di Luca Foschi*
Un’inchiesta giornalistica rivela gli abusi del carcere di Rakefet, chiuso negli anni Ottanta e riaperto dopo il 7 ottobre. Non cibo. Non contatto con i familiari o col mondo esterno. E nemmeno la luce del giorno: nella prigione sotterranea dove Israele detiene decine e decine di palestinesi
Un reportage del quotidiano britannico The Guardian ha rivelato che Israele tiene imprigionati in celle sotterranee in condizioni disumane quasi cento palestinesi provenienti da Gaza. Seppelliti dopo un processo sommario in locali sordidi, “per mesi, forse per anni sono stati picchiati, aggrediti dai cani, privati della luce del giorno, di cure mediche, di cibo adeguato e della possibilità di avere qualsiasi contatto con il mondo esterno”. Fra loro i due civili incontrati dal Pcati, un infermiere di 34 anni arrestato nel dicembre 2023 mentre lavorava in ospedale, e un giovane commerciante di 18 anni catturato dai soldati dell’esercito israeliano mentre attraversava un check-point nell’ottobre del 2024.
Entrambi sono stati trasferiti nella prigione sotterranea di Rakefet nel gennaio di quest’anno. Il carcere è stato costruito nei primi anni ‘80 per ospitare gli esponenti più pericolosi della criminalità organizzata israeliana, e chiuso cinque anni dopo perché ritenuto disumano. A ordinarne il ripristino, dopo l’attacco del 7 ottobre, è stato il ministro della Sicurezza, Itamar Ben- Gvir, intenzionato a rinchiudervi membri delle forze di élite di Hamas e Hezbollah.
Il Servizio penitenziario israeliano si è rifiutato di rispondere alle domande sullo status e l’identità degli altri reclusi nella struttura Il breve sguardo sull’orrore di Rakefet è coerente con lo scandalo dei brutali abusi avvenuti nella prigione di Sde Teiman, e con le dichiarazioni e i comportamenti offerti a favor di telecamera dal ministro Ben-Gvir durante le sue frequenti e intimidatorie visite ai detenuti palestinesi, siano essi di Gaza o della Cisgiordania.
*da Avvenire
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