In Inghilterra si arresta chi grida “globalizzare l’Intifada”, in Germania si vieta “dal fiume al mare”

Dall’Inghilterra alla Germania, arresti e divieti contro chi sostiene la Palestina mentre l’Europa garantisce impunità ai crimini di Israele

La repressione della solidarietà con il popolo palestinese sta assumendo in Europa i contorni di una vera e propria offensiva politica e giudiziaria, funzionale a un solo obiettivo: mettere a tacere ogni opposizione al genocidio in corso in Palestina e garantire copertura politica, mediatica e repressiva ai crimini dello Stato di Israele.

Il Regno Unito arresta chi grida “globalizzare l’Intifada”

Mercoledì 17 dicembre 2025 la Metropolitan Police di Londra ha inaugurato una nuova fase di criminalizzazione del dissenso arrestando manifestanti pro-Palestina durante una protesta nella capitale. Il “reato” contestato è l’aver gridato slogan come “globalizzare l’Intifada”, trasformati strumentalmente in presunto incitamento all’odio o alla violenza. Due persone sono state arrestate con accuse aggravate di ordine pubblico a sfondo razziale, altre due fermate per presunte violazioni analoghe, mentre una quinta è stata arrestata per aver semplicemente ostacolato l’azione degli agenti. Un copione ormai noto: la repressione preventiva di chi denuncia il genocidio e l’oppressione coloniale israeliana.

Questi arresti non sono frutto di eccessi individuali, ma il risultato diretto di una scelta politica deliberata. Poche ore prima, le polizie di Londra e della Greater Manchester avevano annunciato un approccio «più assertivo» contro le proteste pro-palestinesi, dichiarando apertamente di voler colpire slogan, cartelli e parole d’ordine. «Il contesto è cambiato», hanno affermato i vertici delle forze dell’ordine. In realtà, è cambiata solo la soglia di tolleranza verso chi rifiuta di accettare in silenzio il massacro di un popolo.

Ancora una volta, la lotta all’antisemitismo viene cinicamente utilizzata come clava politica per reprimere il dissenso. La critica a Israele, alla sua ideologia sionista e alle sue politiche di apartheid, pulizia etnica e sterminio viene deliberatamente confusa con l’odio antiebraico, in un’operazione che non protegge le comunità ebraiche, ma le strumentalizza per legittimare la censura e la violenza di Stato. In questo quadro, attentati avvenuti in altri contesti vengono richiamati per costruire un clima emergenziale permanente, utile a giustificare arresti, divieti e restrizioni delle libertà fondamentali.

Le organizzazioni ebraiche istituzionali hanno applaudito la linea dura, contribuendo a rafforzare una narrazione tossica in cui la solidarietà con la Palestina viene presentata come una minaccia sociale, mentre il genocidio di decine di migliaia di civili palestinesi viene normalizzato, relativizzato o apertamente giustificato come “autodifesa”. Il rabbino capo Ephraim Mirvis ha parlato di contrasto alla “retorica d’odio”, ma nulla viene detto sull’odio sistemico che si traduce in bombardamenti, assedi, fame e distruzione totale di Gaza.

Il governo britannico, dal canto suo, ha risposto rafforzando la sicurezza delle istituzioni ebraiche e aumentando i fondi dedicati, mentre continua a sostenere politicamente e militarmente Israele. Il primo ministro Keir Starmer ha condannato giustamente gli attacchi antisemiti, ma mantiene un silenzio colpevole – quando non una complicità attiva – di fronte allo sterminio del popolo palestinese. La vita palestinese continua a non avere lo stesso valore politico e mediatico.

La repressione si estende: il caso tedesco

La Germania rappresenta oggi uno dei laboratori più avanzati di questa deriva autoritaria. Il 17 dicembre 2025 il tribunale distrettuale di Berlino ha stabilito che lo slogan «Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera» costituisce un reato, equiparandolo a un simbolo di Hamas. Una decisione gravissima, che criminalizza un’intera rivendicazione di libertà e autodeterminazione, riducendola a propaganda terroristica. Il caso riguarda un giovane di 25 anni colpevole unicamente di aver pronunciato una frase storica del movimento palestinese durante una manifestazione.

Secondo la giudice Susann Wettley, usare quello slogan significherebbe sostenere la distruzione dello Stato di Israele. Un’interpretazione ideologica e repressiva che cancella deliberatamente il significato anticoloniale, antirazzista e liberatorio di quelle parole. Nonostante in Germania esistano sentenze contrastanti, questa pronuncia rischia di aprire la strada a una repressione sistematica e centralizzata del movimento di solidarietà con la Palestina.

Non sorprende che la decisione sia stata accolta con entusiasmo dal ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar, che ha invitato altri Paesi europei a seguire l’esempio tedesco. È la conferma esplicita che la criminalizzazione della solidarietà è parte integrante della strategia israeliana, volta a isolare il popolo palestinese, soffocare ogni critica e garantire l’impunità per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Quello che sta accadendo in Europa non è una lotta contro l’odio, ma una guerra politica contro il dissenso, contro chi rifiuta di accettare il genocidio come fatto inevitabile. Criminalizzare slogan, manifestazioni e parole significa tentare di spezzare la solidarietà internazionale. Ma la storia insegna che nessuna repressione riuscirà a cancellare la verità: la Palestina è sotto occupazione, il popolo palestinese è sotto attacco, e la solidarietà non è un crimine.

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