Il Rojava chiama, il mondo deve rispondere. Cresce la mobilitazione in Italia e in Europa. La solidarietà è l’ultima arma contro l’assedio
La chiamata è partita dai territori del Nord-Est siriano rimasti sotto il controllo dell’Amministrazione autonoma: sabato 24 gennaio mobilitazioni in tutto il mondo per difendere la rivoluzione del Rojava e il progetto del confederalismo democratico. Non è un appello rituale, né una convocazione simbolica. È una richiesta urgente di solidarietà mentre Kobane è di nuovo accerchiata, mentre la linea del fronte si avvicina e l’esperimento politico più avanzato mai nato in Medio Oriente rischia di essere schiacciato sotto il peso combinato di eserciti regolari, milizie jihadiste e cinismo geopolitico.
Come scrivevamo nell’editoriale precedente, Kobane non è solo un luogo. È una possibilità storica. È la dimostrazione concreta che un’altra forma di vita politica può esistere: senza Stato-nazione, senza patriarcato, senza guerra permanente. Per questo è sotto assedio. Per questo fa paura.
Nel Rojava non si è costruito un nuovo potere, ma un modo diverso di disperdere il potere: autogoverno dal basso, parità reale tra donne e uomini, convivenza tra popoli e religioni, ecologia come principio politico, autodifesa collettiva come risposta alla violenza degli Stati e dei fondamentalismi. È la luce delle città libere che attraversa i secoli — da Parigi a Kobane — e che oggi viene di nuovo presa di mira.
Il tradimento occidentale
La mobilitazione globale arriva dopo quello che il movimento curdo definisce senza ambiguità un tradimento. Gli Stati Uniti e la cosiddetta Coalizione internazionale contro l’Isis hanno abbandonato chi ha pagato il prezzo più alto nella sconfitta dello Stato islamico. Migliaia di combattenti curdi — uomini e donne — hanno difeso non solo il Rojava, ma l’umanità intera. Oggi, quelle stesse potenze si voltano dall’altra parte, mentre milizie jihadiste, riciclate e legittimate, tornano a colpire.
Il sostegno — diretto o indiretto — all’ex qaedista al-Sharaa, la convergenza di interessi tra Turchia, potenze arabe e il nuovo regime siriano, gli accordi con Israele: tutto concorre a un disegno chiaro. Cancellare il Rojava significa eliminare un’alternativa concreta all’ordine imperiale fondato su guerra, sfruttamento e oppressione.
La risposta dal basso
Di fronte a questo scenario, la risposta non arriva dai governi, ma dai popoli. In tutta Europa e in Italia si stanno moltiplicando le iniziative di solidarietà. Realtà politiche, sociali, sindacali e collettivi che negli anni hanno costruito legami con il movimento curdo rispondono all’appello.
A Napoli l’appuntamento è venerdì 23 gennaio alle 17.30, alla fermata metro Toledo. A Pisa si scende in piazza sabato 24 gennaio alle 16.30 in piazza XX Settembre. Mobilitazioni sono in preparazione a Catania, Bologna, Milano, Torino, Genova.
A Roma la protesta partirà sabato 24 alle 17 da piazzale Tiburtino, decisa da un’assemblea partecipatissima che si è svolta al centro culturale Ararat, la cosiddetta “ambasciata curda in Italia”. Oltre duecento persone si sono ritrovate attorno a un grande fuoco acceso, come in decine di città nel mondo. Un gesto antico e potentissimo: far arrivare calore, immagini, forza a chi si prepara a resistere anche a costo della vita.
«Scalderanno il cuore a chi resiste, faranno sentire che non sono soli», racconta Elisa, attivista italiana appena rientrata dal Nord-Est della Siria. Subito dopo prende la parola Berfin, donna curda: «L’esercito di al-Jolani ha già iniziato a uccidere e umiliare le nostre sorelle. Chi difende la democrazia e la rivoluzione delle donne deve alzare la voce. Adesso».
Difendere Kobane significa difendere noi
Yilmaz Orkan, responsabile dell’Ufficio di informazione del Kurdistan in Italia, è netto: «Siamo stati abbandonati dopo aver sconfitto l’Isis. Ora le potenze mondiali si affidano a jihadisti che hanno già liberato miliziani e riattivato reti terroristiche». E aggiunge un appello diretto: «Al governo Meloni, che fa parte della Coalizione e dell’Unione europea, chiediamo una mediazione immediata tra Ankara, Damasco e Amministrazione autonoma».
Ma la verità è che non possiamo delegare la difesa del Rojava a chi lo ha già tradito. La solidarietà non è carità internazionale: è riconoscimento politico. Difendere Kobane significa difendere l’idea che la democrazia non coincida con lo Stato, che la libertà non passi dalla guerra, che la sicurezza non si costruisca con l’annientamento dell’altro.
Come la Comune di Parigi, Kobane può cadere. Ma le città libere non muoiono mai. Continuano a vivere nelle lotte che ispirano, nelle pratiche che insegnano, nei legami che costruiscono. Oggi, mentre il fuoco brucia a Roma, a Napoli, a Pisa, a Kobane, quella luce attraversa di nuovo il mondo.
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