Accuse di terrorismo senza base giuridica, sciopero della fame e nuove minacce in mare: la repressione si estende mentre cresce la mobilitazione internazionale
La decisione del tribunale di Ashkelon segna un passaggio netto: ciò che è iniziato come un sequestro illegale in acque internazionali viene ora trasformato in detenzione giudiziaria. Saif Abukeshek e Thiago Ávila, i due attivisti della Global Sumud Flotilla rapiti dalla marina israeliana tra il 29 e il 30 aprile nei pressi della Grecia, sono comparsi davanti a un giudice che ha deciso di prorogare la loro detenzione fino a domenica, accogliendo integralmente le accuse dell’accusa.
Le contestazioni sono gravi e, allo stesso tempo, prive di un fondamento riconoscibile: “aver aiutato il nemico in guerra”, “appartenere a un’organizzazione terroristica”, “essere in contatto con agenti stranieri”. Accuse standard, già utilizzate in contesti analoghi, che qui vengono applicate a due attivisti civili intercettati fuori da qualsiasi giurisdizione israeliana, mentre partecipavano a una missione umanitaria.
È questo il nodo centrale: il passaggio dalla violazione del diritto internazionale alla sua legittimazione giudiziaria. La decisione del tribunale non interviene su un arresto regolare, ma su un sequestro avvenuto a oltre mille chilometri da Gaza, in pieno Mediterraneo, su imbarcazioni civili. Eppure lo trasforma in procedimento penale, normalizzando l’anomalia.
Le avvocate dell’organizzazione per i diritti umani Adalah, che difendono i due attivisti, lo dicono senza ambiguità: prorogare la detenzione in queste condizioni equivale a una convalida giudiziaria dell’illegalità dello Stato.
Nel frattempo, Abukeshek e Ávila continuano lo sciopero della fame iniziato subito dopo il fermo. Da giorni assumono solo acqua. È una forma estrema di protesta contro le condizioni di detenzione e contro un procedimento che percepiscono — e che appare — privo di legittimità. Entrambi hanno denunciato maltrattamenti e percosse durante la custodia, inserendo la loro vicenda dentro un quadro già segnato da testimonianze di violenze sistematiche durante l’abbordaggio e le ore successive.
Ma la vicenda non si esaurisce nelle aule del tribunale. Sul mare, intanto, la tensione cresce. Secondo le ultime comunicazioni della Global Sumud Flotilla, le forze israeliane stanno tentando di intercettare altre quattro imbarcazioni al largo della Grecia. Aerei e droni statunitensi sorvolano l’area. Le segnalazioni parlano di navi monitorate da elicotteri e droni a bassa quota, con unità navali che si muovono a luci spente. Il rischio è evidente: nuovi abbordaggi, nuovi sequestri, una replica dell’operazione che ha già colpito la prima missione.
Non è più un episodio isolato. È uno schema che si inserisce in un contesto più ampio di repressione delle iniziative civili dirette a rompere l’assedio su Gaza. Non operazioni di ordine pubblico, ma azioni mirate a scoraggiare, intimidire, impedire che forme di solidarietà internazionale possano concretamente incidere.
A Creta, dove molti degli attivisti rilasciati si sono riuniti dopo le 40 ore di detenzione, questo è ormai chiaro. Sulla spiaggia di Ierapetra, tra chi è rimasto sulle imbarcazioni ancorate e chi è stato ospitato a terra, si è tenuta un’assemblea per ridefinire strategie e obiettivi. Prima l’abbraccio collettivo — la consapevolezza di essere sopravvissuti — poi la discussione politica.
Perché la missione non si è fermata.
Le testimonianze che circolano tra gli attivisti parlano di stanchezza, dolore, rabbia. Ma anche di determinazione. L’idea che quanto accaduto non sia riuscito a fermare il movimento, ma al contrario lo abbia rafforzato. Lo dicono chiaramente gli organizzatori: i sequestri, pensati per intimidire, hanno prodotto l’effetto opposto.
Nel frattempo, anche sul piano politico le reazioni si moltiplicano, seppur ancora in modo frammentato. Una delegazione di europarlamentari — tra cui Benedetta Scuderi, Cecilia Strada, Cristina Guarda e Mimmo Lucano — ha denunciato pubblicamente l’accaduto, parlando di un attacco a una missione civile pacifica e chiedendo la liberazione immediata dei due attivisti.
In Italia, cresce la mobilitazione. Si moltiplicano le iniziative di solidarietà. Si discute della possibilità di uno sciopero generale per la Palestina e per la liberazione dei prigionieri. La delegazione italiana di Global Sumud Flotilla ha invitato i sindacati italiani a promuovere un dialogo intersindacale per indire un nuovo sciopero generale unitario per la Palestina, la liberazione dei due attivisti della Flotilla detenuti e di tutti i prigionieri politici palestinesi. La Flotilla sottolinea la necessità di una mobilitazione collettiva che esiga dall’Italia e dall’UE il rispetto del diritto internazionale, la condanna delle violazioni israeliane, il rilascio degli attivisti sequestrati illegalmente e l’adozione di misure concrete come sanzioni, embargo e l’interruzione di tutti gli accordi con Israele.
Parallelamente, la Global Sumud Flotilla sta già preparando il prossimo passaggio: un’assemblea internazionale a Marmaris, in Turchia, il 9 e 10 maggio, seguita da una conferenza stampa l’11. L’obiettivo è chiaro: riorganizzare la missione, rafforzare il coordinamento internazionale, ridefinire la strategia.
È un momento di svolta.
Perché la vicenda di Abukeshek e Ávila non è più solo una questione individuale. È diventata un caso politico e giuridico che mette in discussione principi fondamentali: la libertà di navigazione, il divieto di sequestro in acque internazionali, il diritto a non essere sottoposti a detenzione arbitraria e trattamenti inumani.
E soprattutto, mette in luce un altro elemento: la fragilità — o l’assenza — di una risposta istituzionale adeguata.
Mentre il tribunale israeliano proroga la detenzione, mentre le accuse si moltiplicano, mentre nuove imbarcazioni rischiano di essere intercettate, le istituzioni europee restano, nella migliore delle ipotesi, caute. E questa cautela, in un contesto del genere, rischia di trasformarsi in un vuoto politico.
Un vuoto che consente la riproduzione dello stesso schema: intercettare, sequestrare, detenere, accusare. Per questo la decisione del tribunale non è solo un atto giudiziario. È un segnale. Indica che la linea scelta è quella della prosecuzione, non della chiusura. Della normalizzazione, non dell’eccezione.
E a questo punto la domanda non riguarda più solo Israele. Riguarda anche chi, di fronte a tutto questo, continua a non intervenire. Perché ogni giorno di detenzione in più, ogni accusa senza prova, ogni nave che rischia di essere intercettata, non è solo un fatto. È un precedente che si consolida.
L’aggiornamento di Radio Onda d’Urto sulla detenzione e le motivazioni “in divenire”, con Francesca Cancellaro del team legale della Global Sumud Flotilla. Ascolta o scarica
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