Dopo il premio a Venezia, il ministro Miki Zohar accusa Yuval Abraham e Rachel Szor di «tradimento». Quando raccontare dall’interno la macchina dello sterminio diventa un crimine contro lo Stato
Prima hanno contestato il film. Poi hanno attaccato le testimonianze. Infine sono arrivati alla cittadinanza. Il ministro israeliano della Cultura Miki Zohar ha annunciato di voler agire per privare Yuval Abraham e Rachel Szor della cittadinanza israeliana dopo che Naza, il loro documentario sulla macchina militare che ha prodotto l’uccisione di massa dei civili palestinesi a Gaza, ha conquistato il Premio speciale della giuria alla Mostra del cinema di Venezia. Zohar ha definito il film «vile» e accusato i due cineasti di essere disposti a danneggiare la propria patria pur di ricevere gli applausi degli «antisemiti del mondo», arrivando a qualificare il loro lavoro come un «tradimento contro lo Stato».
La minaccia non equivale ancora a una revoca della cittadinanza. La legge israeliana prevede una procedura assai più complessa, che non è nelle mani del ministro della Cultura: deve intervenire il ministro dell’Interno, serve l’approvazione del ministro della Giustizia e la decisione deve infine passare attraverso i giudici. Ma sarebbe un errore liquidare le parole di Zohar come l’ennesima provocazione di un esponente della destra israeliana. La loro gravità sta precisamente nel salto politico che introducono: due cittadini israeliani documentano le responsabilità del proprio Stato e un ministro risponde mettendo in discussione il loro diritto a continuare a essere cittadini di quello Stato.
È la trasformazione del dissenso in slealtà, della denuncia in tradimento, dell’appartenenza politica in una concessione condizionata all’obbedienza.
Naza fa paura proprio perché non può essere facilmente liquidato come propaganda proveniente dal nemico. Yuval Abraham e Rachel Szor sono israeliani, hanno già vinto l’Oscar insieme agli altri autori di No Other Land e hanno costruito il nuovo documentario raccogliendo le testimonianze di ventiquattro militari, ufficiali dell’intelligence e whistleblower israeliani. Il film, girato in gran parte di notte sui tetti di Tel Aviv, ricostruisce dall’interno i sistemi utilizzati per selezionare gli obiettivi nella Striscia: sorveglianza, database, intelligenza artificiale, algoritmi e calcolo preventivo delle vittime civili. La stessa Biennale presenta ufficialmente il film come un’opera che rivela «i dettagli dei sistemi alla base dell’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza programmata da Israele».
È precisamente questa provenienza interna delle testimonianze a rendere Naza così destabilizzante. Perché la narrazione non viene costruita attraverso le dichiarazioni di Hamas, di un’organizzazione palestinese o di un movimento internazionale di solidarietà. A parlare sono persone che hanno lavorato dentro l’apparato militare e di intelligence israeliano e che descrivono un sistema nel quale la morte viene progressivamente trasformata in una procedura amministrativa e tecnologica.
Il titolo stesso rinvia al calcolo delle vittime civili previste durante un attacco. Una delle testimonianze raccolte sostiene che sia stata autorizzata l’uccisione potenziale di centinaia di civili per colpire un singolo appartenente ad Hamas. È il punto nel quale il linguaggio apparentemente neutro della tecnologia incontra la realtà materiale dei corpi palestinesi: dietro un numero inserito in un database ci sono famiglie, bambini, persone che dormono, mangiano, cercano acqua o provano semplicemente a sopravvivere.
Nel film alcuni militari raccontano quella distanza prodotta dagli schermi, la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che assomiglia a un videogioco. Mira, seleziona, colpisci. Ma ciò che scompare dallo schermo continua a esistere nella realtà per il tempo necessario a morire.
È forse questa la cosa più insopportabile che Abraham e Szor hanno fatto: hanno rimesso gli esseri umani dentro il linguaggio della macchina.
La reazione delle istituzioni israeliane dimostra quanto il colpo sia arrivato in profondità. L’esercito ha respinto categoricamente le accuse contenute nel documentario, contestando in particolare l’utilizzo di testimonianze anonime. Il capo di Stato maggiore Eyal Zamir ha definito il film diffamatorio e fuorviante e ha incaricato l’avvocatura militare di valutare possibili iniziative legali contro l’opera e i suoi autori. Benjamin Netanyahu è intervenuto a sua volta definendo Naza una forma di «incitamento» e collegandolo alla crescita dell’antisemitismo internazionale.
Naturalmente le contestazioni dell’esercito devono essere riportate. Ma è altrettanto significativo che un documentario produca una mobilitazione così vasta dei vertici politici e militari di uno Stato. Il film non viene semplicemente criticato, contestato sul piano documentale o affrontato attraverso un’altra ricostruzione dei fatti. Intorno ai suoi autori viene costruita una categoria politica: traditori.
Ed è qui che il caso Naza supera la polemica cinematografica.
Quando un governo comincia a stabilire che l’appartenenza alla comunità nazionale dipende dal modo in cui un cittadino racconta il proprio Paese, la cittadinanza smette progressivamente di essere un diritto e diventa uno strumento disciplinare. Il cittadino accettabile non è più semplicemente colui che rispetta le leggi, ma colui che aderisce alla narrazione dello Stato. Chi rompe quella narrazione viene collocato simbolicamente fuori dalla comunità nazionale prima ancora che possa esserlo giuridicamente.
È una dinamica particolarmente significativa nel caso israeliano, dove il confine tra critica dello Stato, antisionismo e antisemitismo viene continuamente sovrapposto dal discorso politico governativo. Il risultato è un dispositivo potentissimo: se denunciare i crimini commessi contro i palestinesi significa danneggiare Israele, e danneggiare Israele significa tradire il proprio Paese, allora qualsiasi testimonianza radicalmente critica può essere trasformata in slealtà nazionale.
