Quartieri rasi al suolo, popolazioni espulse, democrazia distrutta: il genocidio curdo avanza nel silenzio internazionale
Quello che è accaduto ad Aleppo tra il 6 e l’11 gennaio non è un episodio collaterale, né una “ricaduta” del caos siriano. È un atto di genocidio, pienamente inserito nella lunga guerra di annientamento contro il popolo curdo. Un’operazione pianificata, condotta e coperta politicamente, che si iscrive nella Terza guerra mondiale in Medio Oriente, in corso da oltre trent’anni, e nella guerra civile siriana iniziata nel 2011.
L’attacco ai quartieri curdi di Şêxmeqsûd (Sheikh Maqsoud) ed Eşrefiyê (Ashrafiyeh) non è avvenuto “per errore” né per un’escalation incontrollata. È avvenuto nonostante le iniziative conciliatorie di Abdullah Öcalan e nonostante il Comando delle Syrian Democratic Forces avesse dichiarato imminenti accordi. Questo basta a chiarire la natura golpista e cospiratoria dell’operazione: il dialogo doveva essere sabotato, la convivenza spezzata, la soluzione politica distrutta sul nascere.
Tra il 6 e l’11 gennaio, forze fedeli al regime di al-Jolani a Damasco, guidate da bande jihadiste organizzate, armate e addestrate dalla Turchia, hanno lanciato un attacco unilaterale contro quartieri civili. Un’operazione di decurdificazione: espulsioni forzate, massacri, terrore sistematico. Crimini contro l’umanità, documentati e perfino rivendicati mediaticamente. La reale entità delle vittime non è ancora del tutto nota, ma una cosa è certa: l’obiettivo politico è stato in gran parte raggiunto. Aleppo ovest è stata svuotata della sua presenza curda.
Chi ha deciso, pianificato e diretto l’attacco? I nomi sono noti: Hakan Fidan, Yaşar Güler, İbrahim Kalın. Ma fermarsi alla Turchia e a Damasco sarebbe un errore. Dietro questo attacco c’è una responsabilità internazionale diretta: Stati Uniti, Francia, Israele e Turchia agiscono in convergenza con Al-Qaeda, ISIS e Fratelli Musulmani. Sì: le stesse forze che ieri dichiaravano di combattere l’ISIS oggi collaborano con esso per colpire chi l’ISIS lo ha realmente sconfitto.
Sheikh Maqsoud ed Ashrafiyeh non erano “roccaforti militari”. Erano le aree più pacifiche e democratiche della Siria. Quartieri che avevano accolto curdi, arabi, assiri, turkmeni, armeni in fuga dall’ISIS. Comunità fondate sull’autogoverno locale, sulla convivenza, sulla democrazia di base. Proprio per questo sono state colpite. Non si elimina solo un popolo: si elimina un modello.
Perché i curdi di Aleppo sono colpevoli di qualcosa che gli imperi non perdonano: hanno dimostrato che un’altra società è possibile. Con l’esperienza del Rojava, hanno costruito un sistema fondato sull’uguaglianza assoluta tra i sessi, sulla laicità reale, sull’accesso universale a sanità ed educazione, su un federalismo democratico che supera lo Stato-nazione coloniale. Un’esperienza che ha visto le donne in prima linea, militarmente e politicamente. Un esempio che doveva essere distrutto.
Il cessate il fuoco annunciato in queste ore non rassicura nessuno. È fragile, tattico, revocabile. Serve solo a guadagnare tempo e a normalizzare l’occupazione. Nel frattempo, l’Occidente guarda altrove. L’Unione Europea, dopo aver finanziato la “nuova Siria” con miliardi, tace sull’uso di quei fondi. Israele favorisce tutto ciò che indebolisce i suoi nemici regionali. Gli Stati Uniti giocano la solita partita cinica di destabilizzazione controllata. Impunità totale.
Il parallelo con la Palestina non è solo legittimo: è obbligatorio. Stesso meccanismo, stessa esclusione dagli aiuti, stessa invisibilizzazione delle vittime, stessa retorica della sicurezza. È la banalità del male, quella descritta da Hannah Arendt e riattualizzata oggi nella grande politica: la cancellazione amministrata di interi popoli, resa normale, tecnica, silenziosa.
Il destino del popolo curdo è oggi l’indicatore più chiaro di ciò che ci attende se questo ordine globale non viene messo in discussione. Accanto ai palestinesi, alle donne afghane, a tutte le popolazioni schiacciate dal colonialismo armato ed economico, i curdi pagano il prezzo più alto per aver osato immaginare un futuro diverso dalla guerra permanente.
