La Cassazione smonta l’espulsione voluta dal decreto Cutro


Una cittadina marocchina, sposata con un italiano e inserita in una rete familiare stabile, era stata rimpatriata forzatamente in applicazione del decreto Cutro. La Suprema Corte annulla il provvedimento: i diritti fondamentali non possono essere sacrificati alla propaganda sui confini.

C’è un giudice a Berlino, recita un antico proverbio che richiama la possibilità di ottenere giustizia anche quando tutto sembra già deciso. In questo caso il giudice non era a Berlino, ma in Cassazione. E la sua decisione rappresenta una significativa smentita di quella cultura dell’espulsione automatica che negli ultimi anni è stata alimentata dalle politiche migratorie del governo Meloni.

La vicenda riguarda una giovane cittadina marocchina, legalmente sposata con un cittadino italiano e inserita in un contesto familiare stabile sul territorio nazionale. Dopo un’udienza di convalida celebrata presso la Questura di Campobasso, la donna era stata espulsa e rimpatriata forzatamente in Marocco senza neppure la concessione del termine per il rimpatrio volontario previsto dall’ordinamento.

Una decisione che ha avuto conseguenze pesanti non solo sulla sua vita, ma anche sugli affetti familiari costruiti in Italia. Tra questi il legame con una nipotina che viveva nel nostro Paese e che ha vissuto con disperazione l’allontanamento della zia.

Su ricorso degli avvocati Vincenzo Boncristiano e Caterina Ciaccia, la Corte di Cassazione ha annullato il provvedimento, riconoscendo il difetto di motivazione sia nella convalida dell’espulsione sia nella mancata concessione del termine per il rimpatrio volontario.

La Suprema Corte ha stabilito un principio tutt’altro che scontato nell’attuale clima politico: un provvedimento di espulsione non può essere fondato su un’adesione acritica alle valutazioni della pubblica sicurezza. Il giudice deve spiegare in modo preciso, puntuale e motivato perché una persona debba essere allontanata dal territorio nazionale. Non basta ratificare automaticamente quanto richiesto dall’autorità amministrativa.

La decisione richiama principi fondamentali dello Stato di diritto: il diritto di difesa, l’obbligo di motivazione degli atti e la tutela dei diritti inviolabili della persona. Principi che sembrano sempre più spesso considerati ostacoli da aggirare anziché garanzie da rispettare.

La vicenda dimostra ancora una volta gli effetti concreti delle politiche introdotte negli ultimi anni in materia di immigrazione. Dietro la retorica della difesa dei confini e della sicurezza nazionale si nascondono spesso provvedimenti che colpiscono persone reali, famiglie reali, legami reali. Persone che non rappresentano alcuna minaccia per la sicurezza pubblica e che vengono invece trasformate in bersagli simbolici di una propaganda costruita sulla paura.

La domanda resta inevitabile: quale pericolo rappresentava per l’Italia una cittadina marocchina, incensurata, sposata con un cittadino italiano e pienamente inserita in una rete familiare sul territorio nazionale? La risposta sembra evidente: nessuno.

E proprio per questo la sentenza della Cassazione assume un valore che va oltre il singolo caso. Ricorda che i diritti fondamentali non possono essere cancellati da un decreto, che la legalità costituzionale non coincide con l’automatismo amministrativo e che la giustizia non può ridursi a una semplice ratifica delle richieste provenienti dagli apparati di sicurezza.

In un tempo in cui le espulsioni vengono spesso raccontate come meri numeri da esibire nei comunicati del Viminale, questa decisione restituisce centralità alle persone e alla loro dignità. E ricorda che uno Stato democratico si misura non da come tratta i più forti, ma da come tutela i diritti di chi si trova nella condizione più vulnerabile.


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