Iran: rivolta contro il carovita. Dura repressione

Inflazione record, repressione violenta e tensioni internazionali: la rabbia dei giovani e dei lavoratori riporta l’Iran sull’orlo di una nuova crisi interna

n Iran sono in corso nuove e diffuse manifestazioni, alimentate da una crisi economica sempre più soffocante e da un malcontento sociale che da tempo covava sotto la superficie. La scintilla iniziale è scoccata quando i commercianti di Teheran e di altre grandi città hanno abbassato le saracinesche per protestare contro il costo della vita diventato ormai insostenibile e contro l’instabilità cronica dell’economia nazionale. In pochi giorni, la protesta si è estesa alle strade, coinvolgendo cittadini comuni e studenti universitari, trasformandosi in una vera e propria ondata di mobilitazione popolare.

La risposta delle autorità è stata immediata e brutale. Le forze di sicurezza stanno impiegando ogni mezzo per disperdere i manifestanti: arresti di massa, pestaggi, spray al peperoncino, manganelli, gas lacrimogeni, idranti e persino armi da fuoco. Dai numerosi video diffusi sui social media emerge un quadro drammatico: giovani colpiti, feriti e, secondo diverse testimonianze, uccisi. Il tutto per una richiesta che appare elementare: poter vivere una vita normale, con un minimo di stabilità e dignità.

Un’inflazione fuori controllo

Per comprendere la gravità della situazione basta un dato. Oggi un dollaro statunitense vale quasi 1.400.000 rial iraniani. Sei mesi fa il valore era inferiore del 50%, tre anni fa del 350%, dieci anni fa di circa il 4600%. Il salario minimo, invece, non è aumentato negli ultimi sei mesi, è cresciuto del 240% rispetto a tre anni fa e del 1950% rispetto a dieci anni fa: una progressione del tutto insufficiente rispetto alla svalutazione della moneta.

Le conseguenze sulla vita quotidiana sono devastanti. Un giovane che percepisce il salario minimo, anche ipotizzando l’assenza totale di spese, dovrebbe lavorare circa 700 anni per potersi permettere un piccolo appartamento. Un dato simbolico ma potente, che spiega meglio di qualsiasi analisi economica perché un’intera generazione abbia perso la speranza nel futuro.

Violenza, diritti negati e memoria delle proteste del 2022

Il carovita non è l’unico motivo della rabbia popolare. La violenza sistematica del governo, la repressione sanguinosa delle proteste, la mancanza di diritti fondamentali e l’uccisione di numerosi giovani hanno alimentato un rigetto sempre più profondo nei confronti del regime degli ayatollah. Le scene di questi giorni richiamano alla memoria le grandi proteste del 2022, esplose dopo la morte di Mahsa Amini mentre si trovava in custodia, represse allora con centinaia di vittime.

Le attuali manifestazioni contro inflazione e caro-prezzi rappresentano la più grave ondata di protesta interna degli ultimi tre anni. Gli scontri più duri si sono registrati nelle province occidentali di Lorestan e Chaharmahal e Bakhtiari, dove secondo media statali e organizzazioni per i diritti umani almeno sei persone hanno perso la vita. Tra le vittime figura anche un membro dei Basij, il corpo paramilitare legato ai Guardiani della Rivoluzione. Decine i manifestanti arrestati, tra cui donne e minori.

Il ruolo del governo e le tensioni geopolitiche

Sul piano economico, l’inflazione ufficiale supera il 36%, ma la percezione reale è ben più alta, soprattutto nelle aree periferiche. La recente deregolamentazione di alcuni cambi valutari, parte del programma di liberalizzazione promosso dal presidente eletto Masoud Pezeshkian, ha contribuito a un ulteriore crollo del rial sul mercato non ufficiale. Pezeshkian ha adottato toni concilianti, riconoscendo errori interni e invitando a non attribuire la colpa solo a fattori esterni, ma alle parole non è seguita una reale de-escalation: la repressione continua e la magistratura ribadisce la linea della tolleranza zero.

Le proteste si inseriscono inoltre in un contesto geopolitico estremamente teso. Gli attacchi israeliani e statunitensi dell’ultimo anno contro obiettivi iraniani, inclusi impianti nucleari, hanno aumentato la pressione su Teheran. Le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che ha minacciato un intervento “in aiuto dei manifestanti” in caso di uso massiccio della forza, sono viste dalle autorità iraniane come un’ingerenza diretta.

Secondo Ali Larijani, consigliere della Guida Suprema Ali Khamenei, qualsiasi intervento esterno rischierebbe di destabilizzare l’intera regione, trasformando una crisi sociale interna in un conflitto regionale più ampio.

Un equilibrio sempre più fragile

L’Iran appare oggi stretto tra una fragilità economica e sociale crescente e una pressione militare esterna che non accenna a diminuire. In questo scenario, il confine tra protesta interna e pretesto per una nuova guerra è sempre più sottile. La voce delle strade, soffocata dalla repressione, racconta però una realtà chiara: un popolo stanco, soprattutto i giovani, che non chiede privilegi, ma la possibilità di un futuro vivibile.

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