Il sesto decreto sicurezza e l’espansione della Fortezza Europa


Meloni, Piantedosi e Salvini preparano l’ennesima stretta: più CPR, più detenzione amministrativa, più espulsioni, più sorveglianza. Dietro il recepimento del Patto europeo su migrazione e asilo prende forma un modello che trasforma il diritto d’asilo in una procedura di controllo e la mobilità umana in una questione di ordine pubblico.

Non bastavano cinque decreti sicurezza in poco più di tre anni. Non bastavano i CPR, i centri in Albania, i respingimenti, le zone rosse, la criminalizzazione della solidarietà, gli attacchi al diritto di manifestare e l’espansione continua dei poteri di polizia. Il governo Meloni si prepara a varare il sesto decreto sicurezza della legislatura. Un nuovo provvedimento emergenziale che arriva mentre il precedente non ha ancora dispiegato tutti i suoi effetti e che conferma una tendenza ormai evidente: la sicurezza non è più una materia tra le altre, ma il principio ordinatore dell’azione di governo.

La giustificazione ufficiale è il recepimento del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo. In realtà siamo di fronte a qualcosa di più profondo. Il governo utilizza la nuova normativa europea come occasione per accelerare un processo già in corso: la trasformazione del diritto d’asilo in una procedura di controllo, della mobilità umana in una questione di ordine pubblico e della persona migrante in un soggetto da sorvegliare, trattenere ed espellere.

Ancora una volta si sceglie la via del decreto-legge. Ancora una volta si aggira il confronto parlamentare. Ancora una volta si invoca l’urgenza per imporre misure che nulla hanno di emergenziale e che incidono invece su diritti fondamentali e assetti permanenti dell’ordinamento. Lo schema è ormai consolidato: si dichiara un’emergenza permanente per governare attraverso strumenti eccezionali.

Il cuore della riforma è inquietante. Chi arriva in Italia verrà sottoposto a procedure accelerate di frontiera, screening obbligatori, raccolta di dati biometrici, limitazioni della libertà di movimento e trattenimenti sempre più estesi. Persino il linguaggio giuridico viene piegato alla logica della frontiera. Compare infatti la cosiddetta “finzione di non ingresso”: persone fisicamente presenti sul territorio italiano verranno considerate giuridicamente come se non fossero mai entrate. Una costruzione artificiale che serve a sospendere garanzie e diritti.

È il trionfo della frontiera come dispositivo giuridico. Non importa dove una persona si trovi realmente. Importa che lo Stato possa considerarla permanentemente esterna alla comunità dei diritti.

Il nuovo sistema produrrà migliaia di persone intrappolate in una zona grigia. Persone che non potranno lavorare, muoversi liberamente o costruire una vita autonoma mentre attendono l’esame della propria domanda di protezione internazionale. Se abbandoneranno il centro assegnato o violeranno i limiti geografici imposti, la domanda potrà essere automaticamente respinta e la persona trasferita in un CPR in vista dell’espulsione.

È la produzione istituzionale dell’irregolarità. Una macchina amministrativa destinata a trasformare migliaia di richiedenti asilo in persone prive di diritti effettivi, facilmente espellibili, facilmente sfruttabili, facilmente invisibili.

Per sostenere questo modello il governo prevede nuove infrastrutture della detenzione amministrativa. Cinque nuovi CPR, migliaia di posti nei centri di accoglienza trasformati in strutture di confinamento, nuove aree di frontiera sparse sul territorio nazionale, nuovi centri di trattenimento e una gigantesca espansione dell’apparato burocratico e giudiziario incaricato di gestire la macchina delle espulsioni. Il costo previsto supera i due miliardi di euro nell’arco di cinque anni.

