In Iran, la mobilitazione popolare iniziata il 27 dicembre si allarga sempre di più e prende una nuova piega. In piazza classi sociali e generazioni diverse. Khamenei minaccia
Dal 27 dicembre 2025 l’Iran è attraversato da una nuova e profonda ondata di proteste popolari. Nate nel Gran Bazar di Teheran, cuore economico e simbolico della capitale, le manifestazioni sono esplose in risposta a una crisi sociale ormai insostenibile: inflazione attorno al 40%, svalutazione continua del rial, salari incapaci di garantire la sopravvivenza quotidiana. In pochi giorni, quella che appariva come una rivolta contro il carovita si è trasformata in un movimento politico nazionale, il più esteso dalla sollevazione seguita all’uccisione di Mahsa Jina Amini nell’autunno 2022.
Teheran epicentro di una mobilitazione trasversale
Teheran resta il centro nevralgico della protesta. Le manifestazioni coinvolgono sia i quartieri popolari e della classe media impoverita, sia le aree benestanti del nord della città. In piazza scendono uomini e donne, giovani e anziani, appartenenti a generazioni e classi sociali differenti. Dalla capitale, la mobilitazione si è rapidamente estesa ad altre città strategiche come Mashhad, Bushehr, Shiraz e Isfahan.
«Ogni ora la folla diventava più numerosa, le forze di sicurezza hanno lanciato gas lacrimogeni, ma non sono riuscite a disperderla», racconta Arezu, una manifestante intervistata dal manifesto. Nelle prime fasi, le proteste si sono svolte in gran parte in modo pacifico, nonostante l’imponente dispiegamento di polizia, Basij e Guardie rivoluzionarie.
Blackout informativo e prime fiammate di violenza
Per arginare il coordinamento delle proteste, le autorità hanno imposto un blackout quasi totale di internet, riducendo la connettività a circa l’1% dei livelli ordinari. In parallelo, secondo diverse fonti, Elon Musk avrebbe accettato di mantenere gratuito il servizio Starlink per l’Iran, su sollecitazione di intermediari israeliani, nel tentativo di garantire una minima comunicazione con l’esterno.
Alle prime ore di venerdì, tuttavia, la situazione è degenerata. Nella capitale sono scoppiati scontri violenti, con incendi di auto e assalti a edifici governativi. Il sindaco di Teheran, Alireza Zakani, ha denunciato la distruzione di decine di banche, moschee, autobus e mezzi dei vigili del fuoco, attribuendo le violenze ai manifestanti.
Morti, arresti e narrazione securitaria
Secondo organizzazioni per i diritti umani attive all’estero, gli scontri avrebbero provocato numerose vittime e centinaia di arresti, ma una verifica indipendente resta impossibile a causa dell’estensione del paese e del blackout informativo. I media statali parlano genericamente di «vittime» e accusano «agenti terroristici» di Stati Uniti e Israele di aver fomentato le violenze.
I settori più oltranzisti del regime interpretano la rivolta come una “guerra ibrida” orchestrata da Washington e Tel Aviv. Secondo questa lettura, Israele starebbe tentando di innescare proteste interne per poi passare a un’escalation militare, con il rischio – temuto dai conservatori iraniani – di uno scenario di guerra civile sul modello siriano, soprattutto nelle regioni di confine a maggioranza curda.
Khamenei e la linea dura
La Guida suprema Ali Khamenei ha assunto una posizione di assoluta fermezza: «Nessun compromesso con i vandali». Pur distinguendo formalmente tra manifestanti con rivendicazioni legittime ed «eversori», Khamenei ha ribadito che con questi ultimi il dialogo è inutile e che devono essere repressi. I manifestanti vengono accusati di distruggere beni pubblici per compiacere Donald Trump, definito uno degli «oppressori del mondo».
La repressione nelle periferie e nelle minoranze
Dopo la preghiera del venerdì, la repressione si è fatta particolarmente brutale a Zahedan, città a maggioranza belucia sunnita, dove le forze di sicurezza hanno disperso un raduno nei pressi della moschea centrale con proiettili a pallini e gas lacrimogeni. L’imam sunnita Mowlavi Abdolhamid ha invitato il potere ad accettare le richieste popolari e ad avviare un percorso di cambiamento attraverso strumenti civili come il voto e un referendum.
In questo contesto, la tenuta della Repubblica islamica appare sempre più fragile. Il regime affronta simultaneamente un collasso economico, sociale e geopolitico: il ritorno delle sanzioni ONU, il crollo storico del rial, l’inflazione galoppante e l’impoverimento diffuso hanno colpito anche le classi rurali tradizionalmente fedeli al sistema.
Kurdistan orientale: la rivolta si intreccia alla questione curda
Le proteste hanno raggiunto anche il Rojhelat, il Kurdistan orientale iraniano. Città come Kermanshah, Ilam e Lorestan sono diventate nuovi centri della mobilitazione. Secondo l’organizzazione per i diritti umani Hengaw, almeno 35 manifestanti sarebbero stati uccisi, di cui 15 curdi, e circa duemila arrestati.
Un discorso televisivo del presidente Masoud Pezeshkian ha tentato di smorzare i toni: «Siamo noi a essere in torto», ha dichiarato, promettendo indagini sugli abusi delle forze di sicurezza. Ma i video dell’irruzione delle forze armate nell’ospedale Komehini di Ilam – con manganelli, lacrimogeni e munizioni vere contro feriti ricoverati – hanno alimentato indignazione e nuove proteste. Secondo alcune fonti locali, le città di Abdanan e Malekshahi sarebbero temporaneamente passate sotto il controllo dei manifestanti.
Verso una nuova fase?
Il 5 gennaio 2026, il Centro per il dialogo e la cooperazione dei partiti curdi nel Kurdistan orientale ha annunciato una riunione di alto livello, esprimendo sostegno alla rivolta e condannando i «sanguinosi massacri» nelle province occidentali. Tra le forze coinvolte figurano Partito della Vita Libera in Kurdistan, diverse fazioni di Komala, il Pak e il Kdp-I.
Particolarmente significativa è la posizione del Pjak, che – approfittando dell’indebolimento del regime e dei mutati equilibri regionali – ha rafforzato le proprie capacità operative. Il comandante Rebwar Abdanan, in un recente video, ha invitato membri di Basij e Guardie rivoluzionarie a «non usare le armi contro il proprio popolo», avvertendo Teheran che «la scintilla che arde nello Zagros vi brucerà».
Un futuro incerto
Tra minacce di escalation militare esterna, repressione interna e timidi tentativi di apertura diplomatica sul dossier nucleare, il futuro dell’Iran resta profondamente incerto. L’età avanzata di Ali Khamenei, ormai ottantaseienne, aggiunge un ulteriore elemento di instabilità, sollevando interrogativi sulla successione e sulla capacità del regime di sopravvivere a una crisi senza precedenti. La rivolta iniziata contro il carovita ha ormai messo in discussione l’intero impianto della Repubblica islamica.
Il punto di Radio Onda d’Urto con Samira dei Giovani Iraniani Residenti in Italia Ascolta o scarica
Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.
Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000
News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp


