Il prigioniero politico curdo tradito da Germania e Italia

Berlino consegnerà ad Ankara Mehmet Çakas, sospettato di essere un militante del Pkk

di Mario di Vito da il manifesto

Mehmet Çakas aveva ragione quando il 9 dicembre del 2022, da detenuto nel carcere di Alessandria, disse al presidente della quinta sezione della Corte d’Appello di Milano Antonio Nova che estradarlo in Germania signficava esporlo al rischio di venire deportato in Turchia, dove ha cinque mandati d’arresto pendenti su di sé e rischia l’ergastolo. Infatti, se nessuno farà nulla nel frattempo, il prossimo 28 agosto verrà prelevato dal carcere di Uelzen in Germania e consegnato alle autorità di Ankara, che su di lui hanno anche attivato un «red notice» dell’Interpol.

Un intervento di natura politica potrebbe evitare questo finale: la via giudiziaria si è esaurita lo scorso 8 agosto quando la procura generale della Corte d’appello milanese ha respinto l’ultimo ricorso, cioè la richiesta di fissare un’udienza sul caso presentata dagli avvocati Eugenio Losco e Mauro Straini. «Non luogo a provvedere – recita la nota scritta a penna dalla sostituta Daniela Meliota – essendo il Çakas già stato consegnato all’autorità giudiziaria tedesca in data 2 marzo 2023».

Çasak, classe 1979, è curdo e l’accusa per lui è di essere un militante del Partito dei lavoratori del Kurdistan, cioè il Pkk, organizzazione che l’Ue definisce di stampo terroristico. Nel mandato d’arresto europeo eseguito a Milano il 7 dicembre del 2022, le autorità tedesche sostengono che, con il nome di «Servan» o «Shervan», Çakas sia entrato in contatto con il Pkk nel 2006 e che, dal 2017, abbia ricoperto il ruolo di «capo settore» prima a Berlino, poi ad Hannover e infine a Brema. Non ci sono reati specifici a suo carico. A conti fatti è la semplice militanza ad aver portato il tribunale di Celle a condannarlo a due anni e 10 mesi, con il fine pena fissato a ottobre. Ma l’Ufficio tedesco per l’asilo ha deciso, con un provvedimento amministrativo, di rimandarlo in Turchia prima: tra meno di due settimane.

La mossa degli avvocati Losco e Straini – chiedere alla Corte d’appello di Milano di riesaminare il caso con urgenza – trova la sua ragion d’essere in un passaggio del provvedimento con cui il 31 dicembre del 2022 è stato accordato il mandato d’arresto spiccato a Celle. «Il timore del Çakas di essere consegnato dalla Germania alla Turchia è ingiustificato – scrivevano i giudici -, dato che non potrebbe avvenire senza l’assenso di questa Corte, che ha disposto l’esecuzione del mandato di arresto europeo».

Una promessa mancata? Il gioco è tutto procedurale, sul filo della formalità. Çakas non viene mandato ad Ankara per i motivi esaminati dai giudici milanesi, ma per ragioni amministrative: il permesso di soggiorno in Germania non c’è, dunque l’espulsione verso il suo paese d’origine, la Turchia, è inevitabile. A leggere la storia così come viene ricostruita negli atti, però, c’è qualcosa che non va: nel maggio del 2022, il presunto militante del Pkk aveva fatto richiesta di asilo in Italia e la pratica era ancora in corso quando, a dicembre dello stesso anno, è arrivato il mandato tedesco e si è attivata la procedura di estradizione.

«L’allontanamento del signor Çakas dal territorio italiano prima che possa essere completata l’analisi della sua domanda di asilo – scrivevano i suoi avvocati in una nota per i giudici – comporterebbe la prematura interruzione della procedura e la conseguente illegittima vanificazione delle garanzie e delle tutele ad essa connesse per legge». Non c’è stato però nulla da fare, del resto la cooperazione giudiziaria tra Italia e Germania è forte da sempre e assai difficilmente le autorità giudiziarie dei due paesi si pestano i piedi a vicenda.

E però la vicenda di Çakas è molto particolare nel suo genere. È del 1995 la sua prima domanda d’asilo in Germania (respinta nel 1996). Un secondo tentativo è poi stato fatto nel gennaio del 2016, con diniego arrivato nel febbraio dell’anno successivo. Tra un ricorso e l’altro, il curdo è stato poi espulso nel 2021. A maggio del 2022 il terzo e sin qui ultimo ingresso in Europa, in Italia, con nuovo tentativo di ottenere la protezione che la Germania gli aveva sempre negato. Un filo interrotto, come abbiamo visto.

Adesso l’orizzonte è il ritorno in Turchia, dove, sostengono Losco e Straini forti di una lunga serie di precedenti noti alle cronache di mezzo mondo, il 46enne sarebbe esposto «a gravissime forme di persecuzione per motivi etnici e politici», cosa che di per sé basterebbe ad accordargli «il riconoscimento della protezione internazionale sulla base delle norme della Convenzione di Ginevra del 1951 e delle direttive europee in materia».

La questione deborda così dalle aule di giustizia all’ambito della politica, anche se per il momento solo il deputato di Avs Marco Grimaldi ha fatto sentire la sua voce: «Vorrei che Tajani se ne occupasse, l’Italia non può restare in silenzio: deve riattivare la procedura di asilo e impedire questa estradizione. La soluzione alla questione curda non è la galera, ma il processo di pace».

Ma la repressione, si sa, corre sempre più veloce di ogni discorso diplomatico. Lo schema è perfetto: Ankara chiede, Berlino esegue, Roma tace. La fine delle ostilità tra curdi e turchi, in fondo, è un orizzonte laterale nel dibattito pubblico europeo e il destino di Mehmet Çakas resta allora appeso alle promesse mai mantenute, alle contese legali, ai formalismi degli uffici, alle parole mai dette. Alla cultura del sospetto che si fa ragion di stato. E che costruisce la colpa sul solo fatto di appartenere a un popolo tradito.

 

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