di Vincenzo Scalia*
Il Venezuela è nel mirino di Trump che minaccia un intervento armato. Il copione è collaudato e si avvale della costruzione di false prove per ingannare l’opinione pubblica.
L’avanzare delle portaerei statunitensi verso il Venezuela, con le nefaste conseguenze che reca, richiama una delle ultime intuizioni del compianto Alessandro Dal Lago. Lo studioso, nelle sue produzioni scientifiche più recenti, evidenziava come, a partire dalla definizione di Stati canaglia (rogue states) coniata da George W. Bush, la strategia di definire il nemico alla stregua di un criminale rappresentasse la forma della guerra odierna, comportando un mutamento significativo nella politica internazionale. In altre parole, laddove una volta si utilizzava la diplomazia, e, soprattutto, si partiva dall’assunto che il nemico godesse della qualifica di Stato sovrano, nel contesto odierno, queste condizioni vengono meno.
Partendo dalla natura autoritaria del regime oggetto di attenzione (che in casi come quello di Saddam Hussein è incontestabile), si fa leva su argomenti che impressionano l’opinione pubblica, come le violazioni dei diritti umani, il finanziamento di gruppi terroristici che opererebbero fuori dai confini dello Stato canaglia, il possesso di armi di distruzione di massa. Quindi si mette in atto una strategia manipolatrice del pubblico, articolata su due livelli: il primo è quello della fabbricazione di prove false, come il Governo “laburista” di Tony Blair fece nel caso dell’Iraq. Il secondo livello, è quello dell’occultamento di aspetti che potrebbero alimentare i dubbi. Per esempio, Saddam Hussein venne sostenuto e armato dagli USA nella guerra contro l’Iran. Nel caso dei Serbi, si occultarono le violenze a cui i civili di origine serba venivano sottoposti dalle bande paramilitari croate, bosgnacche e kosovare ben prima della guerra, e si sorvolò sul ruolo delle milizie islamiche, tra cui gruppi qaedisti, nella guerra di Bosnia. Allo stesso modo, non si spiega perché il Qatar, che sequestrava i passaporti dei lavoratori indiani e bengalesi impegnati a costruire gli stadi che hanno ospitato la Coppa del Mondo di calcio del 2022, o l’Arabia Saudita, che ancora oggi decapita i condannati a morte sulla pubblica piazza, siano meno canaglia degli stati oggetto delle cosiddette operazioni di polizia internazionale.
Il nemico viene trattato alla stregua di un delinquente, che minaccia dall’interno sia l’esistenza della comunità su cui esercita il dominio, sia quella di chi ha intenzione di muovergli una guerra preventiva. Il comportamento del nemico sconfina nell’ambito penale, per cui si rende necessario somministrargli una punizione esemplare, privandolo delle proprie credenziali politiche e sottoponendolo in seguito a processi e punizioni esemplari che, piuttosto che risolvere la situazione, la aggravano. Inoltre, muoversi con armi ed effettivi verso un paese sovrano senza presentare una dichiarazione di guerra, o tentare una mediazione diplomatica, fornisce all’aggressore tre vantaggi: il primo è quello di aggirare tutte le convenzioni internazionali del caso, che delegittimerebbero un intervento di questo tipo. Il secondo è quello di costruire la ricerca di consenso presso il pubblico facendo leva sul panico morale di cui si nutre il securitarismo. Il terzo vantaggio è rappresentato dalla possibilità di attuare misure eccezionali, come l’irruzione nei palazzi presidenziali, la cattura dei “tiranni”, il ricorso a carceri speciali come Guantanamo e Abu Ghraib, lontani anni luce dai diritti umani che i promotori della polizia internazionale proclamano.
Nel caso del Venezuela, ci si troverebbe, contrariamente a quanto le agenzie di monitoraggio internazionali attestano, davanti a un pericoloso ricettacolo di narcotrafficanti. Uno dei quali, il cartello Soli, minaccerebbe il tessuto sociale statunitense attraverso l’esportazione di stupefacenti. È implicito che tale minaccia verrebbe portata col beneplacito del governo di Caracas, altrimenti non si spiega perché Washington non chieda di arrestare, processare o estradare i membri del suddetto cartello. Alla presunta pericolosità dei narcotrafficanti venezuelani, si somma il carattere autocratico del governo Maduro, sancito anche a livello internazionale con l’attribuzione del premio Nobel alla leader dell’opposizione Maria Cristina Machado. Ancora una volta, lo schema dello Stato canaglia, sembra funzionare.
Si sorvola sul fatto che i principali cartelli della droga sono principalmente messicani e colombiani, che il governo di Washington, in passato, ricorse ai loro servigi in funzione di appoggio alla lotta contro i movimenti popolari latinoamericani, che non ci troviamo di fronte a un complotto mirante a corrompere la società statunitense. Al contrario, la questione della produzione, della commercializzazione, dell’utilizzo delle sostanze psicotrope, va filtrata in relazione a due elementi socio-politici: la domanda interna del mercato USA da una parte, e le politiche proibizioniste attuate a livello mondiale, che sono lungi dal risolvere sia il problema della tossicodipendenza, che quello della formazione di gruppi di potere attorno ai traffici illeciti.
