorio nazionale, l’unica strada resta quella di anticipare alcuni punti del patto Ue. La Commissione, per aiutare Meloni, lo ha già proposto. Il Consiglio ne ha iniziato a discutere. Deve però votare e deve farlo anche l’europarlamento. Possono accelerare, ma sarebbero comunque necessari dei mesi. Anche avvenisse prima di giugno 2026, quando le nuove norme diventeranno effettive, la sentenza di ieri afferma il principio che sui diritti fondamentali l’ultima parola spetta all’istituzione di garanzia. La giurisdizione.
Procedure di frontiera, tutte le sconfitte del governo
In principio fu Apostolico. Era il 29 settembre 2023, un venerdì, quando la giudice del tribunale di Catania firmò la liberazione di quattro persone dal primo centro di trattenimento per richiedenti asilo della storia italiana. Il governo Meloni lo aveva aperto a Modica-Pozzallo. Di soppiatto, ma al termine di un lungo lavorio giuridico. È lì che si sarebbero dovute sperimentare le «procedure accelerate di frontiera». L’iter rapido per l’esame della domanda di protezione internazionale riservato ai richiedenti asilo originari dei «paesi sicuri». Un percorso speciale che abbatte le garanzie dei migranti e permette il trattenimento.
Le radici della struttura siciliana, diversa dai Cpr dove sono rinchiusi i migranti “irregolari”, affondano in una norma del 5 agosto 2019. A pochi giorni dal Papeete, il Viminale di Matteo Salvini aveva esteso per decreto la nozione di frontiera a territori come la provincia di Catania. Una finzione giuridica per detenere i richiedenti asilo. Ma poco dopo il governo giallo-verde cade e il tema va in freezer.
LA SCONGELA il 10 marzo 2023 il decreto Cutro che, a pochi giorni dal naufragio in cui muoiono circa cento persone, indurisce la disciplina anti-migranti. Tra le altre cose, introduce una norma che autorizza il trattenimento dei cittadini stranieri originari dei paesi sicuri che chiedono protezione. Meno di sei mesi dopo, la premier Giorgia Meloni va in Albania. Sembra una vacanza estiva. Si dice l’invito sia partito dal primo ministro Edi Rama. Nessuno sa precisamente di cosa parlano. Si scoprirà il 6 novembre 2023, quando i due leader firmano il protocollo sui centri di Shengjin e Gjader.
Il governo italiano ci vuole portare i migranti mai entrati in Italia, convinto che ciò produrrebbe un «effetto deterrenza» sulle partenze. In Albania sono previste le procedure accelerate di frontiera che intanto, però, sono state bocciate a Catania. Prima da Iolanda Apostolico e poi dagli altri colleghi della sezione specializzata in Immigrazione: i giudici le ritengono illegittime a fronte delle direttive Ue. Soprattutto nella parte che prevede una cauzione di 5mila euro per riguadagnare la libertà. Così magistrati disapplicano la legge nazionale, facendo arrabbiare il sottosegretario di Stato Alfredo Mantovano.
APOSTOLICO FINISCE al centro di un fuoco di fila politico e mediatico (nel dicembre 2024 lascerà la magistratura). La ragione di tanta foga si chiarisce solo a posteriori: il suo provvedimento avrebbe messo in discussione anche il progetto Albania, che a quell’altezza era ancora segreto. Intanto il Viminale ricorre per Cassazione contro le decisioni delle toghe etnee. Gli ermellini interpellano la Corte di giustizia Ue. Evidentemente qualche rischio di incompatibilità con le regole europee c’è, soprattutto sulla cauzione. Tanto che il governo batte in ritirata: prima modifica la norma, poi ritira i ricorsi. La Cassazione fa lo stesso con il rinvio a Lussemburgo.
Il dibattito si sposta sul protocollo Albania, ratificato dal parlamento il 21 febbraio 2024. È il grande azzardo di Meloni, un esperimento di detenzione extraterritoriale senza precedenti in Italia e nell’Ue che la premier offre come modello ai partner europei. Ma l’apertura dei centri, prevista a maggio-giugno 2024, continua a slittare.
