A Roma la Digos identifica un cronista davanti alla sede occupata dai “fascisti del terzo millennio” : mentre la magistratura certifica il fascismo, il Viminale protegge i neofascisti e colpisce il diritto di cronaca.
C’è un’immagine che racconta meglio di qualsiasi analisi il clima politico di questo Paese: da una parte un tribunale della Repubblica che condanna militanti di CasaPound per riorganizzazione del disciolto partito fascista; dall’altra la polizia che, davanti alla sede romana dello stesso gruppo, non interviene per contestare l’illegalità e l’eversione, ma per identificare un giornalista e chiedergli di spegnere la telecamera. Se questa non è una contraddizione, allora non sappiamo più cosa lo sia. Ed è una contraddizione che ha un nome preciso: la “dottrina Piantedosi”, la gestione sicuritaria dell’ordine pubblico che, nei fatti, finisce per garantire libertà di azione e impunità all’area neofascista, mentre restringe gli spazi democratici di chi denuncia, informa, documenta.
Il caso è quello denunciato dal programma “È sempre Cartabianca”, condotto da Bianca Berlinguer. Il giornalista Marco Sales, insieme alla troupe, si è recato davanti allo stabile occupato a Roma da CasaPound per svolgere un lavoro che in qualsiasi democrazia dovrebbe essere considerato normale: provare a ottenere un’intervista, raccontare un luogo simbolico, documentare un fatto politico. Non un’irruzione, non una provocazione, non un atto ostile. Giornalismo, semplicemente. Eppure è stato fermato da agenti della Digos e identificato. Nel video pubblicato dal programma si sente chiaramente la denuncia: “La polizia è arrivata per rimproverarci e identificarci”. E come se non bastasse, gli agenti avrebbero chiesto al cronista di spegnere la telecamera perché “non capiscono l’utilità”. Una frase che, detta da rappresentanti dello Stato, è molto più grave di quanto possa sembrare: perché l’utilità del giornalismo non la decide la polizia. La decide il diritto di cronaca, che è un pilastro democratico, non un favore concesso a discrezione.
La sensazione, ancora più inquietante, è che in quel momento lo Stato non stesse tutelando l’ordine pubblico, ma la serenità dei neofascisti. È questo il punto politico, quello che molti fingono di non vedere: il problema non è l’identificazione in sé, ma il contesto e il messaggio. Perché qui non siamo davanti a un intervento per prevenire violenze, ma davanti a un intervento che scoraggia l’informazione e normalizza un’organizzazione che, proprio in queste ore, viene inchiodata da una sentenza storica. È come se l’apparato pubblico dicesse: “Potete parlare di tutto, ma non troppo vicino a loro. Potete fare cronaca, ma non se disturba”. Ed è così che la libertà di stampa muore: non con la censura ufficiale, ma con l’intimidazione quotidiana, con la pressione, con il fastidio istituzionale verso chi accende una telecamera.
La cosa più grottesca è che tutto questo avviene mentre il Tribunale di Bari, con una sentenza che segna un precedente, ha condannato dodici militanti baresi di CasaPound per “riorganizzazione del disciolto partito fascista” e “manifestazione fascista”. Sette di loro sono stati condannati anche per lesioni. Le pene vanno da un anno e sei mesi a due anni e sei mesi di reclusione. Il giudice ha disposto inoltre la privazione dei diritti politici per cinque anni. I fatti risalgono al 21 settembre 2018, quando a Bari si svolgeva la manifestazione antirazzista “Mai con Salvini”, convocata per contestare la visita dell’allora ministro dell’Interno e le sue politiche anti-migratorie. Erano i giorni dei decreti sicurezza del governo gialloverde, e quella piazza era una risposta politica a una stagione di odio istituzionalizzato. Dopo il corteo, diciassette imputati aggredirono con cinghie e tirapugni cinque militanti antifascisti che stavano rientrando. Un attivista finì in ospedale con nove punti di sutura alla testa, un altro riportò lesioni alle vertebre. Un’aggressione squadrista, organizzata, deliberata, in piena continuità con un metodo storico che non ha mai smesso di essere la firma del fascismo.
E qui sta la parte decisiva: per la prima volta, nei confronti di CasaPound, viene riconosciuto il reato previsto dalla legge Scelba del 1952. Non è un dettaglio tecnico. È un giudizio politico e giuridico: CasaPound non è una “provocazione”, non è una “folklore”, non è un gruppo di esaltati. È una struttura che ricostruisce il fascismo. E quando un tribunale lo afferma, la Repubblica dovrebbe reagire di conseguenza. Dovrebbe applicare le norme che vietano e puniscono la riorganizzazione fascista. Dovrebbe sciogliere le organizzazioni neofasciste. Dovrebbe fare ciò che la Costituzione pretende. Invece accade l’opposto: non si scioglie nulla, non si tocca nulla, e anzi si interviene per limitare chi prova a raccontare.
