Il movimento curdo nella nuova fase: cosa resta della rivoluzione del Rojava


Dal Rojava alla Turchia fino al Rojhelat, il movimento ispirato da Öcalan attraversa la trasformazione più profonda degli ultimi decenni. Si sciolgono eserciti e istituzioni autonome, ma resta aperta la battaglia decisiva: trasformare la forza conquistata nella guerra in diritti, autogoverno e organizzazione sociale

È difficile trovare un altro momento, nella storia recente del movimento curdo, nel quale siano cambiate così rapidamente e contemporaneamente tante cose. Il PKK ha abbandonato la lotta armata e si è sciolto, il parlamento turco ha approvato il primo quadro legislativo destinato ad accompagnare quel passaggio, le Forze Democratiche Siriane hanno cessato di esistere come struttura militare indipendente e sono entrate nel processo di integrazione con il nuovo Stato siriano, mentre l’Amministrazione autonoma del Nord-Est perde la forma istituzionale attraverso cui per oltre un decennio aveva governato una parte considerevole della Siria. Nel Rojhelat, contemporaneamente, il movimento curdo continua a subire la repressione della Repubblica islamica iraniana e cerca di evitare di essere trascinato dentro una guerra decisa da altri. Sono processi differenti, ma insieme segnalano una trasformazione storica: il movimento curdo sta tentando di passare dalla difesa armata di territori e strutture autonome alla costruzione di una forza politica e sociale capace di sopravvivere dentro Stati che per decenni hanno negato, represso o combattuto la sua stessa esistenza.

È proprio questa trasformazione che rende insufficiente la domanda più immediata: la rivoluzione del Rojava è finita? La risposta dipende da cosa intendiamo per rivoluzione. Se identifichiamo la rivoluzione con l’esistenza dell’Amministrazione autonoma e con il controllo militare esercitato dalle SDF, allora è difficile negare che una fase storica sia terminata e che il movimento curdo abbia subito una pesante sconfitta politica. Come osserva Davide Grasso su DINAMOpress, la dissoluzione delle istituzioni confederali civili e militari rappresenta un evento storico. Nei negoziati con Damasco sono stati ottenuti alcuni riconoscimenti per la popolazione curda, dalla cittadinanza ai diritti linguistici e alla presenza di esponenti del movimento nelle nuove strutture, ma non è stato raggiunto un accordo altrettanto solido sul modello politico e sociale costruito nel Nord-Est siriano. Non risultano garantiti nello stesso modo l’autonomia delle donne, il sistema delle comuni, l’economia sociale e la distribuzione pubblica di beni essenziali che avevano caratterizzato l’esperimento autonomista.

Negare questo arretramento significherebbe trasformare la solidarietà in mitologia. Il Rojava non controlla più lo spazio politico e militare che controllava pochi anni fa. Afrin era stata perduta nel 2018, Serêkaniyê nel 2019, mentre le trasformazioni del 2024 e del 2026 hanno progressivamente ristretto l’area dell’autogoverno. Il 25 agosto Mazloum Abdi ha infine annunciato lo scioglimento delle SDF come forza militare indipendente e l’integrazione dei combattenti nell’esercito siriano, insieme all’ingresso delle istituzioni dell’Amministrazione autonoma nelle strutture dello Stato. Anche Ankara ha salutato quel passaggio come un rafforzamento dell’unità territoriale siriana.

Ma riconoscere una sconfitta non significa decretare la fine di un movimento. È forse questo il punto più importante per capire la fase attuale. Il confederalismo democratico elaborato da Abdullah Öcalan non ha mai identificato il proprio obiettivo con la costruzione di uno Stato nazionale curdo. La sua ambizione è stata precisamente opposta: costruire autonomia democratica e organizzazione sociale senza riprodurre la forma dello Stato-nazione. Comuni, consigli, cooperative, organizzazioni autonome delle donne, strutture territoriali e forme di autodifesa avrebbero dovuto costruire progressivamente un contropotere sociale capace di convivere, confliggere e negoziare con gli Stati esistenti senza trasformarsi necessariamente in uno Stato separato.

