Iran, la repressione sanguinosa del regime e l’illusione dell’intervento esterno

Tra repressione interna, propaganda di regime e false promesse imperialiste: la rivolta popolare iraniana cerca una via autonoma alla libertà

Dopo oltre due settimane di proteste antigovernative, l’Iran vive una delle fasi più violente e drammatiche degli ultimi anni. Scioperi, manifestazioni e scontri hanno attraversato decine di città, mentre la risposta del potere teocratico si è tradotta in una repressione brutale: morti, feriti, arresti di massa e un blackout informativo imposto con il blocco di internet e delle comunicazioni telefoniche.

Ieri il regime ha cercato di ribaltare la narrazione mostrando la propria forza con raduni oceanici a Teheran e in altre città, ampiamente trasmessi dai canali televisivi nazionali. In piazza, accanto ai sostenitori del sistema, sono apparsi il presidente Masoud Pezeshkian, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e le massime autorità dello Stato. Le stesse televisioni che per giorni hanno ignorato o minimizzato le proteste popolari, oggi amplificano la versione ufficiale: quella di un Paese sotto attacco da “terroristi addestrati” e “vandali” manovrati da Stati Uniti e Israele.

La repressione e il silenzio forzato

Le poche notizie filtrate dall’interno parlano di una violenza sistematica. Fonti estere stimano almeno 500 vittime, ma l’isolamento informatico rende impossibile una verifica indipendente: il bilancio reale potrebbe essere molto più alto. L’immagine simbolo arriva dall’obitorio di Kahrizak, alla periferia di Teheran, dove video verificati mostrano file interminabili di sacchi per cadaveri, mentre famiglie disperate cercano di riconoscere i propri cari.

Il personale sanitario racconta di giovani giunti negli ospedali già senza vita, colpiti da munizioni. Le autorità, invece, attribuiscono le morti a presunti “elementi infiltrati”, annunciando future “confessioni” che dimostrerebbero il coinvolgimento straniero. Una narrativa senza prove, ma funzionale a giustificare la repressione e a rafforzare il collante nazionalista.

Proteste popolari, non complotti stranieri

È vero che l’entità dei danni a infrastrutture e il numero di vittime tra le forze di sicurezza fanno ipotizzare la presenza di gruppi organizzati. Ma l’ampiezza e la durata delle mobilitazioni non lasciano dubbi: si tratta di una rivolta profondamente popolare, alimentata dal caro vita, dalla crisi economica, dalla corruzione e da decenni di oppressione politica e sociale.

In questo contesto si inserisce la dura e articolata presa di posizione del Partito Tudeh dell’Iran, che ha lanciato un appello chiaro: la rivolta non è il prodotto dell’imperialismo statunitense né del regime israeliano, ma il risultato diretto delle politiche neoliberiste, della “terapia d’urto” economica e della natura teocratico-capitalista del sistema. Secondo il Tudeh, milioni di iraniani sono stati spinti sotto la soglia di povertà, mentre l’economia produttiva è stata distrutta e il Paese esposto al rischio crescente di interventi esterni.

Il partito comunista iraniano respinge con forza anche l’illusione monarchica e ogni affidamento alle potenze straniere: sostituire la dittatura teocratica con una monarchia sostenuta dall’Occidente significherebbe solo tornare a un passato di repressione e saccheggio delle risorse, trasformando di nuovo l’Iran in una base dell’imperialismo.

Trump e l’illusione salvifica

Sul piano internazionale, il rischio di escalation resta altissimo. Il presidente statunitense Donald Trump ha più volte evocato la possibilità di un intervento, parlando di “linea rossa” superata. Una parte dell’opposizione, soprattutto nella diaspora e tra i nostalgici della monarchia, guarda a Washington come a un possibile liberatore.

Ma la storia recente smentisce questa speranza. Dal colpo di Stato del 1953 contro Mossadeq, alla guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta, fino ai disastri di Afghanistan, Iraq e Libia, gli interventi esterni hanno prodotto solo devastazione, rafforzando spesso i regimi autoritari e alimentando nuove forme di repressione. Anche il Tudeh è netto: confidare nell’amministrazione Trump o nel governo israeliano per “liberare l’Iran” è una pericolosa illusione. Le esperienze irachena e libica sono un monito che non può essere ignorato.

Trump, del resto, non appare disposto a impantanarsi in un conflitto di lunga durata. Più che la democrazia iraniana, al centro delle sue valutazioni ci sono il petrolio, gli equilibri geopolitici e il confronto con Cina e Russia. Non sarà certo una politica imperialista, selettiva e interessata, a salvare il popolo iraniano.

L’alternativa: organizzazione e lotta interna

Dalle voci degli attivisti del movimento Donna, Vita, Libertà emerge una consapevolezza lucida: il regime non crollerà in pochi giorni, ma un intervento militare esterno non porterebbe né libertà né giustizia. La strada indicata passa per scioperi prolungati nei settori chiave, per il coinvolgimento dei lavoratori, dei pensionati, degli studenti, e per la costruzione di una leadership popolare e progressista.

Il Partito Tudeh rilancia questa prospettiva: sciopero generale nazionale, unità delle forze sociali patriottiche e progressiste, fine immediata della repressione, liberazione dei prigionieri politici e avvio di un processo di transizione con un referendum libero e democratico. Un percorso difficile, lungo, ma l’unico capace di affrontare insieme la dittatura interna e le minacce dell’imperialismo.

La strage in corso in Iran interpella il mondo intero. Ma la risposta non può essere affidata ai bombardamenti, alle sanzioni o alle manovre di potenze straniere. Serve immaginazione politica, solidarietà internazionale e rispetto dell’autodeterminazione di un popolo che, ancora una volta, sta pagando con il sangue la propria aspirazione alla libertà.

Radio Onda d’Urto ha parlato delle cause della rivolta di massa, della composizione delle piazze, degli obiettivi delle mobilitazioni e di quelli dei tentativi di ingerenza dall’estero con Giuseppe Acconcia, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università Statale di Milano. Ascolta o scarica

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