La sentenza di Bari inchioda CasaPound: non è “folklore”, non è “movimento”, è riorganizzazione fascista. E chi governa non può più far finta di niente.
C’è un punto in cui la retorica della “legalità” smette di essere propaganda e diventa una prova di realtà. La sentenza del Tribunale di Bari è quel punto. Dodici militanti baresi di CasaPound sono stati condannati per i reati di “riorganizzazione del disciolto partito fascista” e “manifestazione fascista”. Sette di loro anche per lesioni. Le pene vanno da 1 anno e 6 mesi a 2 anni e 6 mesi. Il giudice ha disposto inoltre la privazione dei diritti politici per cinque anni.
Non è una notizia qualsiasi. È una frattura. Perché per la prima volta viene contestato e riconosciuto, nei confronti di CasaPound, il reato previsto dalla legge Scelba del 1952: riorganizzazione del partito fascista.
Tradotto: non siamo davanti a “ragazzate”, non siamo davanti a “opposti estremismi”, non siamo davanti a una “provocazione”. Siamo davanti a un’organizzazione che, secondo un tribunale della Repubblica, incarna e pratica il fascismo come struttura politica e come metodo.
E allora basta ipocrisie: se esiste una norma che prevede lo scioglimento delle organizzazioni neofasciste, va applicata. Punto.
Bari 21 settembre 2018: la violenza squadrista come firma politica
I fatti risalgono al 21 settembre 2018. A Bari si svolgeva la manifestazione antirazzista “Mai con Salvini”, convocata per contestare la visita dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini e le sue politiche anti-migratorie. Erano i giorni dei decreti sicurezza del governo gialloverde guidato da Giuseppe Conte.
A margine del corteo, una squadraccia di militanti legati al gruppo di Gianluca Iannone aggredì attivisti e attiviste antifascisti e antirazzisti. Dopo la manifestazione, diciassette imputati attaccarono con cinghie e tirapugni cinque militanti che stavano rientrando.
Tra le vittime dell’aggressione c’erano l’allora europarlamentare di Rifondazione comunista Eleonora Forenza e il suo assistente Antonio Perillo, Giacomo Petrelli di Alternativa Comunista e Claudio Riccio di Sinistra Italiana, costituiti parti civili con Anpi, Rifondazione comunista, Comune di Bari e Regione Puglia.
Il bilancio parla da solo: nove punti di sutura alla testa per Antonio Perillo, lesioni alle vertebre per un altro attivista, feriti e intimidazioni. Un’aggressione infame, codarda, organizzata: la classica “lezione” fascista.
Bari reagì. E reagì bene: una manifestazione attraversò il centro storico in risposta all’agguato. La città mostrò ciò che spesso le istituzioni fingono di non vedere: il fascismo non è un’opinione. È violenza.
Forenza: “CasaPound non va sgomberata, va sciolta”
Tra le vittime di quell’aggressione c’era Eleonora Forenza, ex europarlamentare e oggi nella direzione nazionale di Rifondazione Comunista.
Le sue parole, dopo la lettura della sentenza, sono nette e non lasciano spazio a scappatoie:
“La sentenza conferma non soltanto quanto avevamo denunciato sin da quella notte, che c’è stata aggressione di stampo squadrista e con metodo fascista, ma conferma il nostro giudizio politico: CasaPound è un’organizzazione neofascista, non va sgomberata, va sciolta.”
E aggiunge un punto centrale, che pesa come un macigno in questo momento storico:
“È fondamentale ricordarlo in un momento della storia repubblicana in cui esponenti di CasaPound provano a legittimarsi presso la Camera dei deputati, in cui la premier ha difficoltà a definirsi antifascista, in cui il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini è stato ripreso più volte con esponenti di CasaPound…”
Forenza insiste:
“CasaPound va sciolta e mi auguro che questa sentenza sia un elemento in più perché dal punto di vista legislativo si proceda in questa direzione.”
E chiude ringraziando chi ha sostenuto il percorso politico e giudiziario, ricordando la presenza militante di ANPI, Rifondazione, Coordinamento antifascista e realtà cittadine.
Qui sta la verità che molti vorrebbero cancellare: questa battaglia non l’ha vinta la “neutralità”. L’ha vinta l’antifascismo praticato, testardo, spesso pagato sulla pelle.
Su Radio Onda d’Urto, le dichiarazioni di Eleonora Forenza, una delle vittime dell’aggressione squadrista perpetrata da esponenti dell’organizzazione neofascista e costituitasi parte civile. Ascolta o scarica

Rifondazione Comunista: “Finalmente una sentenza chiarisce che CasaPound va sciolta”
Anche Rifondazione Comunista, con il segretario nazionale Maurizio Acerbo, ha parlato con chiarezza:
“Siamo soddisfatti perché auspicavamo che finalmente una sentenza chiarisse che CasaPound è un gruppo neofascista che va sciolto, come prevede la dodicesima disposizione transitoria della Costituzione.”
E ancora:
“Un’aggressione di tipo squadristico meritava una sanzione di questo tipo… Continueremo nelle strade e nei tribunali a difendere i principi dell’antifascismo, sanciti dalla Costituzione nata dalla Resistenza.”
Nessuna ambiguità, nessun giro di parole: la Costituzione è antifascista, e chi finge di non saperlo sta mentendo.
La contraddizione esplode: Piantedosi e la “legalità” a senso unico
Questa sentenza è anche una bomba politica. Perché smaschera una contraddizione ormai insostenibile: lo Stato colpisce con durezza movimenti sociali e spazi autogestiti in nome della legalità, mentre tollera da anni la presenza pubblica, organizzata, strutturata di un gruppo che oggi un tribunale riconosce come riorganizzazione fascista.
Ed è qui che la questione non è più solo giudiziaria. È istituzionale.
Se un ministro dell’Interno e un governo si riempiono la bocca di ordine e sicurezza, allora devono rispondere a una domanda semplicissima:
com’è possibile che un’organizzazione riconosciuta come neofascista continui ad agire, aprire sedi, fare propaganda, cercare legittimazione politica?
Non si tratta di “compensazioni” tra sgomberi. Si tratta di applicare la legge. E la legge, quando parla di fascismo, non è un optional.
La linea è una sola: scioglimento. Senza alibi.
La sentenza di Bari non è un dettaglio tecnico. È una dichiarazione pubblica: CasaPound è fascismo organizzato.
E allora la Repubblica deve scegliere da che parte stare, senza la solita vigliaccheria istituzionale, senza il solito calcolo elettorale, senza la solita finta equidistanza.
Non serve “monitorare”.
Non serve “condannare a parole”.
Non serve “prendere le distanze”.
Serve una cosa sola: applicare le norme che sciolgono le organizzazioni neofasciste.
Perché il fascismo non torna con le marce su Roma. Torna con la tolleranza, con l’abitudine, con la complicità. E soprattutto torna quando lo Stato decide che alcune leggi valgono sempre, e altre solo quando conviene.
Questa sentenza dice che la linea è già stata tracciata.
Adesso resta una domanda, brutale e inevitabile:
lo Stato intende rispettare se stesso, oppure continuerà a proteggere — nei fatti — chi la Costituzione avrebbe già voluto cancellare?
Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.
Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000
News, aggiornamenti e approfondimenti
sul canale telegram e canale WhatsApp