È qui che la vicenda del Rojava assume un significato che supera largamente i confini curdi. Per oltre dieci anni, dentro una guerra devastante, è esistito un esperimento nel quale popolazioni curde, arabe, siriache, armene, ezide e altre comunità hanno provato a costruire istituzioni comuni; dove la copresidenza tra uomo e donna non era un principio astratto ma una regola dell’organizzazione politica; dove le donne hanno costruito strutture autonome; dove il pluralismo linguistico e religioso è diventato parte dell’architettura istituzionale. Tutto questo è avvenuto insieme a contraddizioni, compromessi e limiti che non vanno rimossi. Ma è avvenuto. E proprio perché è avvenuto non può essere cancellato semplicemente sciogliendo una sigla amministrativa o incorporando un esercito nelle strutture statali.

La questione delle YPJ mostra forse meglio di ogni altra questa contraddizione. L’integrazione militare non è affatto un passaggio neutrale. Nell’intervista pubblicata da DINAMOpress, la comandante Newroz Ahmed racconta che alle combattenti è stato sostanzialmente detto di tornare a casa perché la difesa sarebbe compito degli uomini. Le YPJ respingono questa impostazione perché considerano la propria autonomia non un’eccezione prodotta dalla guerra, ma una conquista politica della rivoluzione. Il confronto successivo ha aperto la possibilità di integrare strutture femminili nella sicurezza interna mantenendo una certa autonomia organizzativa, ma la questione della loro presenza autonoma nella difesa militare resta irrisolta.

La posta in gioco, dunque, non riguarda semplicemente che uniforme indosseranno domani le combattenti. Riguarda qualcosa di molto più profondo: stabilire se la nuova Siria assorbirà l’esperienza curda neutralizzandone progressivamente le caratteristiche più radicali oppure se quelle conquiste riusciranno a modificare almeno in parte lo Stato nel quale vengono integrate. Newroz Ahmed lo dice con grande chiarezza quando insiste sul fatto che non basta permettere a qualche donna di occupare incarichi individuali. Ciò che le YPJ chiedono è il riconoscimento delle donne come soggetto politico organizzato e autonomo. «Non potete cancellarci», è il senso della sua posizione: l’integrazione non può significare restaurazione dei rapporti patriarcali contro cui quelle donne hanno combattuto.

Ed è precisamente qui che la parola integrazione diventa ambigua. Può significare riconoscimento oppure normalizzazione, ingresso in un nuovo spazio politico oppure assorbimento. Può consentire alle conquiste del Rojava di contaminare la futura Siria oppure diventare il mezzo attraverso cui Damasco le svuota lentamente. Oggi nessuno può sapere quale delle due dinamiche prevarrà. Sappiamo però che il rapporto di forza è profondamente cambiato e che sarebbe sbagliato nasconderlo dietro la retorica della vittoria permanente.

C’è una lezione anche nel rapporto che il Rojava ha intrattenuto con le grandi potenze. La collaborazione militare con gli Stati Uniti contro l’ISIS ha permesso alle YPG, alle YPJ e poi alle SDF di sopravvivere e sconfiggere militarmente il Califfato. Ma non si è mai trasformata in un’alleanza strategica capace di garantire l’esistenza dell’esperimento politico curdo. Lo stesso vale, con modalità differenti, per il rapporto con la Russia. Mosca e Washington hanno sostenuto le forze curde quando coincideva con i propri interessi e le hanno abbandonate o hanno permesso alla Turchia di colpirle quando gli equilibri regionali lo richiedevano. Afrin, Serêkaniyê e infine gli sviluppi del 2026 mostrano brutalmente il limite di quelle alleanze.

Non c’è nessun mistero e non serve evocare tradimenti metafisici. Gli Stati perseguono interessi geopolitici, militari ed economici. Non esisteva alcuna ragione per aspettarsi che Washington o Mosca difendessero fino in fondo un progetto di confederalismo democratico, autonomia delle donne ed ecologia sociale. Il movimento curdo lo sapeva e ha comunque utilizzato quelle alleanze perché l’alternativa concreta, in molti momenti, sarebbe stata la distruzione militare. È una contraddizione reale dei movimenti rivoluzionari dentro rapporti di forza reali, non qualcosa che possa essere risolto con la purezza ideologica.