È in questo incastro che la “dottrina Piantedosi” mostra il suo volto reale. Perché il Viminale in questi mesi ha costruito una narrazione ossessiva sulla legalità, sulla fermezza, sull’ordine pubblico. Una narrazione che si traduce in repressione verso movimenti sociali, cortei, spazi autogestiti, presidi, forme di conflitto democratico. Ma quando la stessa legalità dovrebbe essere applicata contro chi riorganizza il fascismo, improvvisamente tutto diventa più morbido, più sfumato, più prudente. E quando qualcuno si avvicina con una telecamera, ecco che scatta la mano pubblica: non per contestare il fascismo, ma per mettere pressione al giornalista. È una legalità a senso unico. E una legalità a senso unico non è legalità: è strumento di potere.
Non sorprende che l’Associazione Stampa Romana sia intervenuta chiedendo al Ministero dell’Interno di chiarire l’accaduto, definendolo gravissimo ed esprimendo solidarietà al collega e alla troupe. Quando un’organizzazione dei giornalisti deve chiedere spiegazioni perché un cronista viene identificato davanti a CasaPound, significa che la linea di confine è stata superata. Significa che non siamo più davanti a episodi isolati, ma a un clima. E quel clima ha un obiettivo: rendere il giornalismo un’attività condizionata, fragile, “tollerata” solo finché non tocca i nodi politici sensibili.
In tutto questo, la sentenza di Bari è un problema enorme per chi governa. Perché svela una contraddizione insostenibile: se si vuole davvero essere inflessibili con l’illegalità, allora la sede romana di CasaPound è doppiamente illegale. È uno stabile occupato e, soprattutto, è la sede di un’organizzazione che, secondo una sentenza, riorganizza il partito fascista. E allora perché nessuno interviene? Perché nessuno applica la legge? Perché nessuno scioglie? È qui che la retorica crolla. È qui che l’ipocrisia diventa evidente. È qui che la “sicurezza” smette di essere tutela dei cittadini e diventa tutela di un’area politica.
Eleonora Forenza, tra le vittime dell’aggressione del 2018, lo ha detto con una chiarezza che andrebbe incisa sulle porte del Viminale: la sentenza conferma che CasaPound è un’organizzazione neofascista e “non va sgomberata, va sciolta”. E non è solo una formula efficace. È la differenza tra un gesto amministrativo e un atto politico coerente con la Costituzione. Perché sgomberare significa trattare il problema come un fatto logistico. Sciogliere significa riconoscere che il fascismo è un reato politico e una minaccia democratica. Forenza ha ricordato anche il contesto attuale, in cui esponenti di CasaPound provano a legittimarsi presso la Camera, in cui la presidente del Consiglio ha difficoltà a definirsi antifascista, in cui Salvini è stato più volte ripreso con esponenti di CasaPound, e in cui nuove formazioni politiche si ispirano apertamente alla simbologia della tradizione fascista. Non è allarmismo: è cronaca. Ed è proprio questa cronaca che oggi si tenta di impedire.
E allora, davanti a questo scenario, il quadro diventa limpido e inquietante. Da un lato la magistratura condanna e riconosce la riorganizzazione fascista. Dall’altro lo Stato, attraverso la gestione del Viminale, costruisce un contesto in cui il fascismo viene tollerato e chi lo racconta viene ostacolato. È una torsione democratica che non va minimizzata. Perché oggi è un’identificazione e una telecamera spenta “perché non se ne capisce l’utilità”. Domani può essere molto di più. E la storia italiana, su queste dinamiche, non ha bisogno di lezioni: ha già pagato abbastanza.
La verità è che la dottrina Piantedosi non è solo sicuritaria. È selettiva. È una dottrina che si accanisce contro il dissenso e protegge l’area neofascista con una combinazione micidiale: tolleranza politica e pressione repressiva su chi denuncia. E in questo modo, invece di garantire sicurezza, produce impunità. Invece di difendere l’ordine democratico, lo indebolisce. Invece di rispettare la Costituzione, la svuota.
Per questo la sentenza di Bari non può restare un fatto locale, né una notizia da archiviare. È un punto di svolta. O la Repubblica applica davvero le norme che vietano la riorganizzazione fascista, scioglie le organizzazioni neofasciste e garantisce pienamente il diritto di cronaca, oppure continuerà questo gioco sporco: colpire chi protesta, intimidire chi informa, e lasciare campo libero a chi, del fascismo, fa ancora oggi un progetto politico e un metodo di violenza.
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