Con il pretesto della “sicurezza” e “terrorismo”, il governo Netanyahu revoca le licenze a 37 organizzazioni umanitarie attive a Gaza e in Cisgiordania: un attacco politico al soccorso indipendente mentre la crisi umanitaria palestinese precipita.
Il primo gennaio il governo israeliano ha compiuto un atto gravissimo: ha revocato le licenze a 37 organizzazioni non governative internazionali che operano a Gaza e in Cisgiordania. Una decisione annunciata dal Ministero per gli Affari della Diaspora e giustificata con presunti “requisiti di sicurezza” non rispettati. In realtà, si tratta di una lista di proscrizione politica, un’operazione di intimidazione che colpisce il cuore stesso dell’azione umanitaria indipendente nei Territori palestinesi occupati.
Il messaggio è chiaro: chi aiuta i palestinesi senza piegarsi ai diktat del governo Netanyahu non è più tollerato.
Nell’elenco delle organizzazioni che rischiano di essere espulse figurano alcune delle più autorevoli realtà umanitarie al mondo: Medici Senza Frontiere, Oxfam, Caritas International, i Consigli danese e norvegese per i rifugiati, l’International Rescue Committee, l’American Friends Service Committee, ActionAid e molte altre. La scadenza per la cessazione delle attività è fissata al 1° marzo. Dopo quella data, per Israele, queste organizzazioni semplicemente non dovranno più esistere sul campo.
Il pretesto addotto da Tel Aviv è debole e contraddittorio. Secondo le autorità israeliane, le Ong non avrebbero fornito aiuti a Gaza dall’inizio del cessate il fuoco del 10 ottobre e, anche prima, il loro contributo avrebbe rappresentato solo l’1% del totale degli aiuti. Un’argomentazione che si ritorce contro chi la pronuncia: se davvero il loro ruolo fosse marginale, perché eliminarle? Perché costruire un apparato repressivo così invasivo per colpire chi, secondo la stessa narrazione israeliana, sarebbe irrilevante?
La risposta è politica, non di sicurezza.
Le nuove norme introdotte lo scorso marzo impongono alle Ong straniere una consegna massiva di dati sensibili: elenchi completi del personale internazionale e palestinese, numeri di passaporto, identificativi personali, informazioni operative dettagliate. Tutto nelle mani di uno Stato che è parte attiva del conflitto, che occupa militarmente i territori in cui queste organizzazioni lavorano e che controlla ogni snodo di accesso, movimento e approvvigionamento.
Non è cooperazione: è controllo. Non è sicurezza: è ricatto.
Un team interministeriale potrà inoltre negare la registrazione per motivi ideologici, come la “negazione del carattere ebraico e democratico di Israele”, la denuncia delle politiche di occupazione o il sostegno a campagne di boicottaggio. In altre parole, chi critica Israele rischia di essere espulso. Chi documenta violazioni del diritto internazionale diventa un bersaglio. Chi non si allinea viene silenziato.
Le accuse di collusione con Hamas, agitate come una clava, appaiono ancora una volta strumentali e generalizzate. Un’inchiesta israeliana cita due operatori locali collegati a Medici Senza Frontiere, immediatamente respinta dall’organizzazione, che ha ribadito di non assumere né tollerare personale coinvolto in attività armate. Usare singoli casi – peraltro contestati – per colpire interi sistemi umanitari equivale a criminalizzare deliberatamente il soccorso.
Le Ong parlano apertamente di regole arbitrarie e pericolose. Senza una licenza israeliana, operare a Gaza diventa di fatto impossibile: niente accesso dall’Egitto, nessun coordinamento, nessuna protezione per il personale. E il rischio maggiore lo correranno gli operatori palestinesi, che resteranno soli, esposti ai checkpoint, alle restrizioni di movimento, alle ritorsioni indirette, alle intimidazioni che possono colpire anche le loro famiglie.
«Noi non intendiamo andar via», afferma con determinazione Giovanna Fotia, direttrice di WeWorld in Palestina, presente nei territori dal 1992. Ma la sospensione significa impossibilità di coordinarsi con le autorità israeliane che occupano e controllano ogni aspetto della vita nei Territori palestinesi. Continuare sarà una sfida quotidiana, resa possibile solo grazie alla collaborazione con le Nazioni Unite.
La tempistica rende tutto ancora più intollerabile. La decisione arriva mentre la crisi umanitaria a Gaza è definita “catastrofica” da gran parte della comunità internazionale. Dieci ministri degli Esteri – tra cui quelli di Regno Unito, Francia, Canada e Giappone – parlano di infrastrutture sanitarie al collasso, di oltre metà degli ospedali solo parzialmente funzionanti, di 740 mila persone esposte a gravi rischi sanitari, di civili che affrontano l’inverno senza ripari adeguati.
Eppure, proprio ora, Israele sceglie di tagliare le gambe a chi cura, nutre, assiste, protegge.
Medici Senza Frontiere gestisce un letto ospedaliero su cinque a Gaza e assiste un parto su tre. Se dovesse lasciare, sarebbe un disastro sanitario di proporzioni incalcolabili. Non a caso il segretario generale delle Nazioni Unite ha definito la sospensione delle licenze “oltraggiosa”, mentre diciannove organizzazioni israeliane l’hanno denunciata come una violazione dei principi umanitari fondamentali, ricordando anche l’escalation senza precedenti della violenza dei coloni in Cisgiordania, minimizzata cinicamente dal primo ministro Netanyahu.
La pubblicazione della lista delle Ong “escluse” il 30 dicembre è stato l’ultimo atto di una strategia lunga mesi: avvisi, minacce, pressioni, fino alla punizione finale. Senza nemmeno una comunicazione ufficiale diretta, le organizzazioni si sono ritrovate fuorilegge dall’oggi al domani.
Quello che Israele sta facendo non è difesa nazionale. È un attacco frontale al diritto umanitario internazionale, un tentativo di riscrivere le regole del soccorso trasformandolo in un privilegio concesso solo a chi tace. È la pretesa di controllare non solo i territori e le vite dei palestinesi, ma anche la narrazione, la solidarietà, la testimonianza.
Mettere al bando le Ong significa colpire i civili due volte: prima con la guerra, poi con l’abbandono forzato di chi prova a salvarli. E davanti a questo atto, il silenzio della comunità internazionale non sarebbe neutralità, ma complicità.
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