Quello che accade in Turchia mostra l’altra faccia della trasformazione. Dopo la decisione del PKK di sciogliersi e abbandonare la lotta armata sulla base dell’appello di Abdullah Öcalan, Ankara ha approvato nell’agosto 2026 il primo quadro legislativo per gestire il disarmo e il reinserimento. È un passaggio enorme dopo oltre quarant’anni di guerra, ma il problema resta quello delle garanzie. Lo stesso movimento curdo insiste sul fatto che non basta certificare la scomparsa del PKK: bisogna modificare le condizioni politiche che hanno prodotto il conflitto. Legislazione antiterrorismo, prigionieri politici, diritti linguistici e culturali, amministrazioni locali e soprattutto condizioni di libertà di Öcalan rimangono questioni aperte. Ancora nei primi giorni di settembre, Cemil Bayık ha avvertito che un processo limitato alla cessazione della lotta armata, senza democratizzazione e senza chiarire lo status di Öcalan, rischia di bloccarsi.

Il paradosso è evidente. Öcalan è l’uomo che ha chiesto al PKK di abbandonare le armi e sciogliersi, rendendo possibile un passaggio impensabile soltanto pochi anni fa, ma rimane detenuto a Imralı. Il movimento curdo sta rinunciando allo strumento militare che per decenni ha rappresentato una parte essenziale del proprio potere negoziale mentre lo Stato turco deve ancora dimostrare fino a che punto sia disposto a trasformare quella rinuncia in spazio democratico. È qui che si giocherà la credibilità del processo: non nella quantità delle armi consegnate, ma nella quantità di politica resa possibile dopo la loro consegna.

Intanto qualcosa si muove anche nei rapporti tra Ankara e il movimento curdo siriano. Ilham Ahmed ha rivelato nei giorni scorsi l’esistenza di contatti ad alto livello con apparati turchi e ha chiesto un confronto politico diretto, arrivando ad auspicare una visita in Turchia insieme a Mazloum Abdi e un incontro con Öcalan a Imralı. È ancora troppo presto per capire dove possano condurre questi contatti, ma il solo fatto che esistano mostra quanto velocemente stia cambiando una geografia politica che per anni sembrava immobile.

Se il Bakur e il Rojava stanno quindi attraversando, con tutte le loro contraddizioni, una fase di passaggio dalla guerra alla politica istituzionale, nel Rojhelat iraniano accade qualcosa di profondamente diverso. Qui non esiste un processo negoziale paragonabile. Dopo la tregua dell’8 aprile, la repressione contro organizzazioni e popolazione curda è proseguita attraverso bombardamenti, arresti ed esecuzioni. Secondo la ricostruzione di DINAMOpress, entro metà giugno erano stati censiti cinquanta bombardamenti contro sedi e insediamenti collegati alle diverse organizzazioni curde iraniane; il 28 giugno quattro combattenti delle YRK, legate al PJAK, sono stati uccisi durante un’operazione dei Pasdaran. Nel solo agosto, sempre secondo i dati riportati dalla testata, in Iran sono state arrestate 117 persone, 75 delle quali curde.

Ma il dato politicamente più interessante è che il PJAK non sembra voler trasformare la crisi iraniana nell’occasione per diventare una forza ausiliaria degli Stati Uniti o di Israele. È una scelta fondamentale. La guerra che attraversa la regione potrebbe offrire apparentemente una finestra di opportunità per colpire Teheran, ma significherebbe anche subordinare la questione curda a strategie decise altrove e fornire al regime iraniano un argomento potentissimo per presentare ogni opposizione curda come emanazione di potenze straniere. La guerra contro i curdi, del resto, è continuata anche quando i curdi hanno rifiutato di trasformarsi nella fanteria di Washington o Tel Aviv.