È un dato che merita attenzione non soltanto per la sua dimensione, ma soprattutto per la destinazione delle risorse. Una parte rilevante di questi fondi sarà impiegata per costruire nuovi CPR, ampliare le strutture di trattenimento, rafforzare le procedure di identificazione, assumere personale destinato alla gestione delle nuove procedure e finanziare l’intera infrastruttura amministrativa delle espulsioni. Si tratta di una scelta politica precisa. Di fronte a fenomeni complessi come le migrazioni, la precarizzazione del lavoro, l’emarginazione abitativa e le difficoltà di integrazione, l’investimento principale non viene indirizzato verso politiche sociali, percorsi di inclusione o strumenti di accoglienza diffusa, ma verso dispositivi di controllo, trattenimento e rimpatrio. È una gerarchia di priorità che racconta molto dell’idea di società che si intende costruire.

Ancora più inquietante è ciò che riguarda i minori. Il nuovo sistema abbassa da 14 a 6 anni l’età per il fotosegnalamento e apre alla possibilità di utilizzare strumenti coercitivi per ottenere impronte e identificazione. Inoltre non esclude la possibilità di trattenimento anche per gli under 18. Bambini sottoposti a procedure che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate incompatibili con qualsiasi principio di tutela dell’infanzia.

Nel frattempo l’Europa completa la costruzione dell’esternalizzazione delle frontiere.

I nuovi regolamenti consentono il trasferimento dei migranti in paesi terzi con cui non hanno alcun legame reale. Potranno essere deportati in Stati nei quali sono semplicemente transitati o che condividono una lingua o generici “legami culturali”. È la normalizzazione del modello Albania e la legittimazione di una geografia della deportazione che ricorda sempre più le politiche perseguite dagli Stati Uniti nei confronti delle persone migranti.

Il nuovo decreto non rappresenta semplicemente un irrigidimento delle politiche migratorie. Si inserisce dentro una tendenza più ampia che da anni attraversa l’Europa: la progressiva sostituzione di strumenti sociali con strumenti penali e amministrativi di controllo. Le migrazioni vengono affrontate non come fenomeno strutturale delle società contemporanee, ma come questione di ordine pubblico. Il risultato è la costruzione di una vera e propria infrastruttura della detenzione amministrativa che comprende CPR, procedure accelerate, limitazioni della libertà di movimento, esternalizzazione delle frontiere e ampliamento dei poteri di polizia. In questo quadro il migrante diventa il laboratorio di tecniche di governo fondate sulla sorveglianza e sull’eccezione giuridica, mentre la frontiera smette di essere soltanto un confine geografico e si trasforma in un dispositivo permanente di selezione, esclusione e disciplinamento sociale.

È una traiettoria che non riguarda soltanto le persone migranti. Come spesso accade nella storia, gli strumenti sperimentati sui soggetti più vulnerabili tendono poi a estendersi all’intera società. La normalizzazione della detenzione amministrativa, l’ampliamento dei poteri discrezionali delle autorità, la compressione delle garanzie procedurali e l’uso permanente della logica emergenziale finiscono per modificare il rapporto tra cittadini e istituzioni, restringendo progressivamente gli spazi di libertà e di controllo democratico.

Da anni Meloni, Piantedosi e Salvini raccontano che più repressione significa più sicurezza. La realtà racconta altro. Le persone continuano a morire nel Mediterraneo, i lavoratori migranti continuano a essere sfruttati nelle campagne e nei cantieri, i CPR continuano a produrre violazioni dei diritti umani, mentre le disuguaglianze sociali si approfondiscono.

L’unica cosa che continua ad espandersi senza sosta è l’architettura del controllo.

Mentre il diritto d’asilo viene svuotato, i CPR si moltiplicano, le frontiere si militarizzano e la sorveglianza si estende fino ai bambini. La sicurezza evocata dalla propaganda governativa coincide sempre più con l’espansione del potere amministrativo e con la riduzione degli spazi di libertà.

Dietro il linguaggio tecnico delle procedure e dei regolamenti si intravede così un progetto politico più ampio: governare le conseguenze delle crisi sociali non attraverso l’estensione dei diritti, ma attraverso la loro limitazione; non attraverso l’inclusione, ma attraverso la selezione; non attraverso la giustizia sociale, ma attraverso il controllo.

E in questo processo la frontiera diventa il laboratorio di una trasformazione che riguarda tutti. Non soltanto chi arriva. Anche chi resta.


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