Dopo la designazione terroristica decisa dagli Stati Uniti, A/I annuncia la sospensione dei servizi per non esporre utenti e comunità a conseguenze penali e finanziarie. Intanto Donorbox chiude l’account di Palestine Action Italia. Non è la fine di una piattaforma: è la dimostrazione concreta di come il potere extraterritoriale americano possa soffocare il dissenso senza passare da un tribunale.
Alla fine è successo ciò che il dispositivo delle sanzioni statunitensi sembrava progettato per ottenere. Autistici/Inventati chiude. Il collettivo che per venticinque anni ha costruito e mantenuto una delle più importanti infrastrutture autonome della rete italiana ha annunciato il 6 settembre la prossima sospensione di tutti i servizi. Non perché un tribunale abbia accertato che A/I abbia commesso un attentato, finanziato un’organizzazione armata o partecipato alla preparazione di un’azione terroristica. Non perché la magistratura italiana abbia ordinato il sequestro dei suoi server. La chiusura arriva undici giorni dopo la designazione statunitense come “Specially Designated Global Terrorist” e dopo che quella decisione ha cominciato a propagarsi attraverso il sistema finanziario e tecnologico internazionale. La conclusione politica è difficile da aggirare: una misura amministrativa adottata da una potenza straniera è riuscita a mettere nelle condizioni di chiudere un’esperienza italiana perfettamente legale nel proprio paese.
Il comunicato di A/I non lascia spazio a interpretazioni consolatorie. Il collettivo aveva promesso di resistere finché fossero rimasti margini legali per farlo, ma ha deciso che continuare avrebbe significato trasferire il rischio sulle persone che utilizzano i suoi servizi e sulle comunità che gli stanno intorno. La possibilità che anche una semplice interazione con A/I possa determinare conseguenze finanziarie o penali rende impossibile continuare a garantire ciò per cui l’infrastruttura era nata: strumenti di comunicazione sicuri, autonomi, riservati e non mercificati. La decisione di fermarsi viene quindi presentata non come abiura politica, ma come tutela degli utenti di fronte a una repressione della quale non è possibile prevedere l’estensione.
È importante partire da questo punto perché consente di comprendere la natura dell’operazione molto meglio di qualsiasi dichiarazione dell’amministrazione Trump. Per mettere fuori gioco A/I non è stato necessario dimostrare davanti a un giudice che il collettivo fosse responsabile di un reato. È bastato inserirlo in una lista. Da quel momento il problema non è stato più soltanto ciò che la legge statunitense formalmente vietava, ma ciò che banche, provider, piattaforme di pagamento, registrar e altre imprese avrebbero potuto decidere autonomamente di vietare per non correre alcun rischio nei rapporti con gli Stati Uniti. La forza dell’OFAC risiede precisamente in questa capacità di produrre obbedienza ben oltre la propria giurisdizione, facendo leva sulla centralità del dollaro, delle società americane e dell’infrastruttura finanziaria e tecnologica controllata direttamente o indirettamente dagli Stati Uniti.
Gli avvenimenti delle ultime settimane avevano già mostrato concretamente il funzionamento di questa macchina. Il 28 agosto il dominio autistici.org era diventato irraggiungibile. Erano poi emersi problemi con strumenti finanziari e rapporti bancari. Adesso la conseguenza più pesante: A/I ritiene di non poter più continuare a offrire i propri servizi senza mettere in pericolo chi li utilizza. Il collettivo annuncia che fornirà a breve indicazioni per salvare blog, mail e siti, avvertendo però che altri problemi tecnici potrebbero verificarsi senza preavviso, esattamente come avvenuto con autistici.org.
È qui che diventa evidente il carattere profondamente politico delle sanzioni. Il loro obiettivo non deve necessariamente essere la chiusura ordinata dall’alto. Possono produrre un ambiente nel quale continuare a esistere diventa progressivamente troppo rischioso per tutti. Il soggetto designato viene trasformato in una sorta di contaminante giuridico e finanziario: chi gli trasferisce denaro, gli fornisce servizi, mantiene rapporti economici o semplicemente teme di essere considerato parte della sua rete comincia a interrogarsi sulle possibili conseguenze. La repressione funziona allora attraverso la propagazione dell’incertezza. Il potere pubblico stabilisce chi sia il nemico, mentre una moltitudine di soggetti privati contribuisce alla sua marginalizzazione applicando autonomamente il principio di massima cautela.