Non sorprende quindi che Abraham abbia insistito sulla necessità che Naza venga visto proprio in Israele. È lì che il film può produrre la sua frattura più importante. Una sala piena di intellettuali a Venezia può applaudire per venticinque minuti – un’accoglienza eccezionale che ha trasformato Naza nel caso politico della Mostra – ma nessuna standing ovation internazionale può sostituire il conflitto interno a una società.
Ed è probabilmente questo che il governo teme più del successo internazionale. Il problema non è che il mondo sappia che Gaza è stata devastata. Le immagini sono davanti a tutti da anni. Il problema è che cittadini israeliani, militari israeliani e uomini dell’intelligence israeliana comincino a raccontare dall’interno come quella devastazione è stata resa possibile.
Il cinema, in questo caso, smette di essere rappresentazione e diventa testimonianza politica. La reazione furiosa del potere dimostra esattamente quanto possa essere falsa l’idea consolatoria secondo cui l’arte sarebbe importante soltanto quando rimane separata dalla politica. Se ministri, primo ministro e vertici militari intervengono contro un documentario, se vengono prospettate azioni giudiziarie e persino la privazione della cittadinanza, significa che quelle immagini e quelle parole hanno colpito uno dei punti più sensibili del sistema: il controllo del racconto.
La produzione del film ha respinto gli attacchi. Il Guardian, che ha prodotto Naza, ha ricordato che il documentario nasce da oltre tre anni di lavoro giornalistico e da testimonianze confidenziali verificate, annunciando che difenderà i registi dai tentativi di censura e intimidazione.
Ma sarebbe riduttivo leggere questa vicenda soltanto come una battaglia sulla libertà artistica. Dietro la minaccia contro Abraham e Szor emerge una frattura più profonda della società israeliana: chi può ancora appartenervi senza accettare la guerra permanente, l’occupazione e la progressiva identificazione tra critica del governo e tradimento della nazione?
È una domanda che riguarda anche quella parte di israeliani che negli ultimi anni ha deciso di andarsene. Non soltanto per ragioni economiche, ma perché non riesce più a riconoscersi nella trasformazione politica e morale del Paese. Il vecchio termine yerida, storicamente utilizzato in senso dispregiativo per indicare l’abbandono di Israele, assume così un significato diverso: non semplicemente emigrazione, ma rottura con una comunità nazionale nella quale una parte dei cittadini sente di non poter più vivere senza entrare in conflitto con ciò che lo Stato sta diventando.
Il nodo, del resto, precede Netanyahu e attraversa la struttura stessa dello Stato israeliano. È il problema sintetizzato dal cosiddetto trilemma israeliano: mantenere contemporaneamente una maggioranza ebraica, una democrazia fondata sull’uguaglianza politica e il controllo dell’intero territorio storico della Palestina è impossibile. Se si vuole conservare insieme il carattere ebraico dello Stato e l’espansione territoriale, milioni di palestinesi non possono godere degli stessi diritti politici degli israeliani ebrei; se invece si riconoscessero uguali diritti a tutti coloro che vivono tra il Mediterraneo e il Giordano, verrebbe meno la garanzia strutturale della maggioranza ebraica.
La deriva della destra israeliana consiste nell’aver progressivamente sciolto quel dilemma nella direzione più brutale: territorio e supremazia prima dell’uguaglianza.
La minaccia contro Abraham e Szor deve essere letta anche dentro questa trasformazione. Perché una democrazia non si misura soltanto dal diritto di votare, ma dalla possibilità di mettere radicalmente sotto accusa il proprio governo senza che il governo possa rispondere mettendo sotto accusa la tua appartenenza alla comunità politica.
In questo senso Naza racconta qualcosa che va persino oltre Gaza. Racconta cosa accade quando una società costruita intorno alla mobilitazione permanente contro un nemico esterno comincia a cercare il nemico anche al proprio interno. Il giornalista diventa traditore, il regista propagandista del nemico, il dissidente antisemita, il cittadino critico qualcuno al quale si può persino minacciare di togliere la cittadinanza.
È il passaggio dalla logica della guerra alla logica dello Stato. Ed è proprio per questo che la vicenda conferma quanto fosse importante il riconoscimento ottenuto a Venezia e, contemporaneamente, quanto sia insufficiente fermarsi all’applauso. Venticinque minuti in piedi davanti a un film sul genocidio sono un gesto potente, ma non fermano una bomba, non producono un embargo sulle armi, non impongono sanzioni e non interrompono la cooperazione militare.
La cultura può rompere il silenzio. La politica deve assumersi la responsabilità di ciò che emerge quando quel silenzio viene rotto.
Yuval Abraham e Rachel Szor hanno scelto di farlo da israeliani, utilizzando precisamente la posizione privilegiata che quella cittadinanza garantisce loro per mostrare ciò che ai palestinesi spesso costa la vita documentare. La risposta del ministro della Cultura è stata mettere in discussione proprio quella cittadinanza.
Poche immagini potrebbero raccontare meglio il punto a cui siamo arrivati: uno Stato accusato di aver costruito una macchina per rendere sacrificabili le vite palestinesi risponde a due cittadini che la documentano dicendo che potrebbero non essere più degni di appartenere allo Stato.
È qui che Naza diventa qualcosa di più di un film. Non perché il cinema possa sostituirsi alla politica, ma perché costringe la politica a rivelarsi. E quando davanti a un documentario il potere risponde con la parola «tradimento» e con la minaccia di espulsione dalla comunità nazionale, significa che quelle immagini hanno raggiunto esattamente il luogo nel quale la propaganda avrebbe voluto impedire loro di arrivare.
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