COSÌ IL GOVERNO fa un altro test, che prova a mantenere segreto (ma sul manifesto ne abbiamo scritto subito). Crea un centro come quello di Modica-Pozzallo a Porto Empedocle, accelerando improvvisamente alla metà di agosto 2024, tanto da costringere i magistrati della sezione specializzata di Palermo a riorganizzare le ferie. Forse spera che con il cambio di provincia e di ufficio competente le richieste di convalida dei trattenimenti abbiano un esito diverso.
E in effetti al primo colpo un cittadino tunisino resta dietro le sbarre. Risultato effimero, perché le toghe palermitane seguono un ragionamento diverso da quelle etnee, valutando caso per caso tutte le circostanze, ma arrivano sostanzialmente allo stesso risultato: liberano tutti i richiedenti, con qualche eccezione legata al pericolo di fuga.
RIPARTONO LE BORDATE contro i giudici. Servono a coprire il nuovo buco nell’acqua delle procedure accelerate di frontiera che segnala soprattutto un fatto: in Albania le cose saranno complicate. Ma ormai il treno è partito e non si può più fermare. Nemmeno quando, il 4 ottobre 2024, la Corte di giustizia Ue afferma che non possono essere considerati «sicuri» i paesi che presentano eccezioni per parti di territorio. Dodici giorni dopo i primi 16 migranti varcano la soglia di Shengjin e Gjader. Ci restano meno di 48 ore: i giudici della sezione specializzata in Immigrazione di Roma li liberano contestando, sulla base della sentenza europea, l’inserimento di Bangladesh ed Egitto nella lista nazionale dei «paesi sicuri».
Il governo riparte alla carica contro la magistratura, con attacchi politici e personali. Soprattutto contro la presidente di Md Silvia Albano, che ha firmato uno dei provvedimenti. Ma a non convalidare sono tutte le toghe della sezione, anche nel round successivo, a novembre. A dicembre i ricorsi del Viminale contro quelle decisioni arrivano in Cassazione, che non accoglie la tesi dell’avvocatura dello Stato: la lista dei paesi sicuri non è un atto politico e c’è il dovere di controllo giurisdizionale. Gli ermellini, comunque, sospendono il giudizio: nel frattempo la vicenda è stata rinviata, nell’ambito di un procedimento sul diniego d’asilo a due persone finite a Gjader nel primo giro, alla Corte europea. È il caso Alace-Canpelli, quello della sentenza di ieri che ha dato torto all’esecutivo meloniano su tutta la linea.
IL GOVERNO NON CI STA. Sposta la competenza sulle convalide dei trattenimenti alle Corti d’appello. Forse spera in un esito diverso. Viene bocciato ancora. Prima da quella di Catania e poi, nel terzo trasferimento oltre Adriatico, da quella di Roma. Così a marzo estende per decreto il protocollo con Tirana ai migranti “irregolari” già presenti sul territorio nazionale. La prima deportazione dall’Italia è dell’11 aprile scorso. Ma c’è un bug: chi chiede asilo va in Corte d’appello per una nuova udienza di convalida e questa boccia ancora i trattenimenti. Sostiene che l’extraterritorialità è incompatibile con la direttiva procedure. Il Viminale fa un nuovo ricorso per Cassazione. Gli ermellini rinviano anche la seconda fase alla Corte di Lussemburgo, aggiungendo che anche il solo trasferimento al di là del mare potrebbe violare il diritto comunitario, in particolare la direttiva rimpatri.
Gli unici via libera alla detenzione a Gjader arrivano dai giudici di pace, che evidentemente non si preoccupano dei dubbi espressi dal più alto tribunale nazionale e continuano a prorogare i trattenimenti. Sono competenti solo sui migranti “irregolari”, per procedure diverse da quelle accelerate di frontiera, ma permettono di dare una parvenza di funzionamento ai centri. Seppure con numeri bassissimi: mai oltre 40 reclusi, a oggi 27. Una magra consolazione per la premier Meloni che aveva giurato: «I centri funzioneranno».
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