Il caso di Palestine Action Italia, raccontato nel secondo dei comunicati che pubblichiamo, dimostra che non si tratta di un effetto circoscritto ad Autistici/Inventati. Il 2 settembre Donorbox, società statunitense utilizzata dal movimento per raccogliere donazioni, ha comunicato la chiusura dell’account per problemi di conformità alle proprie policy e per evitare possibili conseguenze legate alle sanzioni OFAC. Il provvedimento arriva in una fase in cui attiviste e attivisti devono affrontare due processi e sostenere le relative spese legali. Nello stesso periodo è stata eliminata anche la pagina Instagram di Palestine Action Global.
Il parallelismo è significativo. A/I e Palestine Action sono realtà profondamente differenti, ma vengono investite dallo stesso dispositivo. Nel primo caso viene colpita un’infrastruttura di comunicazione dichiaratamente antifascista e anticapitalista; nel secondo un movimento impegnato nella contestazione delle imprese coinvolte nell’industria militare israeliana. La categoria dell’antiterrorismo consente di far convergere soggetti, pratiche e storie diverse dentro un’unica area della pericolosità. E una volta effettuata la designazione, la pressione non rimane confinata agli Stati Uniti: si trasmette attraverso un sistema economico globale fortemente dipendente dalle infrastrutture finanziarie e tecnologiche americane.
Questa è la questione che dovrebbe interrogare anche le istituzioni italiane ed europee. Non occorre condividere le posizioni politiche di Autistici/Inventati o le pratiche di Palestine Action per vedere il problema. Se una decisione dell’esecutivo statunitense può rendere praticamente impossibile a un’associazione europea utilizzare sistemi di pagamento, mantenere un dominio o accedere normalmente a servizi essenziali, ci troviamo davanti a una forma di sovranità extraterritoriale che aggira nei fatti gli ordinamenti nazionali. Un soggetto può non essere vietato in Italia e tuttavia essere progressivamente espulso dalla vita economica e digitale perché aziende private temono le conseguenze di continuare a intrattenere rapporti con lui.
In questo quadro acquista particolare importanza anche la rivendicazione politica che A/I ha ripetuto dall’inizio della vicenda: Autistici/Inventati non è mai stato e non ha mai voluto essere un provider neutrale. È nato dentro i movimenti, si definisce antifascista e anticapitalista e ha costruito strumenti tecnologici coerenti con quella scelta. Ma una democrazia degna di questo nome dovrebbe proprio garantire la distinzione tra radicalità politica e responsabilità penale. Essere antifascisti, anticapitalisti o antimilitaristi non costituisce un reato; offrire servizi a soggetti che condividono in parte quelle coordinate politiche non significa assumersi automaticamente la responsabilità di ogni loro comportamento. È questa distinzione che la categoria americana del “supporto” tende pericolosamente a erodere.
A/I rappresentava inoltre un’anomalia particolarmente significativa dentro l’Internet contemporaneo. Mentre la comunicazione digitale è stata progressivamente concentrata nelle mani di poche corporation, il collettivo aveva costruito un modello fondato sull’assenza di pubblicità, sulla minimizzazione dei dati raccolti, sulla crittografia e sull’autonomia degli utenti. La sua storia dimostrava che comunicare non deve necessariamente significare essere profilati e che una piattaforma può essere concepita come infrastruttura comune invece che come macchina per estrarre valore dalle relazioni sociali. Per questo la sua chiusura non significa soltanto perdere qualche servizio di posta elettronica o qualche migliaio di blog: significa restringere ulteriormente lo spazio delle alternative al monopolio delle Big Tech.
La contraddizione è enorme. Meta, Google, X e le altre grandi piattaforme hanno ospitato negli anni propaganda terroristica, suprematismo bianco, organizzazioni criminali, incitamento alla violenza e persino contenuti prodotti dagli autori di stragi. Nessuno ha mai sostenuto seriamente che la presenza di quei materiali trasformasse automaticamente le corporation proprietarie delle infrastrutture in organizzazioni terroristiche. Nel caso di A/I, invece, l’orientamento politico del provider e la presenza tra i suoi utenti di soggetti radicali vengono utilizzati per sostenere una continuità tra infrastruttura e comportamenti degli utilizzatori. Il problema non è dunque semplicemente quali contenuti transitino attraverso una rete, ma quale rete li ospiti e quale rapporto essa intrattenga con il potere economico e politico.