La memoria, la visibilità, la conoscenza non sono esercizi morali: sono strumenti di resistenza. Senza di esse, la parola “civiltà” diventa vuota. E la democrazia smette di essere un processo in divenire per ridursi a una copertura ideologica del genocidio.
Aleppo oggi non è lontana. È il banco di prova del mondo che ci stanno imponendo.
Gli aggiornamenti e l’analisi su Radio Onda d’Urto di Jacopo Bindi, dell’Accademia della modernità democratica. Ascolta o scarica
La corrispondenza su Radio Onda d’Urto di lunedì 19 gennaio con una compagna internazionalista dal Rojava. Ascolta o scarica
COMUNICATO STAMPA dell’Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia
Siria del Nord-Est: escalation militare, carceri dell’ISIS a rischio e popolazione civile sotto attacco. Appello urgente all’azione
Roma, 19 gennaio 2026 –
L’Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia lancia un appello urgente alla comunità internazionale, alle istituzioni italiane ed europee e all’opinione pubblica di fronte alla grave escalation militare in corso nella Siria del Nord-Est, che minaccia direttamente la popolazione civile, la stabilità regionale e la sicurezza internazionale.
Forze affiliate al governo di transizione di Damasco, guidato da Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), insieme a milizie sostenute dalla Turchia e a gruppi armati alleati, stanno portando avanti un’operazione militare coordinata contro i territori dell’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES). Dopo l’occupazione di Raqqa, Deir ez-Zor e Tabqa, gli attacchi proseguono su più fronti, in aperta violazione delle dichiarazioni di cessate il fuoco.
Particolarmente allarmante è la situazione attorno alle prigioni e ai campi che ospitano migliaia di detenuti dell’ISIS e i loro familiari. Secondo le Forze Democratiche Siriane (SDF), sono in corso violenti scontri nelle immediate vicinanze di queste strutture, con tentativi di avvicinamento e di presa di controllo da parte di milizie armate. Un collasso del sistema di detenzione dell’ISIS aprirebbe la strada a fughe di massa, alla riorganizzazione delle cellule jihadiste e a una nuova ondata di instabilità e terrorismo che non riguarderebbe solo la Siria, ma l’intera regione e l’Europa. Le SDF, che per anni hanno garantito la custodia di questi detenuti nell’interesse della sicurezza globale, avvertono che il livello di minaccia sta aumentando in modo significativo.
Parallelamente, l’offensiva militare sta colpendo direttamente i centri abitati e le infrastrutture civili. Nuove ondate di sfollati si stanno dirigendo verso Qamishlo e altre aree del Nord-Est. Sono stati segnalati saccheggi e distruzioni di strutture umanitarie e sanitarie, aggravando una situazione umanitaria già drammatica.
In questo contesto, anche Kobanê, città simbolo della sconfitta dell’ISIS, torna a essere sotto pressione militare, con scontri nei pressi di Ain Issa e lungo l’asse strategico della M4. Il tentativo di isolare il Cantone dell’Eufrate si inserisce in una strategia più ampia volta a smantellare l’esperienza di autogoverno democratico costruita negli ultimi dieci anni.
Di fronte a questa minaccia esistenziale, l’Amministrazione Autonoma ha proclamato la mobilitazione generale. Organizzazioni delle donne, movimenti civili e forze democratiche locali hanno espresso il loro sostegno alla difesa della regione e alla protezione delle conquiste ottenute nella lotta contro l’ISIS.
L’Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia rivolge un appello immediato all’azione:
· al Governo italiano e all’Unione europea, affinché intervengano politicamente per fermare l’escalation militare e imporre il rispetto del cessate il fuoco;
· alla comunità internazionale, perché assuma la propria responsabilità diretta nella messa in sicurezza delle carceri e dei campi dell’ISIS, evitando un disastro annunciato;
· ai media, perché rompano il silenzio e informino correttamente sull’estrema pericolosità della situazione;
· alla società civile, ai movimenti democratici, ai sindacati e alle organizzazioni solidali, affinché si mobilitino con iniziative pubbliche, prese di posizione e azioni di pressione.
Tacere oggi significa tradire il sacrificio di chi ha combattuto l’ISIS e voltare le spalle a chi da oltre un decennio dimostra che un Medio Oriente libero e democratico è possibile.
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