di Roberta Cospito
Nel nuovo libro di Leopoldo Santovincenzo riemerge una vicenda rimossa della storia italiana: il rapimento del viceconsole spagnolo di Milano da parte di giovani anarchici che volevano salvare un antifranchista dalla pena di morte. Un racconto che parla di memoria, giustizia e disobbedienza.
Leopoldo Santovincenzo, eclettico personaggio in quota Rai, oltre ad aver scritto e diretto numerose produzioni televisive – tra cui il magazine Wonderland – è anche autore di libri. L’ultimo pubblicato, che a lui probabilmente piacerebbe definire “uscito dalla sua penna”, è stato edito dai tipi di Solferino e racconta l’insolita storia di un sequestro avvenuto a Milano nei primi anni Sessanta.
Il libro, infatti, ruota attorno a un episodio praticamente rimosso dalla memoria collettiva: il sequestro del viceconsole spagnolo Isu Elias da parte di un gruppo di giovani anarchici milanesi nel settembre del 1962. Scopo del rapimento era quello di attirare l’attenzione di stampa e opinione pubblica, mostratesi fino a quel momento indifferenti, sulla sorte dell’anarchico spagnolo Jorge Conill Vals destinato all’ergastolo o alla pena di morte, insieme ad altri due antifranchisti, accusati di alcuni attentati dinamitardi.

Per raccontare la vicenda di questo gruppo di sequestratori che sembrano usciti da un film Mario Monicelli – un misto fra la banda de I soliti ignoti e la scalcinata compagnia che si muove ne L’armata Brancaleone –, Santovincenzo ricostruisce gli eventi con un meticoloso lavoro sulle fonti evitando la freddezza dello storico accademico.
Il viceconsole Elias è un “sequestrato per caso”. L’idea originaria era quella di rapire l’ambasciatore spagnolo in Italia, ma questi si trovava a Roma mentre i giovani anarchici potevano agire solo tra Lombardia e Veneto, essendo sprovvisti di adeguate forze e risorse economiche per operare in trasferta – per esempio, nessuno di loro aveva la patente. Ripiegarono così sul console a Milano, e quando scoprirono che era tornato in patria per le ferie non rimase loro altro da fare che optare, appunto, per il viceconsole onorario Isu Elias.
Con il pretesto di un falso invito a pranzo da parte del vicesindaco di Milano – da cui il titolo del romanzo che a sua volta omaggia un articolo sul sequestro scritto da Paolo Finzi per A/Rivista Anarchica –, riescono a prelevare il malcapitato dal suo ufficio e a portarlo in una villetta di amici di famiglia di uno dei giovani, situata nelle montagne del varesotto, dove lo nasconderanno.
La telefonata di rivendicazione a un giornale milanese chiarì fin da subito che Elias non avrebbe corso nessun pericolo e che quello che nei fatti si rivelò essere il primo rapimento per scopi politici dell’Italia repubblicana, per gli stessi rapitori era un gesto innaturale compiuto da “persone perbene che si rivolgono alle persone per bene di tutto il mondo”.
Il primo a esser certo di uscire incolume dal sequestro e a comprenderne il valore morale fu lo stesso Elias che al processo dichiarò di non essersi mai sentito in pericolo di vita e che l’unica volta che temette per la propria salute fu durante il tragitto in automobile, poiché questa procedeva a velocità eccessiva e si era reso conto della scarsa dimestichezza al volante del conducente. Ammise anche d’aver dubitato del fatto che quando fu “urtato da qualcosa di duro” potesse essersi trattato di un’arma.
Non è solo Elias a comprendere e in qualche modo apprezzare, o perlomeno a non condannare, la motivazione che spinse quei giovani ricchi d’ideali a compiere il reato, lo è anche la sentenza stessa che chiude il processo con un’immediata scarcerazione dei condannati sottolineandone i “motivi di particolare valore sociale e morale” della loro azione.
L’autore s’interroga sulle ragioni dell’oblio che ha avvolto questa particolare vicenda e, fra le varie motivazioni da lui presunte, pone in risalto il fatto che i cronisti dell’epoca non abbiano potuto cavalcare l’onda del sensazionalismo poiché mancava un epilogo tragico; non solo, la prima metà degli anni Sessanta è rimasta nell’immaginario popolare soprattutto per le canzonette, la commedia all’italiana, le gite con l’utilitaria, non esattamente per i sequestri; per non parlare del “fattore velocità”: tre giorni di prigionia e meno di due mesi tra il sequestro e l’esito del primo grado di giudizio hanno contributo a far svanire i protagonisti tra le pieghe del tempo. L’attenzione generale fu anche distratta da ciò che accadde il mese successivo: il 9 ottobre venne ripescata dalle acque della Sprea “la quarantasettesima vittima del Muro di Berlino”, il 20 ottobre esplose una bomba alla stazione Porta Nuova di Verona causando un morto e venti feriti; il 27 ottobre una camionetta della Celere si scagliò deliberatamente contro i manifestanti a Milano, investendo e uccidendo lo studente comunista Giovanni Ardizzoni di ventuno anni; lo stesso giorno morì Enrico Mattei.
In uno scenario del genere, quale rilievo poteva avere un sequestro lampo realizzato da un pugno di studenti anarchici?
Oltre al grande merito di aver riportato alla luce una storia interessante, occorre riconoscere a Santovincenzo un particolare talento descrittivo per l’affascinante ricostruzione di una Milano dell’epoca e un grande amore nostalgico verso un mondo analogico e cartaceo del quale, attraverso queste pagine, sembra ancora possibile percepirne il profumo.
Per chi considera la memoria uno strumento di resistenza, questo è un libro prezioso,
specie oggi, in un tempo in cui le diverse sfaccettature e complessità di una vicenda sono spesso sacrificate a una semplificazione mediatica.
L’opera si dimostra d’alto valore anche nel restituire il clima di un periodo storico in cui la solidarietà internazionale, l’antifascismo, la militanza politica e la disobbedienza civile erano vissuti come un’assunzione concreta di responsabilità: “Una sentenza non è solo l’applicazione delle sanzioni previste dalla legge ma è anche l’esito dell’interpretazione della legge da parte dei giudici e del clima sociale e politico del tempo in cui viene emessa. Riflette la complessità dell’interpretazione del dritto ma anche, in maniera più o meno diretta, lo spirito dei tempi. Non ha dunque un significato assoluto provare a immaginare, con le stesse imputazioni del processo del 1962, quale verdetto sarebbe oggi probabile: troppe le variabili da considerare. Solo sette anni dopo il sequestro Elias, nei giorni immediatamente successivi a Piazza Fontana, i “nostri” cospiratori sarebbero stati crocefissi. Dieci anni più tardi, diciamo dopo il 9 maggio ’78, il saldarsi, da destra a sinistra, dei vari fronti della “fermezza” avrebbe determinato una severità condivisa e non discutibile. Una lettura contestualizzata contribuisce dunque a illuminare, sia pure in maniera imperfetta, il sentimento e la concezione di giustizia che aleggia in una specifica fase storica”.
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