Il potere algoritmico contro la democrazia

di Carlo Bachschmidt

Dal Pentagono a Palantir: nasce l’“Authoritarian Stack”, il blocco tecno-militare che concentra guerra, sorveglianza e dati pubblici nelle mani dei miliardari della Silicon Valley

Non è più soltanto una questione tecnologica. È una questione di potere. Di sovranità. Di democrazia.
Quando le infrastrutture digitali diventano proprietà di corporation private legate ai grandi fondi finanziari, agli apparati militari e a precise visioni ideologiche del mondo, il rischio non è solo economico: è la trasformazione stessa dello Stato in una piattaforma governata da interessi privati.

Il contratto da 10 miliardi di dollari affidato nel 2025 dal Pentagono a Palantir Technologies per sistemi di intelligence, logistica e sicurezza nazionale rappresenta un salto storico. Non si tratta semplicemente di un appalto militare gigantesco. È il segnale di una mutazione profonda: la delega delle funzioni strategiche dello Stato a un’oligarchia tecnologica sempre più potente.

Secondo l’analisi della teorica dell’innovazione Francesca Bria, sta emergendo un vero e proprio “Authoritarian Stack”: una rete integrata di piattaforme, aziende tecnologiche, fondi di investimento, apparati militari e sistemi di intelligenza artificiale che concentra nelle mani di pochi soggetti privati il controllo delle infrastrutture decisive del XXI secolo.

Dentro questo ecosistema troviamo nomi ormai onnipresenti: Palantir Technologies, SpaceX, Anduril Industries, OpenAI. Aziende che non producono semplicemente servizi digitali, ma gestiscono infrastrutture vitali: satelliti, cloud, sistemi di difesa, AI militare, raccolta dati, controllo delle frontiere, logistica bellica, welfare automatizzato e sorveglianza predittiva.

Il punto centrale è che queste tecnologie non sono affatto neutrali, perché ogni infrastruttura digitale incorpora inevitabilmente rapporti di potere, interessi economici e visioni politiche del mondo. Il controllo del cloud, ad esempio, significa controllo sull’accesso ai dati, sulla loro conservazione e sulla possibilità di utilizzarli per orientare decisioni pubbliche e private. Il controllo delle reti satellitari significa poter gestire comunicazioni, connessioni e flussi informativi su scala globale, con implicazioni enormi anche sul piano geopolitico e militare. Allo stesso modo, il dominio sull’intelligenza artificiale non riguarda soltanto l’innovazione tecnologica, ma la capacità di automatizzare processi decisionali che incidono sulla sicurezza, sul lavoro, sul welfare, sulla sorveglianza e perfino sulla definizione di ciò che viene considerato rischio o normalità. Infine, il potere delle piattaforme digitali si traduce sempre più nella capacità di organizzare e governare la vita sociale stessa: dalle relazioni economiche alla circolazione delle informazioni, dai consumi alle opinioni pubbliche, fino alle forme della partecipazione democratica.

La retorica dell’innovazione nasconde così una gigantesca privatizzazione della sovranità democratica. Lo Stato non scompare: viene progressivamente subordinato a piattaforme private che operano come nuove forme di governo.

Non è un caso che molte di queste aziende siano strettamente intrecciate con il complesso militare-industriale statunitense. La guerra contemporanea non si combatte più soltanto con eserciti e carri armati, ma con dati, algoritmi, infrastrutture orbitali e sistemi di automazione decisionale. L’intelligenza artificiale diventa così il nuovo terreno di accumulazione capitalistica e di dominio geopolitico.

Il progetto The Authoritarian Stack descrive proprio questo scenario: un ecosistema nel quale miliardari tecnologici e corporation private costruiscono una forma di governance post-democratica fondata sulla dipendenza tecnologica, sulla sorveglianza permanente e sulla concentrazione estrema del potere.

L’Europa, in questo quadro, appare drammaticamente fragile. Dipendente da infrastrutture cloud straniere, da piattaforme digitali extraeuropee e da sistemi di AI controllati da aziende private statunitensi, rischia di perdere progressivamente qualsiasi autonomia strategica. La sovranità digitale diventa così una questione democratica fondamentale.

Perché quando welfare, sanità, migrazioni, sicurezza e comunicazioni vengono gestiti attraverso sistemi opachi controllati da corporation private, il confine tra interesse pubblico e profitto evapora. E con esso evapora anche la possibilità di un controllo democratico reale.

Il problema non riguarda soltanto la privacy o la regolazione dei dati. Riguarda il futuro stesso della cittadinanza democratica.
Un’infrastruttura tecnologica privatizzata produce inevitabilmente una politica privatizzata.

Ecco perché la sfida non può essere semplicemente “regolare” le Big Tech. Occorre riaprire il tema della proprietà pubblica delle infrastrutture digitali, della trasparenza algoritmica, del controllo democratico sull’intelligenza artificiale e della costruzione di alternative tecnologiche cooperative e comuni.

Perché se cloud, AI, reti satellitari e piattaforme digitali diventano il nuovo sistema nervoso delle società contemporanee, lasciarne il controllo a un’oligarchia tecno-finanziaria significa accettare una trasformazione autoritaria della democrazia.

La domanda posta dal progetto “Authoritarian Stack” è allora radicale e inevitabile: può sopravvivere una democrazia che non controlla più le proprie infrastrutture fondamentali?

Oggi la battaglia politica passa anche da qui. Dalla riconquista democratica della tecnologia. Dalla difesa del bene pubblico contro la colonizzazione algoritmica del potere.

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