Dai bombardamenti su 30 obiettivi alle rappresaglie contro basi statunitensi nel Golfo: l’escalation segna un salto senza precedenti e colpisce soprattutto le popolazioni civili. Israele annuncia: “Khamenei è morto”
L’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro l’Iran non è un’operazione limitata né simbolica. È un passaggio di fase. E segna un salto qualitativo nella crisi regionale.
Secondo le informazioni diffuse nelle ultime ore, l’offensiva ha colpito circa 30 obiettivi in diverse città iraniane: ministeri dell’intelligence e della difesa, il parlamento, siti nei pressi dell’ufficio della Guida Suprema, dell’agenzia atomica e del complesso militare. Un attacco diretto al cuore politico e securitario dello Stato.
Gli israeliani affermano di aver ucciso Mohammad Pakpour, comandante dei pasdaran, e Aziz Nasirzadeh, ministro della difesa iraniano, ma al momento non ci sono conferme da parte delle autorità iraniane. Nel frattempo, il ministro Araqchi ha assicurato che Ali Khamenei e il presidente Pezeshkian sono rimasti illesi. In serata, Reuters – citando fonti israeliane – ha riportato della possibile morte di Khamenei: il corpo, scrive l’agenzia, sarebbe stato localizzato.
Ali Khamenei, leader supremo della Repubblica Islamica, è stato preso di mira mentre era in riunione con Mohammad Pakpour, comandante dei Pasdaran, Ali Shamkhani, consigliere politico, e Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza, insieme ad altre autorità militari. La notizia della morte di Khamenei è stata confermata alle 2.30, ora italiana, di questa mattina dalla TV di Stato iraniana, mentre le ondate di attacchi israeliani a Teheran coprivano il canto del muezzin che annunciava l’inizio del digiuno dell’undicesimo giorno di Ramadan. Non è azzardato presumere che l’orario dell’annuncio sia stato scelto per impedire eventuali raduni non controllati.
Secondo alcune fonti, gli iraniani avevano ricevuto dal ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, mediatore dei negoziati, la garanzia che gli americani non avrebbero attaccato prima del prossimo round di negoziati programmato per la settimana successiva. Badr Albusaidi aveva incontrato la sera precedente il vicepresidente americano J.D. Vance.
Il presidente americano Donald Trump ha esortato pubblicamente gli iraniani a “prendere il controllo” del governo, mentre un funzionario statunitense ha indicato come obiettivo dichiarato lo smantellamento dell’apparato di sicurezza iraniano. Non una semplice “deterrenza”, dunque, ma un tentativo esplicito di destabilizzazione.
La risposta iraniana e l’allargamento del conflitto
La reazione di Teheran non si è fatta attendere. Prima ondata di attacchi missilistici e droni contro Israele, con un colpo che avrebbe raggiunto Haifa. Ma il dato più significativo è un altro: per la prima volta l’Iran ha preso di mira direttamente basi statunitensi nella regione.
Secondo le ricostruzioni diffuse:
- Emirati Arabi Uniti: la base aerea di Al-Dhafra ad Abu Dhabi sarebbe stata colpita; si segnala una vittima civile. Esplosioni anche a Dubai.
- Bahrein: il quartier generale della Quinta Flotta della Marina statunitense sarebbe stato bersagliato.
- Qatar: la base di Al-Udeid presa di mira; Doha afferma di aver intercettato missili.
- Arabia Saudita: esplosioni a Riyadh.
- Kuwait: la base aerea di Al-Salem indicata come obiettivo.
Un alto funzionario iraniano ha dichiarato che “tutti i beni e gli interessi americani e israeliani in Medio Oriente sono diventati un obiettivo legittimo” e che “non ci sono linee rosse dopo questa aggressione”.
Secondo alcune fonti, i pasdaran hanno comunicato alle navi commerciali di non attraversare lo stretto di Hormuz. Il passaggio marittimo che collega il Golfo persico all’Oceano indiano rappresenta uno snodo cruciale per il traffico energetico globale. Anche un’interruzione parziale dello stretto potrebbe far salire rapidamente i prezzi, alimentare nuove spinte inflazionistiche e creare turbolenze sui mercati finanziari.