È anche per questo che il comunicato diffuso da Malaspina, pur assumendo una posizione apertamente critica verso la decisione di A/I, merita di essere registrato. Malaspina dichiara di non condividere quella che definisce una “resa preventiva”, pur precisando di non volerne fare una colpa al collettivo e riconoscendo che ogni soggetto rimane libero e responsabile delle proprie scelte. La critica investe soprattutto il rischio di affidare la difesa degli spazi antagonisti a istituzioni, giornali e soggetti economici appartenenti allo stesso sistema contro cui quelle esperienze sono nate.
È una posizione diversa da quella assunta da A/I e va raccontata come tale, senza trasformare una divergenza politica in una caricatura.
Ma proprio questa divergenza permette di porre una questione più interessante della contrapposizione tra resistenza e resa. A/I spiega che continuare a funzionare significherebbe esporre non soltanto i membri del collettivo, ma migliaia di utenti che non hanno scelto di affrontare uno scontro con il Dipartimento del Tesoro statunitense. Una cosa è decidere personalmente di assumersi un rischio politico e giudiziario; un’altra è trasferire quel rischio su persone che utilizzano un servizio di posta, gestiscono un blog o fanno parte di un’associazione. Rifiutare la retorica del martirio, come fa esplicitamente il comunicato di A/I, significa riconoscere che una infrastruttura collettiva ha responsabilità differenti da quelle di un singolo gruppo militante.
Questa distinzione è decisiva anche per comprendere quale risposta costruire. La chiusura di A/I non dimostra che la repressione sia onnipotente e neppure che l’unica alternativa consista in una testimonianza eroica destinata alla sconfitta. Dimostra piuttosto quanto sia diventato urgente moltiplicare le infrastrutture autonome. La lezione originaria di Autistici/Inventati era esattamente questa: non costruire un unico centro indispensabile, ma diffondere competenze, server, crittografia e capacità di autogestione affinché la perdita di un nodo non comportasse la scomparsa della rete. Oggi quella intuizione deve essere trasferita dal piano strettamente tecnico a quello economico e politico. Una rete decentralizzata nei server ma dipendente da pochi registrar, circuiti di pagamento e infrastrutture finanziarie rimane vulnerabile.
C’è infine un elemento che lega tutte queste vicende e che non può essere separato dalla più ampia offensiva dell’amministrazione Trump contro gli Antifa, la solidarietà palestinese e le forme radicali di opposizione politica. La categoria del terrorismo viene progressivamente allontanata dall’accertamento di specifiche condotte criminali e trasformata in uno strumento capace di investire ambienti, relazioni e infrastrutture. Prima il sospetto riguarda chi compie un’azione, poi chi la sostiene politicamente, quindi chi offre strumenti di comunicazione o raccoglie fondi e infine chi continua ad avere rapporti con il soggetto designato. Non occorre mettere formalmente fuori legge il dissenso se si riesce a renderne materialmente difficile l’esistenza.
È per questo che la chiusura annunciata il 6 settembre non riguarda soltanto la comunità che in questi venticinque anni ha utilizzato Autistici/Inventati. Segna un precedente che interessa giornali indipendenti, collettivi di server, associazioni, sindacati conflittuali, organizzazioni per i diritti digitali e chiunque ritenga necessario preservare luoghi di comunicazione sottratti al dominio delle corporation. Se un’infrastruttura può essere strangolata economicamente da uno Stato straniero senza che nel paese in cui opera sia stata dichiarata illegale, il problema non è più soltanto la libertà di parola. È la possibilità concreta di costruire e mantenere gli strumenti attraverso i quali quella libertà viene esercitata.
Autistici/Inventati conclude il proprio comunicato ricordando che si fermano i servizi, non le idee e la resistenza. Sarebbe un errore leggere quelle parole soltanto come il commiato malinconico dopo venticinque anni di attività. La storia di A/I, dagli hacklab alla costruzione di Noblogs, dalla risposta alla sorveglianza alla decentralizzazione dei server, lascia soprattutto un problema politico irrisolto: chi controllerà le infrastrutture attraverso cui comunicheranno i movimenti del futuro? Se la risposta continuerà a essere un pugno di multinazionali sottoposte alla pressione degli Stati e integrate nei loro dispositivi finanziari e di sorveglianza, la chiusura di A/I sarà una sconfitta molto più grande di quella di un singolo collettivo. Se invece quella esperienza servirà a moltiplicare conoscenze, strumenti e infrastrutture realmente autonome, allora i venticinque anni di Autistici/Inventati non saranno stati semplicemente una “bella storia”, ma una lezione politica che la repressione non è riuscita a cancellare.
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