Il PJAK insiste quindi su una prospettiva diversa: organizzazione sociale, autonomia, liberazione delle donne e democratizzazione dell’intero Iran. Lo slogan Jin, Jiyan, Azadî, esploso in tutto il paese dopo l’uccisione di Jina Mahsa Amini nel 2022, aveva già mostrato qualcosa di decisivo: una parola d’ordine nata nel movimento curdo poteva oltrepassare il Kurdistan e diventare patrimonio di una rivolta generale contro l’autoritarismo e il patriarcato. È forse questa una delle eredità politiche più importanti del ciclo aperto dal confederalismo democratico: la questione curda può smettere di essere esclusivamente la richiesta di riconoscimento di una minoranza e diventare una proposta di trasformazione democratica dell’intera società.

È questo filo che unisce oggi realtà apparentemente lontane. In Turchia il PKK rinuncia alla lotta armata tentando di trasferire il conflitto nella politica. In Siria le SDF rinunciano alla propria autonomia militare cercando di salvaguardare dentro il nuovo assetto statale almeno una parte delle conquiste prodotte dal Rojava. Nel Rojhelat il PJAK rifiuta per ora sia il disarmo unilaterale sia la trasformazione in esercito per procura di potenze straniere e insiste sulla necessità di costruire le condizioni politiche della democratizzazione iraniana. Non è una strategia uniforme e non potrebbe esserlo, perché differenti sono gli Stati, i rapporti di forza e le condizioni materiali nelle quattro parti del Kurdistan.

Dietro queste differenze emerge però una domanda comune: come trasformare la forza accumulata attraverso decenni di resistenza in diritti e organizzazione capaci di sopravvivere quando le armi tacciono? È probabilmente questa la questione centrale del movimento curdo nel 2026. Perché disarmare un esercito è relativamente semplice; molto più difficile è impedire che insieme all’esercito vengano disarmate politicamente le comunità che quell’esercito aveva difeso.

Per questo sarebbe prematuro celebrare la vittoria della pace, ma sarebbe altrettanto sbagliato scrivere il necrologio della rivoluzione curda. Una fase è certamente terminata. Il Rojava che abbiamo conosciuto negli anni della battaglia di Kobane e della guerra contro l’ISIS non esiste più nella stessa forma. Le sue istituzioni sono in dissoluzione o trasformazione, le SDF hanno cessato di esistere come forza autonoma e le YPJ combattono politicamente per impedire che l’integrazione cancelli l’autonomia conquistata dalle donne. Ma la società trasformata da quattordici anni di organizzazione non scompare per decreto. Le comuni, le organizzazioni femminili, le cooperative, le esperienze di convivenza tra comunità e soprattutto le persone che hanno attraversato quell’esperienza continuano a esistere.

Forse è proprio questo il passaggio che permette di leggere la situazione senza consolazioni ma anche senza liquidazioni frettolose. Le rivoluzioni possono essere sconfitte, arretrare, perdere territori e istituzioni. Possono perfino vedere le proprie strutture integrate dentro gli apparati contro cui avevano costruito la propria autonomia. La domanda decisiva è cosa rimane nella società dopo quella sconfitta e se le forme di vita, di organizzazione e di coscienza prodotte riescono a sopravvivere alla fine delle istituzioni che le avevano protette.

Il movimento curdo entra quindi nella fase probabilmente più difficile della propria storia recente. Per decenni ha dovuto dimostrare di saper resistere militarmente. Ora deve dimostrare di poter sopravvivere politicamente alla propria smilitarizzazione senza diventare innocuo, di poter entrare nelle istituzioni senza essere assorbito, di poter negoziare con gli Stati senza consegnare loro l’autonomia della società. E gli Stati, dalla Turchia alla Siria fino all’Iran, dovranno dimostrare qualcosa di altrettanto decisivo: se vogliono davvero risolvere la questione curda oppure soltanto ottenere la fine delle organizzazioni armate che per decenni hanno impedito loro di ignorarla.

Per questo la partita aperta non riguarda soltanto il destino del PKK, delle SDF, delle YPJ o del PJAK. Riguarda la possibilità stessa che il confederalismo democratico sopravviva alla perdita del territorio e delle strutture militari che ne avevano garantito l’esistenza. Se riuscirà a farlo, la fine di una fase del Rojava non sarà necessariamente la fine della sua rivoluzione. Potrebbe essere l’inizio della prova più radicale dell’intuizione di Öcalan: dimostrare che il potere di una società organizzata può continuare a esistere anche senza trasformarsi in Stato.


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