Siamo di fronte a un’escalation che supera la dimensione bilaterale e rischia di trascinare l’intera area in una guerra regionale aperta.
Civili nel mirino
Nel frattempo, si moltiplicano le notizie di vittime civili. L’agenzia di stampa statale iraniana IRNA riferisce che un attacco israeliano avrebbe colpito una scuola elementare femminile a Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan, causando la morte di almeno 150 studentesse. Le bambine avevano un’età compresa tra i 7 e i 12 anni, secondo le agenzie di stampa iraniane Tasnim e Fars.
Un attacco aereo ha inoltre colpito una base di una milizia alleata dell’Iran in Iraq, uccidendo due persone; non è chiara la provenienza del raid.
Le Forze di Difesa israeliane hanno richiamato 20.000 riservisti e dichiarato lo stato di emergenza, schierando truppe ai confini. La guerra si sta rapidamente trasformando in una crisi sistemica.
Non una guerra “liberatrice”
Definire questa offensiva un’operazione per la democrazia significa ignorare ciò che sta accadendo sotto gli occhi di tutti. Un attacco militare contro ministeri, infrastrutture statali e centri urbani non produce emancipazione. Produce distruzione, radicalizzazione, nuove catene di violenza.
È difficile pensare che una rivolta sotto le bombe troverebbe consenso tra chi si oppone al sistema ma respinge con forza ogni interferenza straniera. In un simile contesto, le possibilità di successo appaiono limitate. Inoltre, resta improbabile – se non irrealistico – immaginare di poter neutralizzare l’apparato militare e paramilitare del regime. Secondo molti analisti, solo l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei potrebbe determinare un cambiamento nell’atteggiamento iraniano, senza che sia possibile prevedere in quale direzione esso si muoverebbe.
Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo shah d’Iran, ha definito gli attacchi un «intervento umanitario» contro il regime e non contro il popolo iraniano. Ha invitato militari e forze di sicurezza a disertare e a unirsi alla nazione, avvertendo che chi resterà fedele a Khamenei «affonderà insieme a lui». Si nota, per usare un eufemismo, una certa ingenuità politica nelle affermazioni di Pahlavi.
Trecentoventi attivisti iraniani, all’interno e all’esterno del paese, hanno chiesto in un documento un cessate il fuoco immediato, convinti che la guerra peggiori la situazione interna. Per loro, la soluzione risiede in una transizione democratica pacifica tramite elezioni libere, non nell’intervento esterno.
Le università iraniane, che erano state il centro delle proteste studentesche nei giorni scorsi, sono state chiuse fino a nuovo avviso dal ministero della scienza. Il procuratore generale ha ordinato di mantenere l’ordine pubblico in tempo di guerra, controllare prezzi e beni essenziali, reprimere disordini e assembramenti illegali e individuare attività di spionaggio o a favore di potenze straniere.
A pagare non saranno i vertici del potere iraniano. Saranno le persone comuni: lavoratrici, lavoratori, famiglie, bambine e bambini. Ogni bomba rafforza la retorica nazionalista e repressiva del regime, offrendo nuovi pretesti per schiacciare il dissenso interno.
Le donne iraniane che da anni sfidano l’autoritarismo non hanno bisogno di missili stranieri. I movimenti di liberazione nascono dall’autorganizzazione e dalla solidarietà internazionale, non dall’intervento armato di potenze esterne.
Una guerra che cambia natura
Questa guerra è già diversa dalle precedenti. Non è più una sequenza di attacchi mirati o conflitti per procura. È uno scontro diretto che coinvolge più Stati e che tocca basi militari statunitensi nel Golfo, con il rischio concreto di un effetto domino.
La storia recente dimostra che le guerre “per esportare libertà” producono instabilità duratura. Ogni escalation amplia il campo del conflitto e restringe quello della diplomazia.
La pace, la pressione politica multilaterale e il sostegno ai movimenti civili dal basso restano le uniche alternative credibili. La guerra non è una soluzione: è un moltiplicatore di violenza che allontana libertà e giustizia, e oggi rischia di incendiare un’intera regione già fragile.
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