La Corte europea dei diritti dell’uomo riconosce la violazione dell’articolo 3 della Convenzione: indagini inadeguate e trattamenti inumani e degradanti. Per il tifoso della Sambenedettese, ridotto in coma nel 2017, arriva finalmente una prima forma di giustizia.
Ci sono voluti quasi nove anni, due richieste di archiviazione, una lunga battaglia giudiziaria e il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo perché venisse riconosciuto ciò che la famiglia Fanesi sostiene dal primo giorno: quello che è accaduto a Luca Fanesi il 5 novembre 2017 non poteva essere liquidato come una semplice caduta accidentale.
La Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, quello che vieta la tortura e i trattamenti inumani o degradanti. Una decisione pesantissima, adottata all’unanimità, che colpisce il nostro Paese sia sul piano sostanziale sia su quello procedurale. Luca Fanesi, tifoso della Sambenedettese, quel pomeriggio si trovava a Vicenza per seguire la sua squadra. Al termine della partita tra Vicenza e Sambenedettese si verificarono tensioni e scontri tra le tifoserie, ma Fanesi è sempre risultato estraneo a quei tafferugli. Pochi minuti dopo venne trovato a terra con gravissime lesioni al cranio. Rimase in coma per un mese, ricoverato per 117 giorni, e uscì dall’ospedale con un’invalidità permanente e gravissime conseguenze neurologiche. La versione ufficiale sostenuta dalle autorità italiane era semplice: una caduta accidentale contro il marciapiede. Ma quella ricostruzione non ha mai convinto la famiglia, i legali e i tanti testimoni che hanno raccontato di aver visto agenti colpire Luca con i manganelli. Lo stesso Fanesi, appena riprese conoscenza, disse una frase che è rimasta impressa in questi anni: «Non sono caduto da solo».
La Corte europea ha smontato pezzo per pezzo l’impianto investigativo italiano.
I giudici di Strasburgo hanno rilevato che le indagini furono superficiali e inadeguate, che non vennero eseguiti tutti gli accertamenti tecnici possibili, che non tutti i testimoni furono ascoltati e che le prove materiali – compresi i manganelli sequestrati – non furono adeguatamente analizzate. Soprattutto, lo Stato italiano non è stato in grado di fornire una spiegazione convincente delle gravissime lesioni riportate da una persona che si trovava sotto il controllo delle forze dell’ordine.
La CEDU non ha individuato il singolo agente responsabile del pestaggio. Ma ha affermato qualcosa di altrettanto grave: proprio l’inadeguatezza delle indagini ha impedito di accertare la verità e di escludere la responsabilità della polizia. Una democrazia degna di questo nome non può accettare che un cittadino venga ridotto in fin di vita durante un’operazione di ordine pubblico senza che si riesca a individuare chi lo abbia colpito.
È questo il cuore della sentenza.
Perché il caso Fanesi non riguarda soltanto un tifoso di calcio. Riguarda il rapporto tra cittadini e apparati dello Stato. Riguarda la possibilità di accertare la verità quando sono coinvolte le forze dell’ordine. Riguarda la trasparenza, la responsabilità e il controllo democratico degli apparati coercitivi.
Non è la prima volta che l’Italia viene condannata da Strasburgo per vicende che coinvolgono violenze di polizia e indagini lacunose. Da Genova a Cucchi, da Magherini ad Aldrovandi, il nostro Paese continua a fare i conti con una questione irrisolta: l’incapacità di fare piena luce sugli abusi commessi da uomini in divisa e di costruire strumenti efficaci di accountability.
La famiglia Fanesi non si è mai arresa. Ha contestato le archiviazioni, ha denunciato le lacune investigative, ha chiesto semplicemente di sapere chi aveva colpito Luca e perché nessuno fosse stato chiamato a risponderne. È stata costretta ad arrivare fino a Strasburgo per vedere riconosciuto ciò che in Italia era stato negato.
La Corte ha condannato l’Italia anche al risarcimento dei danni subiti da Luca Fanesi, ma nessuna cifra potrà restituirgli ciò che gli è stato tolto: la salute, la serenità, gli anni perduti, la vita di prima.
Oggi è un giorno importante per Luca e per la sua famiglia.
Ma è anche un giorno amaro per le istituzioni italiane. Perché quando uno Stato non riesce a identificare chi, indossando una divisa, ha provocato lesioni gravissime a un cittadino, quando le indagini si rivelano insufficienti e quando è una corte internazionale a dover ricordare i principi fondamentali dello Stato di diritto, il problema non riguarda più soltanto una singola vicenda giudiziaria.
La sentenza di Strasburgo arriva mentre il governo continua a rafforzare gli strumenti di impunità per le forze dell’ordine, dall’introduzione dello scudo penale all’ostinato rifiuto dei codici identificativi. È un paradosso solo apparente: mentre l’esecutivo protegge preventivamente gli apparati coercitivi, la Corte europea ricorda all’Italia che nessuna divisa può essere sottratta al controllo democratico e all’accertamento delle responsabilità. La vicenda di Luca Fanesi dimostra ancora una volta che l’introduzione dei codici identificativi non è una rivendicazione ideologica, ma una garanzia minima di civiltà giuridica. Perché in uno Stato di diritto non può esistere un cittadino gravemente ferito da un agente dello Stato e, nove anni dopo, ancora nessun responsabile.
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