La spedizione statunitense in Venezuela va al di là della dottrina Monroe. O meglio, ne costituisce un aggiornamento, che contiene elementi di securitarismo che lo connotano in una forma nuova e delineano un modello di controllo più aggressivo e pervasivo. Il nemico, invece di invadere, reprimere e colonizzare, minaccerebbe l’integrità fisica e morale della repubblica a stelle e strisce inondandola di droga. Soprattutto, si tratta di un nemico esotico, quindi portatore di valori e stili di vita antitetici a quelli praticati a nord del Rio Grande. In altre parole, il progetto neocoloniale, assume forti tinte xenofobe, cospirazioniste e di legge ed ordine, seguendo uno schema collaudato, affine a quello che ha riportato Trump alla Casa Bianca. A uno sguardo più attento, ci accorgiamo che siamo di fronte a un’impostazione che aggiorna materiali già utilizzati in passato. Siamo davanti all’aggiornamento di uno schema attuato a partire dal 1989, quando Manuel Noriega, dittatore di Panama, che per anni aveva governato col consenso di Washington, venne destituito, arrestato, deportato negli USA e condannato. Quanto all’idea del complotto straniero risale, nella sua formulazione compiuta, al 1952, quando la Commissione Kefauver, incaricata di indagare sulla criminalità organizzata negli USA, definì il fenomeno come la conseguenza di un complotto straniero (alien conspiracy) che vedeva protagonisti gli Italiani. La Commissione sorvolava sul fatto che esistessero anche gruppi criminali composti da persone non di origine italiana, mentre rimuoveva il ruolo giocato dal proibizionismo nella crescita e nel consolidamento della criminalità organizzata.
Quanto alle sostanze psicotrope, bisogna risalire al 1937, quando il Marihuana Act, innescò il processo di criminalizzazione dei consumatori di cannabis. Dietro il varo del provvedimento, potevano essere riscontrati due aspetti: il primo concerne lo stereotipo della marijuana come sostanza utilizzata in ambienti underground e consumata dagli Afroamericani. Il secondo riguardava il ruolo del Messico come stato esportatore. In realtà, era stato in seguito al proibizionismo che molti cittadini dello Zio Sam avevano cominciato a varcare i confini meridionali, alla ricerca di quelle sostanze che in patria erano vietate. Si era conseguentemente sviluppata una rete di produttori e distributori messicani, di pari passo allo sviluppo del turismo. Nel 1971, Nixon, per fiaccare il movimento hippy e distogliere l’attenzione dalla sconfitta in Vietnam (come ammesso alcuni suoi collaboratori), aveva lanciato la War on Drugs, puntando altresì il dito sui ghetti afroamericani, in quel periodo attraversati da mobilitazioni radicali, come ricettacoli di spaccio e consumo. Era partita l’Operazione Condor, iniziata con l’ obiettivo di sradicare le piantagioni di cannabis dal Messico. Solo che le reti di commercializzazione erano rimaste intatte, segnando l’ascesa dei narcos, anche per altre ragioni. Nel 1999, il Plan Colombia voluto da Clinton, aveva sradicato le colture di coca del paese andino. È seguito, nel 2007, il Paln Mexico, conosciuto anche come iniziativa Merida. Si tratta di interventi caratterizzati dal doppio proposito di stringere le maglie del controllo sociale all’interno e di rafforzare la presenza statunitense in zone strategiche. La cosiddetta cooperazione internazionale tra gli USA e i paesi di quello che Ronald Reagan definì come il loro cortile di casa, comporta il finanziamento e l’addestramento di corpi speciali, la presenza di corpi militari o investigativi speciali statunitensi, l’abbattimento delle colture giudicate tossiche.
Le conseguenze di questi interventi si traducono nella presenza militare, poliziesca e di intelligence statunitense nelle aree oggetto dell’intervento, oltre che nella deportazione di masse significative di popolazione, nella distruzione di colture tradizionale, nelle violazioni dei diritti umani di milioni di persone. Nonché nella stigmatizzazione delle popolazioni latinoamericane, etichettate come bacino di narcos e di killer spietati, che minacciano gli USA e giustifica le deportazioni e le incarcerazioni di massa. A discapito delle popolazioni locali, della loro sovranità, a causa dell’incapacità di riflettere sull’ efficacia delle politiche proibizioniste in merito alle droghe. Trump va sul sicuro. Utilizza un copione collaudato, aggiornandolo con elementi propri. Auspichiamo che non riesca nel suo intento. E che si sviluppi una riflessione in direzione opposta.
*da Volere la Luna
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