Torino come pretesto: repressione preventiva, giustizia piegata e campo libero alle violenze poliziesche
Si è scatenata la caccia. La destra, sostenuta e incitata dai media, sta usando gli incidenti di Torino come l’occasione perfetta per lanciare l’operazione grande repressione. Il copione è noto: allarme massimo, lessico bellico, invocazioni al “pugno durissimo”, richiesta di mano libera alla polizia. Non per governare un conflitto, ma per schiacciarlo.
C’è però un salto di qualità che segna un precedente grave. Il capo del governo indica pubblicamente alla magistratura quale reato perseguire: “tentato omicidio”. Non è un lapsus né una frase detta a caldo. È una dichiarazione di metodo. Quando una presidente del Consiglio come Giorgia Meloni pronuncia parole del genere, afferma un’idea precisa: che l’esecutivo debba amministrare la giustizia. È una concezione del diritto approssimativa e autoritaria, coerente con una cultura politica che considera le garanzie un intralcio e i diritti una concessione revocabile.
Quelle grida sguaiate spiegano più di mille documenti quale sia l’intendimento reale sulla riforma della giustizia e sul referendum annunciato: ridurre l’autonomia dei giudici, piegare il processo penale alle esigenze dell’ordine pubblico, normalizzare l’eccezione. Intanto si attende il nuovo decreto di polizia. Le indiscrezioni parlano chiaro: licenze di fatto all’abuso, divieti preventivi di manifestare, cauzioni per scendere in piazza, arresti prima dei fatti “in caso di pericolo”. La repressione come profilassi.
A chiarire ulteriormente la posta in gioco è stato lo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, con un linguaggio da perfetto questurino che dice più di molte analisi. In Parlamento ha spiegato meglio di chiunque altro quale sia l’obiettivo del governo Meloni e dell’ennesimo “decreto sicurezza” in arrivo. Il bersaglio, ha lasciato intendere senza troppi giri di parole, non è soltanto chi si scontra con le forze di polizia – ormai etichettato come “terrorista” in un crescendo lessicale sempre più grottesco – ma “chi sfila con loro”.
In altre parole, il problema non è l’episodio di violenza, ma la partecipazione al dissenso. Chi non si adegua alla linea governativa, chi protesta, chi manifesta, chi semplicemente sta in piazza.
Non a caso Piantedosi ha difeso apertamente le nuove misure che l’esecutivo intende approvare, rivendicando la necessità di «rendere ancora più efficace l’azione di filtro e prevenzione, come il fermo di polizia per soggetti potenzialmente pericolosi di cui siano già conoscibili intenzioni e attitudini». Una formula che vale come un manifesto politico: non si puniscono i reati, si neutralizzano le persone. Non ciò che si fa, ma ciò che si è, o si potrebbe essere. È la criminalizzazione preventiva del dissenso, la trasformazione dell’opposizione sociale in categoria di rischio, la legittimazione giuridica della caccia che si è vista all’opera a Torino.
Che a Torino fosse predisposto un attacco frontale ai civili lo racconta persino una cronaca asciutta dell’ANSA. La testimonianza di Mariangela, 20 anni, è disarmante proprio perché priva di enfasi. Lei e un amico, estranei alla manifestazione, si trovano a centinaia di metri dagli scontri. Arrivano i lacrimogeni; cercano una via d’uscita; scappano. Non dai manifestanti, ma dalla polizia in assetto antisommossa. “In un secondo ci hanno buttato a terra”, racconta. Pestaggi senza domande, paura, suppliche inascoltate. “Pesiamo quaranta chili in due”, dice. Una mossa a tenaglia contro ragazzi disarmati che cercano di fuggire dai fumi. Non un errore, ma una pratica.
È qui che la narrazione ufficiale si sbriciola. Perché la violenza non colpisce solo chi protesta, ma chiunque capiti a tiro. E mentre si moltiplicano i racconti di cariche improvvise, inseguimenti, manganellate durante il deflusso, l’apparato politico-mediatico insiste su un’unica immagine: la piazza come minaccia criminale. Il resto va rimosso.
A ricordare ciò che viene sistematicamente ignorato è intervenuto Enrico Zucca, pubblico ministero del processo sulle torture alla Scuola Diaz. Nel suo discorso di apertura dell’anno giudiziario ha detto l’essenziale: l’ordine pubblico non può fondarsi su coercizione e contrasto militare con garanzie di impunità. Il fine primario della polizia è tutelare la libertà di manifestazione, non dare la caccia a nemici. Consentire alle piazze di riempirsi, non predisporre lo scontro. Guardiani di una libertà, non guerrieri.
La conclusione non è difficile. Un governo che non ha nulla da offrire alla maggioranza della popolazione—anzi, che sottrae risorse e diritti per garantire i profitti di pochi—comincia a percepire che qualcosa si muove nel fondo della società. Oggi lo si vede in due dati convergenti: un’astensione elettorale stabilmente oltre il 50%, che pone un problema di legittimità democratica, e mobilitazioni tornate visibili, soprattutto tra i giovani, con numeri che mancavano da anni.
Quando sente il fiato sul collo, un governo reazionario reagisce sempre allo stesso modo. Violento. Prima sul piano legislativo e costituzionale, poi—soprattutto—con i corpi armati. Torino non è l’eccezione: è l’avvertimento.
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